Raffiche di mitra dei libici contro SeaWatch5 dopo un salvataggio. L’ong: “Ci hanno sparato addosso”
di Alessia CanditoUna raffica, quindici colpi, il panico che si diffonde a bordo. E subito dalla radio la minaccia: “Go to Tripoli, go to Tripoli”. Una motovedetta libica ha sparato in acque internazionali contro Sea-Watch 5, che aveva appena finito di soccorrere 90 persone da un barchino malandato, per poi intimare al capitano di dirigere la nave di soccorso verso la Libia, pena l’immediato abbordaggio. Non si trattava di colpi di avvertimento. Gli spari, almeno quindici, hanno preso di mira la nave, come nel settembre scorso successo con la Ocean Viking.
Il racconto della capomissione
"Avevamo 90 persone a bordo, fra cui due incoscienti. Siamo stati avvicanati da barche che non si sono identificate e hanno subito iniziato a sparare”, racconta Eilora, la capomissione di Sea Watch. A bordo, s…
Una raffica, quindici colpi, il panico che si diffonde a bordo. E subito dalla radio la minaccia: “Go to Tripoli, go to Tripoli”. Una motovedetta libica ha sparato in acque internazionali contro Sea-Watch 5, che aveva appena finito di soccorrere 90 persone da un barchino malandato, per poi intimare al capitano di dirigere la nave di soccorso verso la Libia, pena l’immediato abbordaggio. Non si trattava di colpi di avvertimento. Gli spari, almeno quindici, hanno preso di mira la nave, come nel settembre scorso successo con la Ocean Viking.
Il racconto della capomissione
"Avevamo 90 persone a bordo, fra cui due incoscienti. Siamo stati avvicanati da barche che non si sono identificate e hanno subito iniziato a sparare”, racconta Eilora, la capomissione di Sea Watch. A bordo, subito è scattato l’allarme. I naufraghi sono stati rapidamente messi in sicurezza e anche l’equipaggio ha cercato riparo. “Sono entrati tutti dentro, nella stiva. Sul ponte di comando, abbiamo ricevuto diverse chiamate radio dalle barche che ci avevano attaccati. Si sono identificati come Guardia costiera libica”. Attorno a SeaWatch5 c’erano una piccola imbarcazione della guardia costiera libica LCG-101 “ed è da lì che sono partiti gli spari”, spiegano da bordo, “poi poco dopo è arrivata la Corrubia Murzuq 662”.
L’ordine dei libici: “Spegnete i motori e poi seguiteci a Tripoli”
Via radio alla nave umanitaria è stato chiesto di spegnere i motori. “Continuavano a minacciarci, ci dicevano che se non li avessimo seguiti fino a Tripoli avrebbero usato la forza, fatto ancora fuoco e sarebbero saliti a bordo”, racconta la capomissione. Da bordo, subito è stata contattata la Germania, che della nave è Stato di bandiera per chiedere indicazioni. “Ci hanno detto di mettere prua a nord e andare a tutta macchina per metterci in sicurezza”, fanno sapere da Sea Watch. “Ai libici – racconta Eilora dal ponte di comando – abbiamo comunicato che non ci saremmo fermati, che stavamo andando verso Nord e abbiamo ricordato che noi avevamo semplicemente assistito una barca in difficoltà in acque internazionali”
Braccati per oltre un’ora
La Guardia costiera libica però non hanno mollato. Per oltre un’ora hanno seguito Sea Watch5 con la motovedetta da cui sono partiti i colpi e con una barca più piccola, continuando a minacciare l’equipaggio. "Non è la prima volta che succede, anzi proprio il gruppo che è a bordo già in passato è stato attaccato dai libici. E’ estenuante, anche perché tutto questo succede grazie al supporto dell’Unione europea”, aggiunge Eilora. Mentre la nave umanitaria si allontanava, è stata affiancata da un’altra motovedetta libica, la Bigliani Ras Jadir 648, un’altra della dotazione che la Libia ha avuto in dono dall’Italia.
Sea-Watch: “Roma se n’è lavata le mani”
“Le autorità italiane, interpellate da Sea-Watch, non sono intervenute – denuncia l’ong tedesca – affermando che la situazione non è di loro competenza”. Ma quelle motovedette – protestano da bordo – “sono state donate alla Libia dal governo italiano per le operazioni di cattura e respingimento nel Mediterraneo, come da intesa siglata tra i due Paesi. Per questo l’Italia avrebbe dovuto attivarsi con urgenza per la sicurezza delle persone a bordo”. Da Roma, per ore non è arrivata indicazione di porto sicuro, sebbene, come da protocollo, dal ponte di comando, prima e dopo il salvataggio dei 90 naufraghi, siano state avvisate tutte le autorità competenti. Solo a metà pomeriggio alla Sea Watch5 è stato ordinato di raggiungere Brindisi, distante quattro giorni di navigazione.
"Mediterraneo luna park per criminali”
“Il Mediterraneo è ormai diventato un parco giochi per criminali sostenuti dagli interessi complici Ue”, attacca la portavoce di Sea-Watch, Giorgia Linardi. “Poco dopo l’abbordaggio e la cattura della Flotilla da parte di Israele in acque internazionali, siamo davanti a un altro atto di pirateria nel Mediterraneo da parte di attori attivamente supportati e finanziati dal governo italiano e dall’Unione Europea”. E non si tratta, sottolinea, di un caso isolato. “Con le nostre operazioni testimoniamo quotidianamente episodi di violenza in mare perpetrati dai libici ai danni delle persone in fuga, tutte nell’impunità totale”.
Insorgono le opposizioni
Per Nicola Fratoianni deputato di Avs e leader di Sinistra italiana, che “una milizia finanziata dal nostro Paese” spari contro una nave umanitaria è “un crimine inaudito” in un Mediterraneo “che sta diventando far west”. Dal governo, sottolinea, “ci aspetteremmo una presa di posizione netta, ma sappiamo già che non accadrà. I cacciatori di trafficanti a parole preferiscono criminalizzare il soccorso in mare piuttosto che fare qualcosa contro i trafficanti veri, come Al Masri". E citando le parole del vicepremier Tajani, conclude: “Quando il diritto internazionale 'vale fino a un certo punto' siamo tutti meno sicuri e più esposti alle prepotenze di chi si sente impunito". Attacca anche il deputato Pd Matteo Orfini. "Il governo non può ancora una volta fingere di non vedere, non può rifiutarsi di intervenire. Il Mediterraneo è sempre più un cimitero dove bande di criminali operano indisturbate per impedire di salvare vite. Lo ribadiamo ancora una volta: quegli accordi vanno stracciati e serve una nuova Mare nostrum europea”. Punta il dito contro l’esecutivo Meloni anche Angelo Bonelli, coportavoce dei Verdi e deputato di Avs: “Le responsabilità del governo italiano sono gravissime perchè quanto accaduto è il frutto diretto del Memorandum Italia-Libia, con cui da anni l'Italia e l'Europa delegano ai libici i respingimenti nel Mediterraneo, finanziando e sostenendo soggetti accusati di violenze, torture e sequestri”. Il risultato, sottolinea “non è stato sicurezza, ma soltanto più morte, violenza e impunità".