Cronaca

Hantavirus: “Vaccino pronto in cento giorni”. Ma la corsa è all’inizio

Hantavirus: “Vaccino pronto in cento giorni”. Ma la corsa è all’inizio
(afp)

Corea del Sud e Cina ne hanno sviluppato uno, ma è poco efficace. Ora si punta sul modello Rna come contro il Covid. Mancano fondi per le sperimentazioni umane. L’americana Moderna ieri, grazie al focolaio sulla nave, ha fatto un balzo

in borsa del 6,2%

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La “malattia X” per l’Organizzazione Mondiale della Sanità è un’ipotetica infezione ignota capace di causare una pandemia improvvisa. La lista dei microbi che potrebbero accenderla include gli Hantavirus, responsabili del focolaio sulla nave Hondius.

Sono però poco diffusi e nessuna azienda farmaceutica vi investe. I vaccini messi a punto in quarant’anni (gli Hantavirus sono stati scoperti in Corea negli anni ’70) sollecitano solo fiaccamente il sistema immunitario e richiedono tre o più dosi. L’unico autorizzato in Corea del Sud e Cina dal 1990 (Hantavax) è così poco efficace da non essere quasi più usato. Suddivisi in decine di ceppi, gli Hantavirus avrebbero bisogno poi di una manciata di vaccini, ognuno con i suoi test del costo di alcuni milioni. Hantavax ad esempio funziona (quel poco) solo su due ceppi asiatici.

Cile, Stati Uniti, Canada, Cina e Corea battono la testa da decenni contro il vaccino per gli Hantavirus. «In passato si usavano soprattutto virus inattivati, meno efficaci rispetto per esempio alla nuova tecnica dell’Rna» spiega Marco Cavaleri, direttore del dipartimento rischi per la salute pubblica e della task force emergenze dell’Agenzia Europea per i Medicinali (Ema).

«I vaccini a Rna messi a punto contro il Covid stimolano meglio il sistema immunitario e sono molto più rapidi da produrre rispetto a quelli proteici. Il focolaio di Hantavirus di oggi sarà con tutta probabilità contenuto. Potremmo però sfruttare l’episodio per mettere alla prova la capacità di produrre un vaccino in cento giorni».

Un vaccino in cento giorni è la priorità che l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha indicato per sconfiggere la “malattia X”. Per il Covid tra 2020 e 2021 erano serviti 10 mesi. Oggi l’azienda americana Moderna, specializzata in Rna, collabora a Seul con l’università della Corea (dove è stato messo a punto Hantavax) per produrre un nuovo vaccino contro gli Hantavirus.

L’accordo risale al settembre 2024. Seul ha disegnato la “carta geografica” del virus, con gli antigeni più adatti a stimolare il sistema immunitario. L’azienda americana parte dalle informazioni di Seul per sintetizzare l’Rna da usare per l’immunizzazione.

Cento giorni sono passati — non c’è in effetti alcuna emergenza — e Moderna descrive i suoi sforzi come «allo stadio iniziale». Il vaccino ha funzionato sulle cavie, ma non ha trovato fondi per le sperimentazioni umane.

La Hondius potrebbe accelerare le ricerche. Moderna ieri è salita in borsa del 6,2% grazie sia al focolaio della nave che all’uscita dei dati sul nuovo vaccino a Rna contro l’influenza, più efficace degli attuali. La Corea, che registra la metà circa delle infezioni di Hantavirus in Asia (400-500 l’anno, soprattutto fra i militari) ha tutto l’interesse a completare le sperimentazioni.

Non basterà comunque. «Un vaccino contro un Hantavirus asiatico non funzionerebbe contro il ceppo Andes, responsabile del focolaio della nave» prosegue Cavaleri.

Moderna ha avviato una collaborazione anche con l’Army Medical Research Institute of Infectious Diseases (Amriid), il laboratorio medico dell’esercito Usa. «Nelle Americhe, oltre ad Andes, è diffuso l’Hantavirus Sin Nombre, molto pericoloso e letale». Il ceppo ha causato nel 2012 tre morti fra i campeggiatori nel parco di Yosemite, in California. Avevano dormito in una tenda con dei roditori.

All’Amriid lavora da trent’anni Jay Hooper, veterano degli studi sugli Hantavirus. Usando il Dna (tecnica simile a Moderna), il suo laboratorio del Maryland ha condotto la sperimentazione di fase uno (poche decine di volontari) su tre vaccini: contro il virus Andes, diffuso in America del Sud, e altri due ceppi nordamericani. La stimolazione del sistema immunitario non è stata molto potente. Di qui la necessità di usare tre dosi.

«Poiché i casi umani di Andes sono rari e sparpagliati in zone lontane fra loro — ha spiegato Hooper a Nature — sarà arduo condurre una sperimentazione di tipo tre». Questi trial, gli ultimi prima dell’approvazione per l’uso umano, richiedono infatti diverse migliaia di volontari.

La strada del vaccino non è l’unica, fra quelle che sfruttano il sistema immunitario per sconfiggere l’infezione. «Sono allo studio anticorpi monoclonali prelevati da persone infettate o vaccinate e poi riprodotti in laboratorio» spiega Cavaleri. «Gli studi in questo campo sono però preliminari. Bisogna ancora completare i test preclinici prima di dare il via alle sperimentazioni sull’uomo».

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