«Qui c’era un’edicola chiusa da tre anni. Dentro ci abbiamo trovato merce invenduta di dieci anni fa, volumi di finanza facile ancora sigillati. A ottobre l’abbiamo riaperta, abbiamo ampliato l’offerta, creato una vetrina fisica per giovani artisti, appassionati di moda, fotografia, architettura. Vendiamo riviste soprattutto e regaliamo il tempo per rallentare, per un incontro, due chiacchiere». Gaetano Orefice ha trent’anni, ha studiato design, napoletano, da cinque anni ha scelto Roma. E un’edicola nel quartiere San Giovanni a cui restituire una seconda vita.
Cos’è Santedicola?
«Un atto di resistenza. Un presidio tra la comunità. Il tentativo di restituire a un’edicola chiusa la sua funzione simbolica e sociale».
Perché parla di resistenza?
«Perché la vendita dei giornale è un’attività che si sta spegnendo e invece, con la giusta offerta culturale ed editoriale, crediamo sia possibile mantenerla viva.
Funziona?
«Per ora sì: vengono ragazzi, professionisti da tutta Roma, prof con i…
«Qui c’era un’edicola chiusa da tre anni. Dentro ci abbiamo trovato merce invenduta di dieci anni fa, volumi di finanza facile ancora sigillati. A ottobre l’abbiamo riaperta, abbiamo ampliato l’offerta, creato una vetrina fisica per giovani artisti, appassionati di moda, fotografia, architettura. Vendiamo riviste soprattutto e regaliamo il tempo per rallentare, per un incontro, due chiacchiere». Gaetano Orefice ha trent’anni, ha studiato design, napoletano, da cinque anni ha scelto Roma. E un’edicola nel quartiere San Giovanni a cui restituire una seconda vita.
Cos’è Santedicola?
«Un atto di resistenza. Un presidio tra la comunità. Il tentativo di restituire a un’edicola chiusa la sua funzione simbolica e sociale».
Perché parla di resistenza?
«Perché la vendita dei giornale è un’attività che si sta spegnendo e invece, con la giusta offerta culturale ed editoriale, crediamo sia possibile mantenerla viva.
Funziona?
«Per ora sì: vengono ragazzi, professionisti da tutta Roma, prof con i loro studenti per leggere, sfogliare,fare ricerca».
Sulle vetrate c’è scritto “diversificare”. È la parola chiave?
«Sì. L’edicola vecchio stampo non è più sostenibile. Il nostro progetto punta a restituirla al quartiere e alla città come luogo d’aggregazione proponendo però mensili, trimestrali o semestrali fuori dal mainstream che si trova ovunque».
Un esempio?
«Riviste australiane sull’abitare come Never too small, il magazine nord europeo Playground dedicato ai creativi, la rivista giapponese Popeye sulla cultura pop, Racquet per gli appassionati di tennis».
Cos’altro?
«Organizziamo presentazioni di libri, mostre fotografiche, il lancio delle riviste, talk con gli artisti. Abbiamo qualche oggetto: shopper, macchine fotografiche analogiche, poster, calendari di legno, bibite. Ma stiamo attenti perché il crinale tra edicola e bazar è facilissimo da superare».
Perché proprio in un’edicola?
«Da piccolo accompagnavo papà a comprare il giornale. E a livello affettivo, architettonico, siamo tutti legati all’idea del chiosco. Ci siamo immaginati dunque un vero atto di rigenerazione urbana. Un atto tanto più necessario quante più edicole spariscono: fino al 2020 a Roma ce n’erano circa mille, ora quelle attive sono meno della metà. Noi ci proviamo, reinventandole».