Paolo Vezio è un fisico, ha lavorato per un triennio su un progetto di ingegneria dell’informazione a Firenze, ma da gennaio ha dovuto trovare altro, graziato da un contratto annuale al Cnr, poi chissà. Claudia era rientrata da Berlino tre anni fa, il suo contratto non esiste più. Il progetto di Marco si è dovuto fermare e così la sua retribuzione. Come ogni bolla destinata a esplodere, anche quella dei finanziamenti alla ricerca del Pnrr ha fatto bum. Spingendo fuori dal sistema accademico, o ai suoi margini, migliaia di studiosi. «Ed è ora», spiega il Coordinamento dei precari, «il picco della fine dei contratti».
Tra l’estate 2025 e quella 2026, secondo la Flc Cgil, sono scaduti o scadranno complessivamente 35mila contratti precari dell’università. Tra …
Paolo Vezio è un fisico, ha lavorato per un triennio su un progetto di ingegneria dell’informazione a Firenze, ma da gennaio ha dovuto trovare altro, graziato da un contratto annuale al Cnr, poi chissà. Claudia era rientrata da Berlino tre anni fa, il suo contratto non esiste più. Il progetto di Marco si è dovuto fermare e così la sua retribuzione. Come ogni bolla destinata a esplodere, anche quella dei finanziamenti alla ricerca del Pnrr ha fatto bum. Spingendo fuori dal sistema accademico, o ai suoi margini, migliaia di studiosi. «Ed è ora», spiega il Coordinamento dei precari, «il picco della fine dei contratti».
Tra l’estate 2025 e quella 2026, secondo la Flc Cgil, sono scaduti o scadranno complessivamente 35mila contratti precari dell’università. Tra loro ci sono quasi 25mila assegnisti, migliaia di dottorandi, 6 o 7mila ricercatori a tempo determinato di tipo A (Rtda) e altre figure. Il ministero stesso, nella relazione tecnica allegata a un emendamento della manovra, ha riconosciuto l’esistenza di 4.502 Rtda a termine tra lo scorso anno e questo, di cui 2.574 assunti con fondi Pnrr. Quell’afflusso straordinario di risorse e l’exploit di posizioni, benedette da atenei e studiosi, allungano ora ombre sul futuro.
La progressiva precarizzazione dell’università e della ricerca ha radici lontane, acuite dalla legge Gelmini del 2010. I cervelloni dell’Inaf hanno scritto giorni fa a Meloni, quelli del Cnr a Mattarella, ad esempio. Con l’esplosione della bolla del Pnrr, però, si è dovuti correre ai ripari almeno su una fetta. La ministra Anna Maria Bernini è intervenuta, anche grazie all’interessamento del Colle, con un piano straordinario di reclutamento: 60,7 milioni per l’assunzione di 1.600 ricercatori (più altri 400 negli enti di ricerca) da pescare tra gli Rtda in scadenza tra 2025 e 2026. Fuori gli altri. «Il piano — avvisa l’Adi, l’associazione dottorandi e dottori di ricerca — è in cofinanziamento. Metà del costo ricade sulle università, che dovranno poi sostenere il peso del successivo passaggio in ruolo a professore associato». I rettori stanno facendo di tutto per tenere i loro talenti, mentre il sistema è già sotto stress e una ventina di atenei camminano su un equilibrio finanziario fragile. Non ne va solo del destino personale di Paolo, Claudia o Marco, ma dei loro progetti, del futuro scientifico del Paese, delle infrastrutture per la ricerca che rischiano la desertificazione.
Al Piano straordinario, Bernini ha affiancato il Fondo per la programmazione della ricerca: una misura triennale da un miliardo e 252 milioni, a cui si aggiungono i 150 milioni di euro annui destinati ai Prin. «Per la prima volta — ammette l’Adi — Bernini ha fissato un cronoprogramma pluriennale dando certezze sulle date di pubblicazione dei bandi e la disponibilità dei finanziamenti. Resta il problema della quantità delle risorse, di cui va chiesto conto anche al Mef, non in grado di riassorbire la bolla del Pnrr e di fermare l’emorragia della ricerca».