Non solo borghi e isole, ora la pluriclasse è in città: “Bimbi in calo, è l’unica via”
di Giulia D'AleoC’erano una volta nelle aree remote: borghi di montagna, vallate scollegate, piccole isole. Oggi invece le pluriclassi hanno iniziato a bussare alle porte delle città, infilarsi nelle periferie urbane e circondare i centri storici, incalzate da un calo demografico che non risparmia nessuno. Queste classi ibride, in cui studenti di età e anni scolastici diversi si ritrovano gli uni accanto agli altri quando gli iscritti non bastano a formarne più di una, cinque anni fa erano 1325. Ma già nel 2025, ultimi dati del ministero dell’Istruzione, sono salite a 1392.
Accade così che alla periferia di Padova, a dieci minuti di auto appena dalla Piazza dei Signori, nove bambini di terza e altri nove di quinta condividano da un paio d’anni la stessa aula alla scuola primaria Fogazzaro. «Un esperimento stranissimo per una città come la nostra», ammette la dirigente dell’Istituto comprensivo Tartini, Maria Rampazzo. Ma anche l’unico…
C’erano una volta nelle aree remote: borghi di montagna, vallate scollegate, piccole isole. Oggi invece le pluriclassi hanno iniziato a bussare alle porte delle città, infilarsi nelle periferie urbane e circondare i centri storici, incalzate da un calo demografico che non risparmia nessuno. Queste classi ibride, in cui studenti di età e anni scolastici diversi si ritrovano gli uni accanto agli altri quando gli iscritti non bastano a formarne più di una, cinque anni fa erano 1325. Ma già nel 2025, ultimi dati del ministero dell’Istruzione, sono salite a 1392.
Accade così che alla periferia di Padova, a dieci minuti di auto appena dalla Piazza dei Signori, nove bambini di terza e altri nove di quinta condividano da un paio d’anni la stessa aula alla scuola primaria Fogazzaro. «Un esperimento stranissimo per una città come la nostra», ammette la dirigente dell’Istituto comprensivo Tartini, Maria Rampazzo. Ma anche l’unico possibile per tenere in vita il plesso e la sua unicità: «Resta uno dei pochi con orario antimeridiano, volevamo accontentare i genitori. E poi le scuole sono un presidio insostituibile». Lo stesso si è detto Paolo Tocco, dirigente dell’Ic San Martino-Borgoratti di Genova, il più esteso delle città con 1.100 studenti e due pluriclassi. Nei quartieri di Bavari e Apparizione, immersi nel verde ma amministrativamente urbani, non viene più raggiunto il minimo previsto di 15 iscritti: dove prima esistevano sezioni complete, oggi si accorpano seconda e quarta, un’altra con la quinta. «E presto avremo insieme anche bimbi dai sei agli undici anni — anticipa Tocco — . Da quando sono arrivato in questo istituto ho assistito al suo progressivo impoverimento. Il mio compito è accompagnarlo in questo nuovo processo».
Ma una pluriclasse è nata anche ad Arezzo, alla primaria Livio Tempesta, e il prossimo anno un’altra debutterà a Ravenna, alla Scuola Giuseppe Garibaldi di Porto Corsini. L’Emilia-Romagna opta per il pragmatismo e stanzia quasi un milione di euro per le classi eterogenee, mentre Trieste segna un record: nel 2026/2027 passeranno da 3 a 26. Sono ancora più rodati all’Ic Catanzaro Mater Domini-Nord Est Manzoni: 26 plessi, quasi la metà dell’intera città, e undici pluriclassi. «La differenza d’età non è un limite — assicura il dirigente Giulio Comerci — : gli alunni imparano a collaborare, ascoltare, acquisiscono un senso di responsabilità verso gli altri».
Non tutti concordano. Appelli dei genitori, lettere e sfoghi sui giornali locali hanno accompagnato la nascita della pluriclasse del quartiere di Lorenzo a Vaccoli di Lucca, tanto che la dirigente preferisce trincerarsi dietro un «no comment». A poca distanza, nel quartiere di Nave, la percezione cambia di poco: un male necessario. «Ne abbiamo attivata una con risorse interne, ma i genitori non sono contenti — ammette la dirigente dell’Ic Lucca 7 Teresa Monacci — . Per fortuna siamo riusciti a scongiurare il bis: i nuovi iscritti al prossimo anno ci permetteranno di sdoppiarle. Ma non penso sia un’esperienza negativa».
Tanti, eppure, la accolgono come una condanna. «Viene percepita come una classe di serie B, ma è un pregiudizio» commenta il dirigente di Genova. Perché l’offerta formativa, garantiscono, non ne risente affatto. «I programmi non esistono più, noi lavoriamo su obiettivi — racconta Patrizia Dignatici, che insegna nelle pluriclassi da 15 anni, l’ultima a Monchio di Palagano, paesino dell’appenino modenese — . Uso la didattica a spirale: partendo dal nucleo fondante di una disciplina, come il calcolo, divido la classe in gruppi di lavoro a seconda del livello. Oppure creo gruppi misti, in cui il grande fa da tutor al piccolo: uno rinforza le competenze, l’altro trae beneficio dall’apprendere da un pari». Ma, precisa, «dovrebbe essere così ovunque. Non si può lavorare per fasce anagrafiche: anche in una classe di 25 alunni non tutti apprendono allo stesso modo». Non è semplice: «Serve flessibilità: i docenti devono essere pronti a rispondere a input diversi nello stesso momento», spiega il dirigente Comerci. «Sono convinto che sia una ricchezza — si accoda Tocco — . Io stesso ho studiato in una pluriclasse, quando mia mamma insegnava in un paesino di montagna: un’esperienza unica e stimolante».
Non sempre, però, basta. Il prossimo anno la scuola Fogazzaro sarà costretta a chiudere per mancanza di iscrizioni al primo anno: l’attuale quinta andrà alle medie, mentre la terza verrà spostata in un plesso vicino. Lo stesso era accaduto alla vicina scuola De Amicis di Padova e a alla Settecà di Vicenza, entrambe passate dall’accorpamento delle classi poco prima della chiusura. «Quando arrivai per la prima volta in questo paesino — ricorda Dignatici — , l’ufficio scolastico regionale ci prospettò la situazione da lì a dieci anni: l’impatto del calo demografico si conosceva già, ma oggi ci stracciamo le vesti. La pluriclasse comporta dei costi e tanta lungimiranza, ma sarà un investimento».
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