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L’offerta che non si può rifiutare. Così la ‘ndrangheta usa i matrimoni per creare alleanze fra clan

Una scena del film La Terra dei Santi sulle donne della 'Ndrangheta 
Studio della Bicocca su oltre nozze combinate nella criminalità organizzata, anche di ragazze di 13 anni. “Per le donne è difficile ribellarsi. Anzi il loro ruolo è trasmettere ai figli i valori delle ‘ndrine”
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E’ un’offerta di matrimonio che non si può rifiutare. Quando il capo di una ‘ndrina decide di far sposare la propria figlia o il proprio figlio, l’amore è l’ultima cosa a cui pensa. Nella sua testa c’è la complicata architettura dei rapporti di potere fra clan. Il matrimonio verrà usato come cemento per tenere insieme la più efficiente e robusta fra le organizzazioni criminali in Italia.

La ‘Ndrangheta, secondo un gruppo di sociologi dell’università di Milano Bicocca, “ha il più basso numero di collaboratori di giustizia in Italia proprio perché passare dalla parte della legge vuol dire tagliare ogni legame non solo con un gruppo criminale, ma con genitori, fratelli e figli”. Maurizio Catino, Alberto Aziani e Sara Rocchi sono oggi gli autori di uno studio, pubblicato sulla rivista Plos, che scandaglia il ruolo dei matrimoni nel costruire i rapporti di potere fra i clan. La loro ricerca ha preso in esame attraverso i documenti giudiziari 770 alleanze fra famiglie, formate tramite 906 m…

E’ un’offerta di matrimonio che non si può rifiutare. Quando il capo di una ‘ndrina decide di far sposare la propria figlia o il proprio figlio, l’amore è l’ultima cosa a cui pensa. Nella sua testa c’è la complicata architettura dei rapporti di potere fra clan. Il matrimonio verrà usato come cemento per tenere insieme la più efficiente e robusta fra le organizzazioni criminali in Italia.

La ‘Ndrangheta, secondo un gruppo di sociologi dell’università di Milano Bicocca, “ha il più basso numero di collaboratori di giustizia in Italia proprio perché passare dalla parte della legge vuol dire tagliare ogni legame non solo con un gruppo criminale, ma con genitori, fratelli e figli”. Maurizio Catino, Alberto Aziani e Sara Rocchi sono oggi gli autori di uno studio, pubblicato sulla rivista Plos, che scandaglia il ruolo dei matrimoni nel costruire i rapporti di potere fra i clan. La loro ricerca ha preso in esame attraverso i documenti giudiziari 770 alleanze fra famiglie, formate tramite 906 matrimoni che hanno coinvolto 623 clan.

Nella storia non è una novità. Gli autori citano la Firenze del tempo dei Medici e la pratica dell’endogamia fra i Rothschild. Nella ‘Ndrangheta la strategia dei clan più forti prevede che il matrimonio serva a legare a sé un clan più debole. Spesso non ci si accontenta di una sola unione coniugale, e le famiglie si scambiano più giovani per rendere il sodalizio più robusto e resistente ai divorzi. Aziani, che come i coautori è professore al Dipartimento di Sociologia e Ricerca Sociale, cita “una dimensione culturale premoderna e completamente patriarcale”.

Ne sa qualcosa Giulia Immacolata – la sua storia è raccontata nello studio su Plos – che “nel 2014, all’età di soli 13 anni, fu costretta a fidanzarsi con Cosimo Commisso, nipote del boss Vincenzo Macrì”. La sua unione doveva permettere alla sua famiglia, i Coluccio, “di avere accesso al business del traffico di droga dei Commisso”.

Le donne, usate come merce, sono le vittime di questo sistema. Ma diventano anche la chiave di volta che permette di mantenerlo stabile. “Un clan di ‘Ndrangheta vive contrapponendosi allo stato” prosegue Aziani. “Per mantenere il suo successo lungo le generazioni ha bisogno che i suoi disvalori siano fortemente radicati nella famiglia. La trasmissione ai figli è affidata proprio alle donne. Il loro compito è educarli affinché introiettino il sistema culturale del clan e rifiutino quello proposto ad esempio dalla scuola”.

Il metodo spaventa, come dimostra il caso di Emanuele Mancuso, membro di un’altra famiglia potente, che è diventato comunque collaboratore di giustizia. Per provare a dissuaderlo erano intervenute la madre, la zia e la moglie, dalla quale aveva da poco avuto una bambina. “Andiamo, tuo padre e tua madre sono la tua famiglia…” gli dicono. “Come va tua mamma? Non sta bene? Sa che non ha più un figlio, come vuoi che si senta?”.

Omertà, onore e fedeltà sono i valori che la rete di matrimoni tende a preservare. L’obiettivo della politica dei matrimoni della ‘Ndrangheta è che la famiglia intesa come gruppo funzionale coincida il più possibile con quella intesa come gruppo di sangue. “Ribellarsi in un tipo di società così violenta e coesa diventa davvero difficile per i membri del clan” prosegue il sociologo della Bicocca.

Il gruppo dell’università milanese – che ha già condotto studi simili in passato, sia sui matrimoni che sulle vendette all’interno della criminalità organizzata – non ha trovato un tasso di natalità troppo diverso dal normale fra le famiglie di ‘Ndrangheta. Né ha riscontrato l’abitudine, osservata in molte società premoderne, di offrire la propria figlia in matrimonio come forma di considerazione e onore nei confronti della famiglia dello sposo. “Questo è vero nella ‘Ndrangheta in maniera molto limitata. Nel 55-60% dei casi le famiglie potenti ricevono l’offerta delle ragazze dei clan meno potenti, nel resto delle unioni avviene il contrario”.

Il paradosso sottolineato dai ricercatori milanesi è che la ‘Ndrangheta adotta un comportamento del tutto premoderno per costruire una rete di legami e garantirsi un flusso di informazioni. “Dall’altro lato però – riflette Aziani - rappresenta una delle organizzazioni più influenti, efficaci e potenti, che è riuscita ad abbracciare la globalizzazione, si è infiltrata nella finanza dell’Italia, del Nord Europa e del mondo. E’ diventata abilissima a operare nella contemporaneità, pur appoggiandosi su strumenti che restano assolutamente ancestrali. Questa tensione fra caratteri così contrapposte sembra funzionare bene per il suo successo”.

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