Davanti al chiosco di piazza Capponi, dove Borgo Pio oscura San Pietro, c’è chi sorseggia un aperitivo, chi sfoglia una rivista, chi rovista tra le camicette, chi compra un fiore e chi aspetta che il dj set cominci a suonare. Qui si vendevano giornali, quotidiani, settimane enigmistiche, figurine e buste sorpresa, poi un’architetta e una storica dell’arte si sono incontrate, da un ricordo d’infanzia che sa di carta di giornale e una visione di futuro è nata “Erno” che sta per edicola romana non ordinaria. E difatti accanto a magazine e riviste internazionali c’è il banco del caffè, lo shaker per i cocktail, e poi gioielli, borse, ceramiche. All’esterno, ora in fase di riverniciatura, tutto coperto dalla carta di giornale — perché sì, dopo averli letti i quotidiani sono utili anche per parare la tinta — c’era una frase di Pasolini: “Mi hai reso diverso, allontanandomi dall’ordine naturale delle cose”. «Parlava di noi — ridono al chioso — di un luogo dato per finito e ora rinato».
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Davanti al chiosco di piazza Capponi, dove Borgo Pio oscura San Pietro, c’è chi sorseggia un aperitivo, chi sfoglia una rivista, chi rovista tra le camicette, chi compra un fiore e chi aspetta che il dj set cominci a suonare. Qui si vendevano giornali, quotidiani, settimane enigmistiche, figurine e buste sorpresa, poi un’architetta e una storica dell’arte si sono incontrate, da un ricordo d’infanzia che sa di carta di giornale e una visione di futuro è nata “Erno” che sta per edicola romana non ordinaria. E difatti accanto a magazine e riviste internazionali c’è il banco del caffè, lo shaker per i cocktail, e poi gioielli, borse, ceramiche. All’esterno, ora in fase di riverniciatura, tutto coperto dalla carta di giornale — perché sì, dopo averli letti i quotidiani sono utili anche per parare la tinta — c’era una frase di Pasolini: “Mi hai reso diverso, allontanandomi dall’ordine naturale delle cose”. «Parlava di noi — ridono al chioso — di un luogo dato per finito e ora rinato».
Tra le edicole che si sono dimezzate nel giro di un decennio ci son quelle che si sono riciclate come negozietti di souvenir, tra ticket per i bus turistici, cappellini, magneti e cavatappi con le gondole; i casotti diventati bar con cucina, a Roma come a Mestre; i baracchini dove ora si pagano le bollette, si lasciano e si ritirano i pacchi di Amazon e Vinted. E quelle che hanno scelto di vivere una seconda vita, ancora tra i giornali, i libri, la cultura, i quartieri.
A Lambrate è bastata una vocale: l’edicola è diventata Aedicola. Quattro amici ne hanno fatto un avamposto culturale che è diventato comunità: letture da marciapiede, selezione di libri e riviste, silent reading party con tè e tisane, mercatini di libri, microfiere per gli indipendenti, mostre e djset. Perché «un’edicola che chiude è un po’ come un lampione che si spegne: anche se al buio ci si fa l’abitudine, la strada torna a essere una sconosciuta». E quel chiosco di via Conte Rosso, invece, serviva eccome. Tanto che da qui, adesso, è nato pure un festival (“Carta Canta”), il primo della lettura e dell’editoria a cielo aperto. Miracolo a Milano.
Due anni fa è toccato a un chiosco di Molfetta rialzare le serrande. Là dove c’era un chiosco, che contava 115 primavere, ora c’è un bookbar, “Edicion 1910”. È stato l’incontro felice tra due mondi: quello della carta stampata e quello della birra. Ne sono nati pure “drink da meditazione”, per accompagnare la lettura sui divani in piazza.
Scopa, secchio, straccio e turni delle pulizie. Cosi a Bologna, dopo oltre un anno di chiusura, lo storico chiosco di Porta San Vitale avrà un nuovo nome e una nuova identità: si chiamerà “Fuori Pagina”, molto più di una rivendita di giornali. «Abbiamo deciso di rilevare l’edicola per non far morire quel luogo», spiega il gruppo di trentenni che si è lanciato nell’impresa, «fino al tardo pomeriggio venderemo i quotidiani, poi ci saranno mostre fotografiche, eventi, manifestazioni, talk, presentazioni». Un posto dove restare e non solo passare.
«Qui si spaccia cultura» era lo slogan dell’ex edicola di porta Palazzo a Torino dove ora si può trovare un artigiano, qualcuno che innaffi le piante, una mano a scrivere un curriculum o un tavolino per parlarsi, magari attorno a un libro. C’è chi li chiama portierati di quartiere, chi edicole 2.0. Lo sono rimaste almeno nella forma, l’ottagono verde.
In una, a San Severo (Foggia), ci è nato il teatro più piccolo d’Italia, forse del mondo, punta al Guinness. Sei posti a sedere, spettacoli brevissimi, ogni 15 minuti, distanza tra attori e pubblico: meno di un metro. Rivoluzionata per sopravvivenza sì — i giornali addio, qui non ci sono più — ma in fondo non stravolta. «Prima — racconta l’inventore di “Foyer 97”, Francesco Gravino — vendeva notizie, ora regala storie».