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Soliloqui, lo psichiatra: “Due persone su tre li fanno. Possono essere un indizio, non una prova”

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Giuseppe Sartori dell’università di Padova: “Pensando a voce alta può capitare di saltare dalla realtà alla fantasia. Valutarlo nel delitto di Garlasco non sarà facile”
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Andrea Sempio non è solo. “Al 61% delle persone, secondo gli studi sui soliloqui, capita di pensare a voce alta” spiega Giuseppe Sartori, professore emerito di neuropsicologia forense all’università di Padova. “E’ un fenomeno diffuso fra tutti i tipi di personalità e solo in rari casi può essere collegato a un problema mentale”.

Giuseppe Sartori 

Essere soli in auto favorisce i soliloqui?

“Sì, una ricerca sugli studenti universitari ha dimostrato che studiare e guidare sono le condizioni in cui capita più spesso di pensare a voce alta. Ripassare a voce alta aiuta a memorizzare. L’auto invece è percepita come un ambiente separato dall’esterno e i soliloqui avvengono in genere quando si è da soli. Un pregiudizio del tutto scorretto li associa infatti a una malattia mentale”.

Andrea Sempio non è solo. “Al 61% delle persone, secondo gli studi sui soliloqui, capita di pensare a voce alta” spiega Giuseppe Sartori, professore emerito di neuropsicologia forense all’università di Padova. “E’ un fenomeno diffuso fra tutti i tipi di personalità e solo in rari casi può essere collegato a un problema mentale”.

Giuseppe Sartori 

Essere soli in auto favorisce i soliloqui?

“Sì, una ricerca sugli studenti universitari ha dimostrato che studiare e guidare sono le condizioni in cui capita più spesso di pensare a voce alta. Ripassare a voce alta aiuta a memorizzare. L’auto invece è percepita come un ambiente separato dall’esterno e i soliloqui avvengono in genere quando si è da soli. Un pregiudizio del tutto scorretto li associa infatti a una malattia mentale”.

Non è mai così?

“Può capitare a chi è depresso di ruminare sempre gli stessi pensieri o a chi è ansioso di soffrire di idee intrusive. Durante le psicosi si possono avere allucinazioni, ma stiamo parlando di questioni del tutto diverse da un normale soliloquio”.

Perché può capitare di pensare a voce alta?

“Ci sono diversi tipi di soliloqui, ognuno con le sue cause. Il soliloquio di processo avviene ad esempio quando risolviamo un problema di matematica. Ripetiamo a voce alta tutte le fasi del calcolo perché è più facile notare eventuali errori. E’ una sorta di autocontrollo ed è più efficace se avviene pronunciando le operazioni”.

Non è il caso di Andrea Sempio.

“Il soliloquio di fatto consiste nel rimuginare su una vicenda realmente accaduta. Poi c’è il mind wandering, o la mente che vaga. Qui si può entrare nel regno della fantasia. Come in una sorta di laboratorio sociale, il cervello può iniziare a immaginare scene future. Se un ragazzo ha un appuntamento con una ragazza potrà anticipare nella sua mente i possibili scenari, prevedendo i dialoghi, le reazioni, il clima dell’incontro. Lo stesso può avvenire dopo che la conversazione reale è finita. Ci si inizia a costruire una realtà controfattuale: se avessi dato questa risposta invece dell’altra l’appuntamento sarebbe andato meglio, e così via”.

Nel delitto di Garlasco bisognerà capire se il soliloquio di Sempio era fattuale o frutto di mind wandering.

“Non sarà facile valutarlo. Qui entriamo nella questione delicata dell’indizio e della prova. Un soliloquio all’interno di un processo può essere considerato un indizio. Un indizio da solo non fa una prova, ma molti indizi concordanti e significativi possono essere la base di un giudizio di colpevolezza”.

Le è mai capitato in un processo di dover valutare un soliloquio?

“No mai, è la prima volta che lo sento. In questo caso il soliloquio potrebbe essere considerato sostitutivo della confessione. Bisogna stare attenti però. Anche le confessioni, considerate una prova regina, vanno prese con le pinze. Negli Stati Uniti sono stati analizzati 400 casi di assoluzioni dopo una revisione con il test del Dna. Nel 20% dei casi c’erano state delle confessioni evidentemente false”.

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