Mattarella e Meloni a Gemona per i cinquant’anni dal terremoto che cambiò il Friuli
di Giulia BoeroIl 6 maggio 1976, alle 20:59, la terra del Friuli tremò per 59 secondi. Tanto bastò per radere al suolo paesi interi, spezzare 990 vite, lasciare centomila persone senza casa. Cinquant’anni dopo, Gemona – epicentro del sisma – è pronta ad ospitare le più alte cariche dello Stato in arrivo oggi pomeriggio per commemorare l’anniversario della strage. Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella e la presidente del Consiglio Giorgia Meloni saranno accolti dal presidente della Regione Massimiliano Fedriga.
Il momento più solenne sarà l’omaggio al Cimitero Monumentale, dove il capo dello Stato deporrà una corona d’alloro davanti alle steli con i nomi di quasi quattrocento vittime. A seguire, una seduta straordinaria del Consiglio regionale al Teatro Sociale, con 105 sindaci dei comuni colpiti in fascia tricolore, il sorvolo delle Frecce Tricolori e, in serata, la messa di suffragio nel duomo. Mentre domani, a chiudere il cerchio, il concerto gratuito di Andrea Bocelli alla Caserma Goi-…
Il 6 maggio 1976, alle 20:59, la terra del Friuli tremò per 59 secondi. Tanto bastò per radere al suolo paesi interi, spezzare 990 vite, lasciare centomila persone senza casa. Cinquant’anni dopo, Gemona – epicentro del sisma – è pronta ad ospitare le più alte cariche dello Stato in arrivo oggi pomeriggio per commemorare l’anniversario della strage. Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella e la presidente del Consiglio Giorgia Meloni saranno accolti dal presidente della Regione Massimiliano Fedriga.
Il momento più solenne sarà l’omaggio al Cimitero Monumentale, dove il capo dello Stato deporrà una corona d’alloro davanti alle steli con i nomi di quasi quattrocento vittime. A seguire, una seduta straordinaria del Consiglio regionale al Teatro Sociale, con 105 sindaci dei comuni colpiti in fascia tricolore, il sorvolo delle Frecce Tricolori e, in serata, la messa di suffragio nel duomo. Mentre domani, a chiudere il cerchio, il concerto gratuito di Andrea Bocelli alla Caserma Goi-Pantanali: la struttura che nel 1976 vide crollare una palazzina uccidendo 29 alpini, oggi simbolo del cinquantenario.
Friuli, 50 anni fa il terremoto: le immagini del dramma e della ricostruzione
La ricostruzione
La sera del 6 maggio 1976, un terremoto di magnitudo 6,4 colpì l’intera regione Friuli-Venezia Giulia. L’epicentro del sisma fu Osoppo e Gemona, a nord di Udine. In totale vennero coinvolti 137 comuni. Morirono 990 persone, più di 3 mila rimasero ferite e più di 100 mila furono costrette ad abbandonare le loro case. Di queste,18 mila furono completamente distrutte e 75 mila rimasero danneggiate.
La scossa fu violenta, le comunicazioni saltarono quasi subito, le linee si sovraccaricarono, e per ore le uniche voci che arrivarono dalle zone colpite furono quelle dei radioamatori e dei camionisti: «Qui è tutto un polverone, si sentono grida… non capiamo, forse c'è stato un terremoto».
Il buio non aiutò. Solo la mattina dell’8 maggio il paese capì davvero l’entità della catastrofe. La scossa era stata avvertita in tutta l’Italia centro-settentrionale, fino a Roma e Torino. E poi in Austria, Svizzera, Germania, Croazia. Un ragazzo di Tricesimo, Mario Garlatti, stava registrando su cassetta Shine On You Crazy Diamond dei Pink Floyd quando arrivò la prima scossa: in quella cassetta rimase impressa, insieme alla musica, la voce del terremoto.
A organizzare i primi soccorsi furono i cittadini. A mani nude tra le macerie. Poi arrivarono i vigili del fuoco, gli alpini, le tendopoli. Il governo di Aldo Moro nominò commissario straordinario Giuseppe Zamberletti. L’8 maggio il consiglio regionale stanziò dieci miliardi di lire. Ma il peggio non era ancora finito: l’11 e il 15 settembre arrivarono nuove scosse. Altri crolli, altri morti.
Un’impresa collettiva
In quei mesi il Friuli scelse la propria strada. Il motto che girò di bocca in bocca fu semplice e insieme rivoluzionario: "Prima le fabbriche, poi le case, poi le chiese”, disse l’arcivescovo di Udine, monsignor Alfredo Battisti. Migliaia di roulotte vennero recuperate in tutta Italia per chi non aveva più un tetto ma poteva ancora lavorare. La ricostruzione doveva avvenire, disse subito tutto il Friuli, “dov’era e com’era”. Ogni pietra del duomo di Gemona fu raccolta, numerata, riposizionata al suo posto con il metodo di restauro archeologico dell’anastilosi. Un lavoro certosino, lungo decenni. La ricostruzione fu dichiarata ufficialmente conclusa solo nel 2006. A rimanere, alcune tracce sulle pietre in cui ancora si legge ancora un numero, inciso al momento del recupero. Una firma collettiva, di una comunità che aveva scelto di non dimenticare ricostruendo.
“L’Italia intera seppe dare una grande prova di unità nazionale e solidarietà”, ha ribadito ora il vicepremier Antonio Tajani sui social. “Da quella tragedia nacque un modello di ricostruzione fondato su coesione, responsabilità e collaborazione tra istituzioni e cittadini, ancora oggi punto di riferimento”. A ricordare l’eccezionalità di un modello che gli studiosi di protezione civile e gestione delle emergenze citano ancora oggi come “Modello Friuli”, anche il cardinale Matteo Maria Zuppi durante la messa celebrata il 3 maggio alla Caserma Goi-Pantanali. “La risposta del Friuli non fu solo una reazione d’emergenza. Fu un momento di scelta. La vera forza è quella di unirsi e ricostruire”.
La ramificazione del sisma
Il terremoto non colpì però solo il Friuli. A poche decine di chilometri, nella Slovenia occidentale che allora faceva parte della Jugoslavia, si registrò un morto, 31 feriti e danni enormi. I paesini della valle dell’Isonzo furono devastati, con circa quattromila edifici distrutti e undicimila danneggiati. Nella zona montuosa di Breginj, vicino al confine italiano, oltre l’80% degli abitanti perse la propria casa. Eppure, fu proprio la Jugoslavia uno dei Paesi che risposero con maggiore slancio alla tragedia italiana: secondo uno studio sulla solidarietà internazionale pubblicato nel 1978, Belgrado stanziò oltre 3,4 miliardi di lire tra aiuti governativi e locali, inviando roulotte e case prefabbricate.
A cinquant’anni dalla strage, Gemona non è più il cumulo di macerie che apparve agli occhi del mondo nel maggio del 1976. È una città viva, con i suoi portici, il duomo, le piazze. Quelle pietre numerate oggi sono quasi invisibili. Restano lì a ricordare che la rinascita non fu un miracolo ma una scelta, fatta ogni giorno per trent’anni, pietra dopo pietra.