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Uno bianca, i misteri dietro la scia di sangue. Ma dai reduci non potrà mai arrivare la verità

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Ventiquattro persone uccise, 102 i feriti. Eppure i nomi dei criminali erano già in una relazione rimasta nei cassetti
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La cosa certa è che gli assassini sono loro: i tre fratelli Savi, assieme ad altri tre poliziotti che li hanno accompagnati nella saga di terrore che per sette anni ha sconvolto l’Emilia-Romagna. Ma i buchi neri sulla vicenda della Uno Bianca restano tanti, con interrogativi che aspettano una risposta da troppo tempo.

Anzitutto il movente: cosa ha spinto tre giovani, educati da un padre duro a credere in “legge e ordine” tanto da volersi arruolare, a uccidere 24 persone e ferirne 102 in almeno 103 azioni criminali? Hanno ammazzato per rapinare pochi spiccioli: solo nel 1994 hanno messo a segno un colpo da 300 milioni di lire. Undici dei loro omicidi sono stati commessi a freddo, sparando su immigrati africani e campi rom, eliminando testimoni come Primo Zecchi che stava annotando la targa della loro vettura o punendo con la morte chi gli aveva rivolto un insulto. Rosanna Zecchi, la vedova di Primo, non hai mai creduto che agissero per soldi: «Non accettiamo la tesi che lo facevano sol…

La cosa certa è che gli assassini sono loro: i tre fratelli Savi, assieme ad altri tre poliziotti che li hanno accompagnati nella saga di terrore che per sette anni ha sconvolto l’Emilia-Romagna. Ma i buchi neri sulla vicenda della Uno Bianca restano tanti, con interrogativi che aspettano una risposta da troppo tempo.

Anzitutto il movente: cosa ha spinto tre giovani, educati da un padre duro a credere in “legge e ordine” tanto da volersi arruolare, a uccidere 24 persone e ferirne 102 in almeno 103 azioni criminali? Hanno ammazzato per rapinare pochi spiccioli: solo nel 1994 hanno messo a segno un colpo da 300 milioni di lire. Undici dei loro omicidi sono stati commessi a freddo, sparando su immigrati africani e campi rom, eliminando testimoni come Primo Zecchi che stava annotando la targa della loro vettura o punendo con la morte chi gli aveva rivolto un insulto. Rosanna Zecchi, la vedova di Primo, non hai mai creduto che agissero per soldi: «Non accettiamo la tesi che lo facevano solo per lucro, va al di là della nostra comprensione». E come lei i familiari dei tre carabinieri ventenni trucidati il 4 gennaio 1991 nella strage del Pilastro, in una sconvolgente aggressione nella notte che rimane avvolta dal mistero.

Non si sono mai comportati da semplici banditi. Sì, si sono impegnati per evitare di venire ripresi dalle telecamere, simulando accenti meridionali e indossando parrucche. Ma hanno firmato le azioni usando le stesse armi, incluso i fucili semiautomatici di loro proprietà. E hanno conservato dentro casa pistole, mitra, ordigni, pacchi di soldi mai spesi. Perché hanno goduto di una sostanziale e incredibile impunità.

Nel corso degli anni ci sono stati parecchi elementi che potevano smascherarli. Una relazione dei carabinieri li ha indicati con nome e cognome: è finita in un cassetto del Viminale. Gli stessi nomi presenti nel registro dell’armeria di via Volturno, a pochi metri dalla Questura di Bologna, dove hanno assassinato la titolare e un appuntato in pensione che l’aiutava in un’altra esecuzione enigmatica. In quell’occasione è stato realizzato un identikit che ritrae perfettamente Fabio Savi, il “Lungo” della banda. E anche il volto di Roberto, il “Capo”, era stato ricostruito con una somiglianza impressionante. Erano affissi negli uffici dove ogni giorno Roberto Savi prestava servizio, dopo essere stato escluso dalle Volanti per i modi violenti.

Quando sono stati arrestati, si sono mostrati arroganti e hanno deriso i parenti delle vittime. Hanno confessato, in alcuni casi con versioni discordanti, ogni reato che gli è stato contestato, sostenendo di avere fatto tutto da soli. Daniele Paci, l’allora pm di Rimini che li ha catturati, lo ha classificato come «terrorismo a scopo di lucro»: «La verità è banale: non ci sono state coperture, non ci sono misteri. Erano poliziotti, sapevano fare il lavoro anche quando depistavano le indagini».

Una storia semplice? Solo dopo la prima condanna all’ergastolo, i Savi hanno chiamato in causa i servizi segreti e si sono presentati come pedine manovrate dall’alto. Ne aveva già parlato Eva Mikula, la ragazza conosciuta da Fabio in Ungheria dove aveva imbastito un traffico di Kalashnikov mai completamente chiarito. Più illuminante la testimonianza in aula da Roberto Maroni, il primo ministro dell’Interno leghista: «Certamente nel Sisde e poi nel Dipartimento di Pubblica Sicurezza c’era una situazione che aveva creato sul territorio rapporti consolidati che non garantivano più l’efficienza massima dell’apparato. Non sono mai arrivato a pensare che consentissero illegalità, ma decisi di cambiare l’aria. Questo ruppe gli equilibri, creò una reazione a catena. Non so se è un caso, ma in poco vennero arrestati i Savi». Maroni ha citato le interviste di Gianni De Gennaro, insediato da lui alla guida della Criminalpol: «Diceva che occorreva intervenire sulla Uno Bianca ed era ora di chiudere; forse il cambiamento ai vertici ha contribuito alla svolta».

Fabio Savi nel 2001 è stato intervistato in tv da Franca Leosini e ha cambiato di nuovo linea: «Dietro la Uno Bianca c’è soltanto la targa, i fanali e il paraurti. Nient’altro». La verità che manca non può venire dalle parole dei fratelli Savi.

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