Uccise dalla ricina, la pista wi-fi per scoprire chi è entrato in casa
di Alessandra Ziniti , - foto di V.R.Cinque telefoni, solo due dei quali attivi, un notebook, un tablet e, soprattutto, due router. Ormai definitivamente acquisito il dato scientifico, con la conferma dell’avvelenamento da ricina, e in attesa delle conclusioni dell’autopsia, è sul dato tecnologico-informatico che gli inquirenti puntano per dare una svolta al giallo di Pietracatella. Innanzitutto per stabilire chi e quando, in quei giorni di Natale, era presente o è anche solo entrato nella casa dei Di Vita. E poi per verificare le dichiarazioni degli ormai oltre cento testimoni, alcuni dei quali in contraddizione tra loro.
Tutte informazioni che il wi-fi della palazzina in cui si pensa sia avvenuto l’avvelenamento di Antonella Di Ielsi e Sara Di Vita darà agli esperti informatici della polizia che stanno già lavorando per estrarre chat, cronologia delle ricerche, messaggi e posizioni dal cellulare di Alice, la figlia maggiore di Gianni Di Vita.
Il ritorno degli investigatori a Pietracatella
Nel piccolo borgo del Molise …
Cinque telefoni, solo due dei quali attivi, un notebook, un tablet e, soprattutto, due router. Ormai definitivamente acquisito il dato scientifico, con la conferma dell’avvelenamento da ricina, e in attesa delle conclusioni dell’autopsia, è sul dato tecnologico-informatico che gli inquirenti puntano per dare una svolta al giallo di Pietracatella. Innanzitutto per stabilire chi e quando, in quei giorni di Natale, era presente o è anche solo entrato nella casa dei Di Vita. E poi per verificare le dichiarazioni degli ormai oltre cento testimoni, alcuni dei quali in contraddizione tra loro.
Tutte informazioni che il wi-fi della palazzina in cui si pensa sia avvenuto l’avvelenamento di Antonella Di Ielsi e Sara Di Vita darà agli esperti informatici della polizia che stanno già lavorando per estrarre chat, cronologia delle ricerche, messaggi e posizioni dal cellulare di Alice, la figlia maggiore di Gianni Di Vita.
Il ritorno degli investigatori a Pietracatella
Nel piccolo borgo del Molise il sopralluogo degli investigatori e dei consulenti delle parti, tute bianche, cappucci, calzari, guanti e mascherine indossati in un gazebo tirato su davanti alla palazzina dei Di Vita, con le macchine della polizia e il nastro bianco e rosso ad isolare l’area, ha fatto riaccendere i riflettori su quella che si ritiene la scena del crimine. Prima il magazzino, poi il primo piano dove abitava la mamma di Gianni Di Vita, infine il secondo e la mansarda a disposizione di madre, padre e delle due figlie. Per quasi tre ore gli esperti si sono intrattenuti nella casa in cui i sigilli erano stati apposti ben quattro mesi fa, subito dopo le improvvise morti di Antonella e Sara, alla sola ricerca di dispositivi elettronici. Alla fine hanno portato via cinque cellulari, solo due dei quali (quelli probabilmente in uso alle due vittime) avevano la sim, un notebook trovato sul tavolo della cucina al primo piano, un tablet in camera di Sara e i due router per il wi-fi. Ancora nessun rilievo invece per cercare tracce di ricina né in stoviglie e suppellettili, né nei cibi ancora in dispensa, mentre si attende persino ancora l’esame, sempre alla ricerca del veleno, nei residui dei cibi sequestrati il 28 dicembre e conservati dalla polizia.
Rinviata la ricerca di ricina in casa
Inevitabile chiedersi perché far passare quattro mesi prima di procedere all’analisi dei dispositivi elettronici delle due vittime, perché non chiedere anche a Gianni Di Vita, risentito giovedì scorso per la terza volta e ancora per cinque ore in gran segreto, di consegnare il suo telefonino. E soprattutto perché, una volta avuta la certezza della presenza di ricina nel sangue di madre e figlia, non avviare immediatamente le ricerche di tracce dello stesso veleno nei cibi rimasti in casa, nelle bottiglie, nelle stoviglie, sulle superfici.
La strategia investigativa
La strategia investigativa, evidentemente, privilegia la strada dell’individuazione del possibile movente, fondamentale per accertare se la ricina era effettivamente destinata a madre e figlia, e insiste nell’accertare i rapporti all’interno della famiglia e nella rete di relazione dei Di Vita. Da qui l’impressionante numero di persone chiamate a testimoniare negli uffici della squadra mobile e adesso l’urgenza di incrociare e verificare le loro dichiarazioni, a volte dissonanti. Per far questo le indicazioni che verranno fuori dai dispositivi elettronici di casa Di Vita saranno fondamentali. Lo spiega la procuratrice di Larino Elvira Antonelli: «Siamo in una fase di attesa ma di progressivo ingresso nelle vicende di cui ci stiamo occupando, che non potevano restare più al livello soltanto della tossicologia e degli studi scientifici ma, a questo punto, chiedevano un intervento dal punto di vista delle attività giudiziarie vere e proprie».