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L’allarme: le foreste italiane sono in crisi, il clima impazzito uccide il sottobosco

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Lo sostiene uno studio del gruppo Nature basato su 25 anni di dati dei Carabinieri Forestali. Siccità, ondate di calore e chiome sempre più fitte impoveriscono le specie dei boschi alpini e temperati. Tengono solo le leccete del Mediterraneo
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Querceti e faggete che cambiano volto. Foreste alpine di conifere sempre più silenziose, private di decine di specie erbacee che per secoli ne hanno animato il suolo. Il sottobosco italiano sta scomparendo, lentamente ma in modo misurabile. E ora la scienza lo certifica con dati raccolti nell’arco degli ultimi venticinque anni e difficili da ignorare.

Uno studio appena pubblicato su Npj Biodiversity, rivista del prestigioso gruppo Nature, documenta con precisione inedita la perdita di biodiversità vegetale nelle foreste italiane. A renderlo possibile, la rete nazionale Con.Eco.For. (acronimo di Controllo degli Ecosistemi Forestali) gestita dai Carabinieri del Comando Unità Forestali, Ambientali e Agroalimentari (CUFAA), una delle infrastrutture di monitoraggio ambientale più longeve e capillari d'Europa, attiva dal 1995 e distribuita su 31 aree permanenti in tutto il territorio nazionale.

Querceti e faggete che cambiano volto. Foreste alpine di conifere sempre più silenziose, private di decine di specie erbacee che per secoli ne hanno animato il suolo. Il sottobosco italiano sta scomparendo, lentamente ma in modo misurabile. E ora la scienza lo certifica con dati raccolti nell’arco degli ultimi venticinque anni e difficili da ignorare.

Uno studio appena pubblicato su Npj Biodiversity, rivista del prestigioso gruppo Nature, documenta con precisione inedita la perdita di biodiversità vegetale nelle foreste italiane. A renderlo possibile, la rete nazionale Con.Eco.For. (acronimo di Controllo degli Ecosistemi Forestali) gestita dai Carabinieri del Comando Unità Forestali, Ambientali e Agroalimentari (CUFAA), una delle infrastrutture di monitoraggio ambientale più longeve e capillari d'Europa, attiva dal 1995 e distribuita su 31 aree permanenti in tutto il territorio nazionale.

Venticinque anni di dati

Proprio questa continuità temporale rappresenta il punto di forza della ricerca. Grazie a un quarto di secolo di rilevamenti sistematici, i ricercatori hanno potuto distinguere le fluttuazioni stagionali dalle tendenze strutturali di lungo periodo, confermando una riduzione significativa del numero di specie vegetali nel sottobosco. Non un’oscillazione temporanea ma un cambiamento profondo e in corso.

Lo studio, guidato dalla dottoressa Maura Francioni e dal professor Stefano Chelli dell'Università di Camerino, ha coinvolto ricercatori delle Università di Firenze e di Genova, del Consiglio per la ricerca in agricoltura e l’analisi dell’economia agraria (CREA) e della società TerraData Environmetrics. Una collaborazione ampia, che conferisce al lavoro il carattere di uno dei più completi studi a lungo termine mai realizzati in Italia sulla biodiversità forestale.

Le due cause principali: il cielo che si chiude, il clima che si scalda

I grandi fattori responsabili dell’impoverimento del sottobosco sarebbero due. Il primo è strutturale: negli ultimi decenni le chiome degli alberi si sono progressivamente infittite, in larga parte, a causa della riduzione delle attività selvicolturali tradizionali. Meno tagli, meno gestione, meno luce che filtra al suolo. E senza luce, le specie erbacee del sottobosco faticano a sopravvivere.

Il secondo fattore è climatico. L'intensificarsi degli eventi estremi (siccità prolungate, ondate di calore, precipitazioni sempre più irregolari) sta mettendo a dura prova la resilienza di ecosistemi che si erano evoluti in condizioni di clima temperato e stabile. Le foreste alpine di conifere e quelle temperate decidue, come faggete e querceti, si stanno rivelando le più vulnerabili a questa doppia pressione.

Un’eccezione mediterranea

Non tutto il verde italiano arretra però alla stessa velocità. Le foreste mediterranee sempreverdi, in particolare le leccete, mostrerebbero una maggiore capacità di adattamento. Già abituate a condizioni di stress idrico, sembrerebbero reggere meglio all’aumento delle temperature e alla scarsità d’acqua, mantenendo una relativa stabilità nel numero di specie presenti. Un dato che potrebbe rivelarsi prezioso per le future strategie di gestione forestale in uno scenario di riscaldamento globale.

Un patrimonio invisibile che scompare

La perdita di specie nel sottobosco non è solo un dato ecologico astratto. Il sottobosco è l'habitat di decine di specie animali (insetti impollinatori, piccoli mammiferi, uccelli nidificanti) e svolge funzioni cruciali nei cicli dell’acqua e del carbonio. Rappresenta inoltre un patrimonio culturale ed economico che l’Italia conosce bene: funghi, frutti di bosco, piante officinali sono parte integrante della vita delle comunità rurali e montane.

Proprio per questo motivo la ricerca, finanziata dal progetto europeo Life Modern (Nec) e dal programma nazionale PRIN MultiForDiv, si chiude con un messaggio chiaro: «solo il monitoraggio rigoroso e a lungo termine che utilizzi appezzamenti permanenti sottoposti a campionamenti ripetuti nel tempo» permette di capire dove stanno andando i nostri ecosistemi. Inoltre, «nonostante l’impegno relativamente elevato richiesto dal campionamento e i costi associati alle infrastrutture di monitoraggio, questo tipo di dati rappresenta una risorsa senza precedenti per comprendere gli effetti specifici a livello locale dei cambiamenti globali», ribadiscono i ricercatori.

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