Nel paese simbolo del sisma. Venzone, il borgo che non volle morire, orgoglio del Friuli ferito
dalla nostra inviata Brunella GiovaraVenzone distrutta dal terremoto
VENZONE (Udine) – Cosa significa la parola paese, bisogna chiederlo alla gente di Gemona, Osoppo, Venzone, Buja, Trasaghis. Perché dopo la grande scossa del 6 maggio 1976, subito arrivarono i sacchi di calce viva (bisognava coprire le macerie e i cadaveri rimasti là sotto), e poco dopo i sacchi di cemento. E i friulani sono genìa testarda. Volevano ricostruire, subito. Del resto, l’arcivescovo di Udine, monsignor Alfredo Battisti, aveva dato la linea: “Prima le fabbriche, poi le case, poi le chiese”. Questo diede una gran forza, a chi credeva e anche a chi non aveva un Dio, davanti al panorama desolato che era stata la loro terra.
La distruzione quasi completa di 137 paesi, e 989 morti, e 2607 feriti. Il terremoto del 6 maggio – 6,4 Richter, undicesimo della Mercalli – aveva fatto tabula quasi rasa. Quello del 15 settembre aveva dato il colpo di grazia. Il poco rimasto in piedi, non c’era più. Tabula rasa.
Il paes…
VENZONE (Udine) – Cosa significa la parola paese, bisogna chiederlo alla gente di Gemona, Osoppo, Venzone, Buja, Trasaghis. Perché dopo la grande scossa del 6 maggio 1976, subito arrivarono i sacchi di calce viva (bisognava coprire le macerie e i cadaveri rimasti là sotto), e poco dopo i sacchi di cemento. E i friulani sono genìa testarda. Volevano ricostruire, subito. Del resto, l’arcivescovo di Udine, monsignor Alfredo Battisti, aveva dato la linea: “Prima le fabbriche, poi le case, poi le chiese”. Questo diede una gran forza, a chi credeva e anche a chi non aveva un Dio, davanti al panorama desolato che era stata la loro terra.
La distruzione quasi completa di 137 paesi, e 989 morti, e 2607 feriti. Il terremoto del 6 maggio – 6,4 Richter, undicesimo della Mercalli – aveva fatto tabula quasi rasa. Quello del 15 settembre aveva dato il colpo di grazia. Il poco rimasto in piedi, non c’era più. Tabula rasa.
Il paese oggi dopo la ricostruzione
E’ stata una grande sofferenza, e lo è ancora. Fa ancora molto male, ricordare quei giorni, e lo si capisce a un tavolo di osteria, davanti alle tazzine di caffè vuote, quando Giordano Zamolo, che aveva 35 anni e faceva il ferroviere, comincia a parlare: “Quella sera eravamo usciti a passeggio, io e mia moglie. Eravamo sulla piazza, qui a Venzone”, il bel paese duecentesco, le mura fortificate, la cattedrale consacrata nel 1338, “ed è arrivato il boato. Le case antiche crollavano, spariva un pezzo del duomo, si alzava una nuvola di polvere, enorme. Ho preso Luciana per mano e siamo corsi a casa, in via Mistruzzi 37, perché lì c’erano le nostre bambine, e la suocera”. Il portone spalancato, e su per le scale fino alla porta bloccata, “l’ho presa a spallate. Le bambine stavano abbastanza bene, una era ferita alla testa però. La maestra del piano di sopra, viva. La terra continuava a tremare…”.
Bisognava uscire, e poi i vivi si sono radunati nel giardino della farmacia, “ma nella strada vicina sono morti marito, moglie e due figli…”, e Giordano ha lasciato lì le sue donne e ha cominciato a scavare, “in una notte tremenda, dove ho fatto quello che ho potuto”. E dunque, non è riuscito a salvare un padre imasto sotto le macerie assieme al figlio piccolo, “lui si è lamentato fino alle 4 del mattino, il bambino invece non lo sentivo”. Nel buio, “ho tirato fuori un musicista del paese, che era handicappato e quindi bloccato a letto. Il tetto gli era crollato addosso, e ho fatto tanta fatica, l’ho tirato per i piedi e gli ho anche fatto male, ma alla fine l’ho trascinato fuori”.
E non è riuscito a salvarne un altro, “ma lì c’era già una delle prime squadre di soccorso. Un uomo sepolto, gli abbiamo mandato giù un tubo per l’aria e uno per l’acqua, ma non ha funzionato. E’ morto”. Intorno, era il caos. “Ricordo che ero senza saliva, avevo una sete terribile e mi sono incamminato verso la Venzonassa, lì ho bevuto l’acqua del torrente”.
Ora, moltiplicate questa storia per mille, e anche di più. Tutti chiedevano aiuto, in quel buio si sentivano le grida di chi era ancora vivo, ma intrappolato, e le grida di chi era in piedi, cercando i parenti, i figli, i bambini. Il giorno dopo arrivarono i primi volontari, e l’esercito, una fiumana di aiuti, medici, e giovani capaci solo di scavare, ma quale aiuto enorme hanno dato.
A Venzone arrivarono subito gli architetti, a constatare il disastro di un borgo classificato Monumento nazionale nel 1965. Così bello che era stato il set di film famosi, ‘Addio alle armi’ nel 1957, ‘La grande guerra’ nel 1959, quando c’erano ancora le macerie della seconda guerra mondiale, utili a ricreare lo scenario della prima, essendo questa una zona sul fronte.
Ed ecco le nuove macerie, il 15 settembre 1976 crollò anche il campanile del duomo, una collina di pietre. Lì molti pensarono che era davvero finita. Ma quando arrivarono le ruspe (a Gemona avevano già fatto grandi spianate, data la fretta di ricostruire) a Venzone la gente si sdraiò davanti alle macchine pronte, perché non voleva che portassero via le pietre delle loro case, le pietre del paese che era stato. “La volontà popolare è stata la spinta”, dice l’architetto Francesco Doglioni, che arrivò da Feltre assieme ad altri esperti di restauro.
Più facile e veloce, rifare case moderne, villette, condomini, ma la gente non voleva. E poi, aveva già dovuto rinunciare alla frazione Portis, minacciata da una frana enorme, ed è ancora così, il paese è rimasto come allora, l’unico a non essere ricostruito.
C’era un altro architetto, Remo Cacitti, “che cementò il rapporto con gli abitanti”, decisi a riavere Venzone com’era e dov’era. “Non vogliamo che alla violenza del terremoto si aggiunga quella di una ricostruzione indiscriminata che tende a negare l’identità culturale del popolo friulano”, scrivevano gli abitanti di Venzone al ministero dei Beni culturali. Non volevano “l’amara esperienza della Valle del Belice”, o quella di Longarone, distrutta dal disastro del Vajont, rifatta ex novo, ma era un’altra cosa. Piuttosto, si era disposti a vivere più a lungo nei prefabbricati, ma con la certezza di tornare a casa.
Ed è stata un’impresa pesante, lunga, faticosa per gli uomini che il sabato e la domenica – finita la fabbrica - lavoravano su quelle pietre, per le donne e i bambini che uscivano dalle baracche e andavano sul cantiere a dare una mano (qui, tutti sopra i 50 anni sono nati e cresciuti in una tenda, o prefabbricato). E’ stata un’impresa da folli, che pure è riuscita, se oggi si passeggia tra le vie del paese senza accorgersi di niente. Ma a fare un po’ di attenzione, ecco le pietre numerate, la vernice resiste ancora alla pioggia degli anni. Si numerarono tutte le pietre recuperate, una ad una, accatastate in ordine accanto al perimetro di ogni casa.
Si cercarono vecchi documenti, la cartografia del catasto napoleonico e di quello asburgico, per ricostruire la mappa del borgo. Per le facciate, grazie all’archivio fotografico del professor Guido Clonfero, e il rilievo fotogrammetrico fatto dalla Soprintendenza di Vienna, nell’agosto del ’76, poco prima della scossa finale di settembre.
Aldo Topan, 82 anni, allora capocantiere della ricostruzione di 370 edifici: “Ci inventammo un laboratorio di restauro, le pietre venivano pulite e fotografate, poi riportate al loro posto. Rinforzammo le fondamenta di ogni casa”, e poi tirarono su i muri, con l’aggiunta di un’anima centrale in cemento armato”. I pezzi mancanti, ricostruiti dagli scalpellini, che lavoravano come nel medioevo, ed ecco le bifore più antiche di Venzone, “risalenti all’anno Mille o Mille e cento, dove si notano le parti originali, e quelle nuove, in modo che si noti la differenza”. E gli intonaci, rifatti a calce per le case povere, “a liscio” per i palazzi dei nobili. E il Duomo, da ricostruire per anastilosi, cioè con un restauro filologico – non un falso – ricollocando le pietre proprio dov’erano, secondo le indicazioni della Soprintendenza.
“Novemila pietre”, spiega il pievano don Roberto Bertossi, che arrivò in paese con la prima gru, era il 1982. “La facciata venne prima ricostruita a terra”, le foto di allora sono impressionanti. Una sottile lamina di piombo segna per i posteri il confine tra il poco rimasto in piedi e il molto “ricomposto, esattamente dov’era”, e com’era, secondo la volontà del paese Venzone, Friuli.