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Muore prima di poter riabbracciare i figli: Viminale condannato per i ritardi nel ricongiungimento

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Annick, una donna ivoriana, ha lavorato 17 anni a Firenze per raggiungere tutti i requisiti richiesti per far venire in Italia i suoi bambini. Ma il nullaosta è arrivato con un anno di ritardo e lei è morta a 37 anni per un infarto improvviso
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Cameriera e operaia in hotel a Firenze. Per diciassette anni Annick Mireille Blandine Loba, arrivata in Italia dalla Costa d’Avorio nel 2004, ha lavorato duramente per raggiungere i requisiti necessari a far arrivare i suoi due bimbi che aveva lasciato piccolissimi a casa. Nel 2021 aveva finalmente tutte le carte in regola ma il nullaosta che avrebbe dovuto essere rilasciato entro tre mesi, è arrivato solo un anno dopo e Annick è morta giovanissima, a 37 anni, per un infarto improvviso senza poter riabbracciare i suoi figli.

Che poi ci hanno messo altri due anni ad ottenere il permesso di entrare in Italia, accolti dall’abbraccio del Comune di Dicomano che, nel frattempo, alla memoria di Annick ha dedicato un progetto per il diritto all’unità familiare. Ora, a distanza di altri due anni, il tribunale di Roma ha riconosciuto un risarcimento simbolico di 3600 euro ai due ragazzi, condannando il ministero dell’Interno: i ritardi nella burocrazia e i mille ostacoli che sono ormai quotidia…

Cameriera e operaia in hotel a Firenze. Per diciassette anni Annick Mireille Blandine Loba, arrivata in Italia dalla Costa d’Avorio nel 2004, ha lavorato duramente per raggiungere i requisiti necessari a far arrivare i suoi due bimbi che aveva lasciato piccolissimi a casa. Nel 2021 aveva finalmente tutte le carte in regola ma il nullaosta che avrebbe dovuto essere rilasciato entro tre mesi, è arrivato solo un anno dopo e Annick è morta giovanissima, a 37 anni, per un infarto improvviso senza poter riabbracciare i suoi figli.

Che poi ci hanno messo altri due anni ad ottenere il permesso di entrare in Italia, accolti dall’abbraccio del Comune di Dicomano che, nel frattempo, alla memoria di Annick ha dedicato un progetto per il diritto all’unità familiare. Ora, a distanza di altri due anni, il tribunale di Roma ha riconosciuto un risarcimento simbolico di 3600 euro ai due ragazzi, condannando il ministero dell’Interno: i ritardi nella burocrazia e i mille ostacoli che sono ormai quotidiani nel disbrigo delle procedure di asilo, di permessi di soggiorno e di ricongiungimenti familiari, nel caso di Annick e dei suoi figli hanno impedito l’ultimo abbraccio tra i componenti di questo nucleo familiare.

La storia di Annick

Una storia che ha commosso tutto il piccolo centro di Dicomano, dove la giovane donna – fuggita dalla Costa d’Avorio ad appena 19 anni, lasciando due bimbi ancora in fasce alla famiglia – aveva trovato accoglienza. Annick era giunta in Italia con l’obiettivo di far arrivare i due figli non appena possibile e per questo, per diciassette anni, ha lavorato sodo fino a raggiungere tutti i requisiti: permesso di soggiorno, reddito da lavoro, idoneità della casa dove sarebbe andata ad abitare con i suoi bambini. A novembre 2021 finalmente la domanda di ricongiungimento familiare viene inviata ma la prefettura di Firenze ci mette quasi un anno per rilasciare il nullaosta. Tredici giorni dopo, la morte improvvisa della donna.

I figli arrivati in Italia due anni dopo

Il Comune toscano, molto colpito dalla vicenda, si batte per far arrivare i due ragazzi. Il ministero degli Esteri frappone mille ostacoli, avanza persino l’ipotesi di un esame del Dna che avrebbe costretto a riesumare la salma della madre, ma finalmente i permessi arrivano e i due orfani di Annick entrano in Italia. Assistiti dall’avvocato Gennaro Santoro fanno causa e ottengono il risarcimento da parte del tribunale di Roma che ha condannato il Viminale.

Class action contro i ritardi della burocrazia

"La decisione favorevole ottenuta dai figli della signora Annick ci auguriamo funga da monito affinché prefetture e ambasciate gestiscano con maggiore tempestività le pratiche di ricongiungimento familiare – dice l’avvocato Gennaro Santoro – Il prossimo 7 luglio si terrà l’udienza della class action promossa contro i ritardi delle ambasciate, e auspichiamo che il ministero degli Affari Esteri intervenga per riorganizzare in modo efficace il lavoro delle sedi diplomatico-consolari nel rilascio dei visti.È necessario porre fine a quelle prassi amministrative che ledono gravemente i diritti fondamentali di minori, genitori e anziani, insomma di intere famiglie: persone che chiedono soltanto di potersi ricongiungere con i propri cari una volta maturati i requisiti previsti dalla legge”.

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