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Sub morti alle Maldive, il rimpallo delle accuse: “Dotazioni e profondità sicurezza non garantita”

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Sospesa la licenza alla Duke of York. Il tour operator italiano: “Non avremmo mai autorizzato una discesa oltre i trenta metri”
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Due inchieste, una aperta alle Maldive e una in Italia, per capire cosa sia accaduto davvero a oltre 60 metri di profondità. Ma soprattutto per verificare se attorno a quella crociera scientifica siano state rispettate tutte le regole di sicurezza previste per immersioni estreme, quelle che richiedono brevetti particolari, miscele specifiche e autorizzazioni precise. Perché, mentre il dolore per la tragedia continua a travolgere amici e familiari delle vittime, ora dopo ora emergono interrogativi, possibili leggerezze, omissioni da chiarire da parte di chi quella crociera alle Maldive l’ha gestita.

Non a caso ieri il ministero del Turismo maldiviano ha sospeso a tempo indeterminato la licenza della “Duke of York”, la safari boat sulla quale si trovavano i cinque sub…

Due inchieste, una aperta alle Maldive e una in Italia, per capire cosa sia accaduto davvero a oltre 60 metri di profondità. Ma soprattutto per verificare se attorno a quella crociera scientifica siano state rispettate tutte le regole di sicurezza previste per immersioni estreme, quelle che richiedono brevetti particolari, miscele specifiche e autorizzazioni precise. Perché, mentre il dolore per la tragedia continua a travolgere amici e familiari delle vittime, ora dopo ora emergono interrogativi, possibili leggerezze, omissioni da chiarire da parte di chi quella crociera alle Maldive l’ha gestita.

Non a caso ieri il ministero del Turismo maldiviano ha sospeso a tempo indeterminato la licenza della “Duke of York”, la safari boat sulla quale si trovavano i cinque sub italiani morti durante l’immersione. Un provvedimento motivato con la gravità dell’incidente ma che rappresenta soltanto il primo passo di una verifica molto più ampia. Gli investigatori maldiviani stanno acquisendo documenti, autorizzazioni, brevetti e permessi relativi alla barca e alle società coinvolte nell’organizzazione della spedizione. Parallelamente, in Italia, la procura che ha aperto un fascicolo acquisirà relazioni, testimonianze e certificazioni tecniche per ricostruire l’intera catena organizzativa della crociera.

La spedizione era stata venduta dal tour operator piemontese Albatros Top Boat di Verbania e organizzata a bordo della “Duke of York”, imbarcazione di proprietà della società maldiviana Island Cruiser Limited Company di Malé. La linea difensiva della Albatros è già chiara: il tour operator sostiene di non essere stato informato dell’immersione oltre i trenta metri e afferma che, se lo avesse saputo, non l’avrebbe mai autorizzata. Alle Maldive infatti immersioni oltre quella quota richiedono una specifica autorizzazione dell’autorità marittima locale. «Da parte nostra non era stata chiesta», sostiene la legale della società Orietta Stella. E anche l’università di Genova ha detto di non sapere. Ed è proprio attorno a questo punto che si concentra una parte decisiva dell’inchiesta: capire chi abbia autorizzato la discesa a profondità molto superiori ai limiti ordinari previsti dalla normativa maldiviana.

Perché dai primi accertamenti delle autorità italiane starebbe emergendo la convinzione che vi siano state violazioni evidenti nella gestione della sicurezza dell’immersione. Non da parte delle vittime, tutte considerate subacquei di altissimo livello ed esperienza, ma di chi avrebbe dovuto vigilare sull’organizzazione e sulle autorizzazioni della battuta. In sostanza, il sospetto è che un’immersione estremamente complessa dal punto di vista tecnico e della sicurezza sia stata gestita con procedure inadeguate, quasi fosse una normale uscita subacquea turistica. Anche i legali delle famiglie respingono l’idea che possano essere stati i sub a ignorare le regole. Lo dicono gli amici e i colleghi della professoressa Monica Montefalcone, la docente di Ecologia dell’ateneo di Genova morta insieme con la figlia. «Federico Gualtieri — spiegano invece i suoi avvocati Antonello Riccio e Gianluigi Dell’Acqua. aveva già lavorato alle Maldive e, come gli altri partecipanti all’immersione, era un professionista altamente specializzato». Impossibile dicono che ci siano state leggerezze.

Ed è anche per questo che prende sempre più corpo l’ipotesi dell’incidente maturato in profondità. L’ipotesi è che uno dei sub possa essere rimasto incastrato o in difficoltà e che gli altri abbiano tentato di aiutarlo, restando a loro volta bloccati in profondità. A quel punto il consumo d’aria accelera, i margini si riducono, il tempo diventa decisivo. Il dato ritenuto cruciale dagli investigatori è quello relativo alla bombola di Gianluca Benedetti, l’istruttore e capo barca trovato morto nelle prime ore dopo la tragedia. Era separato dagli altri e la sua bombola sarebbe stata praticamente vuota. Un elemento che farebbe pensare a un tentativo disperato di risalita. Benedetti aveva con sé anche il bombolino di nitrox utilizzato nelle emergenze e nella decompressione, ma non sarebbe riuscito a tornare almeno a trenta metri di profondità, quota necessaria per poter utilizzare quella miscela in sicurezza. Ed è probabilmente in quei metri mancanti che si nasconde la chiave della tragedia.

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