Lo psicologo Rizzi: “Il perdono di Davide è una lezione di umanità che disarma la violenza”
di Maria Novella De Luca“Perdonando i suoi aggressori Davide ci ha dato non solo una straordinaria lezione di umanità, ma ha liberato la sua vita futura dal rancore e dall’odio. Ha “slegato” se stesso da chi gli ha fatto del male. Accadde anche a me quando decisi di non odiare più l’assassino di mia sorella: psicologicamente è una rivoluzione”.
E’ abituato a mettere le mani nel dolore e nella violenza dei giovanissimi, Damiano Rizzi, psicologo di pronto soccorso al San Matteo di Pavia, psicoterapeuta e presidente della Fondazione Soleterre che aiuta i bambini nelle zone di guerra. Ha appena scritto un libro che arriva al cuore come una freccia. Si chiama “Adolescenza, parliamone” (Piemme) ed è un saggio, ma anche una memoria personale dedicata ai più giovani, per “disarmare nelle loro menti la violenza ed educare all’amore”. In quella fase della vita nella quale rabbia e aggressività possono travolgere – anche in modo irreparabile – il domani di una ragazza o di un ragazzo. Tutti, vittime e carnefici.
“Perdonando i suoi aggressori Davide ci ha dato non solo una straordinaria lezione di umanità, ma ha liberato la sua vita futura dal rancore e dall’odio. Ha “slegato” se stesso da chi gli ha fatto del male. Accadde anche a me quando decisi di non odiare più l’assassino di mia sorella: psicologicamente è una rivoluzione”.
E’ abituato a mettere le mani nel dolore e nella violenza dei giovanissimi, Damiano Rizzi, psicologo di pronto soccorso al San Matteo di Pavia, psicoterapeuta e presidente della Fondazione Soleterre che aiuta i bambini nelle zone di guerra. Ha appena scritto un libro che arriva al cuore come una freccia. Si chiama “Adolescenza, parliamone” (Piemme) ed è un saggio, ma anche una memoria personale dedicata ai più giovani, per “disarmare nelle loro menti la violenza ed educare all’amore”. In quella fase della vita nella quale rabbia e aggressività possono travolgere – anche in modo irreparabile – il domani di una ragazza o di un ragazzo. Tutti, vittime e carnefici.
Eppure il gesto di Davide Simone Cavallo - lo studente di 23 anni picchiato e accoltellato davanti a una discoteca milanese da cinque ragazzi, di cui due minorenni – che ha abbracciato in aula i suoi aggressori, è davvero – dice Rizzi - “un fascio di luce nel buio”. “Un altro mondo è possibile: ce l’ha dimostrato un ragazzo di 22 anni”. Rimasto disabile dopo quella feroce aggressione.
Rizzi, lei ha scelto parlare di adolescenza violenta partendo dal dato più duro della sua autobiografia: il femminicidio di sua sorella Tiziana nel 2013.
“Perché non accada più. Perché è una tragedia quotidiana sotto i nostri occhi: ragazzini che si uccidono a coltellate, vittime di femminicidio sempre più giovani assassinate da coetanei. I dati sulle armi bianche trovate nelle mani di giovanissimi sono esplosivi: sequestri aumentati del 455% in 10 anni. Penso ad Abu, 18 anni, ferito morte da un compagno di scuola, a Gabriele, ucciso a Pavia da un sedicenne. Penso a Sara Campanella, a Ilaria Sula a Martina Carbonaro, lapidata a 14 anni. E’ in quegli anni acerbi dell’adolescenza che prende forma il nostro modo di amare, di elaborare il rifiuto, di gestire le nostre vulnerabilità, di destreggiarci nei conflitti”.
E perché tutto questo può trasformarsi in odio e morte?
“Perché i giovani oggi crescono circondati dal vuoto, così le risposte le cercano nella pornografia, nel web, nel confronto con amici smarriti quanto loro. In questo deserto di esempi e di significati, la violenza, in ogni forma, trova terreno fertile. Dov’era il mondo adulto quando nel cuore di quei ragazzi germogliava l’odio, bisogna chiedersi”.
Ecco, Rizzi, dov’è era, anzi dov’è il mondo adulto?
“Impegnato a vietare l’educazione sesso affettiva nelle scuole, a smantellare quel poco di stato sociale che c’era, a fare le crociate contro l’inesistente teoria gender. Perché non si nasce violenti, lo si diventa. E allora serve un luogo - e questo luogo è la scuola - dove di relazioni, di sessualità, di amore e di disamore si possa parlare. Per disinnescare la violenza. Perché è possibile. E il fatto che in Italia dalle primarie alle superiori questo insegnamento non esista, è scandaloso. Colpevole. Un fallimento politico e umano”.
Davvero lei crede che basti l’educazione affettiva per disinnescare la violenza?
“Ne sono convinto, faccio lo psicologo e vedo ragazzi sofferenti tutti i giorni, a cominciare dal pronto soccorso in cui lavoro. Tentativi di suicidio, disturbi alimentari, autolesionismo, gravidanze di bambine madri. Una generazione dove si è grandi a 10 anni e fragili a 15, con il corpo che esplode in pubertà sempre più precoci mentre la mente resta indietro. Bambini che accedono al porno a 8 anni distorcendo per sempre la loro visione dell’amore e del sesso, in senso misogino e possessivo verso le donne. O si “nutrono” di Tik Tok, si autoaddestrano alla vita negli abissi del dark web. Se tutto questo non trova una sponda in cui venire disinnescato – e la famiglia spesso nemmeno se ne accorge – la violenza può attecchire in un cuore giovane”.
Un esempio positivo di contrasto alla violenza?
“Anche l’adolescente più chiuso nella propria rabbia se ascoltato può trovare pace. Lo dico per esperienza. Ma in quanti si possono permettere la psicoterapia? Nemmeno il 20%. E contro la violenza di genere basta guardare alla Spagna: grazie alla nuova legge dove è centrale l’educazione sesso affettiva, il numero dei femminicidi è calato del 30%. In Italia invece dal giorno in cui è stata assassinata mia sorella, sono morte 1300 donne”.
Tiziana, uccisa a 36 anni, il filo rosso di questo libro.
“Era il 2013. Una giornata di luglio caldissima e soffocante. Mi chiamò mia madre, all’alba. “Non abbiamo più Tiziana” mi disse con una frase strana e disperata. Assassinata con centoundici coltellate dall’uomo che era stato il suo compagno fin dall’adolescenza. Aveva usato il coltello del pane. Provato a decapitarla. In quella casa c’era anche un bambino di due anni e mezzo, mio nipote, oggi mio figlio. In una notte aveva perso tutto: la mamma, il papà, i giochi, il futuro".
Sembra impossibile riprendersi davanti a una tale ferocia.
“Quando una tragedia così immensa sconvolge una famiglia, c’è una domanda che non ti lascia più: cosa non abbiamo visto, di cosa non ci siamo accorti in quella coppia che stava insieme fin dall’adolescenza? Quando la violenza si è radicata nella testa di lui? Cosa ci è sembrato “normale” e invece era l’anticamera del delitto? Domande senza risposta. L’ho capito incontrando tante altre vittime di femminicidio”.
Nel libro lei ricorda alcuni episodi che con lo sguardo del dopo facevano, forse, presagire, la tragedia.
“Ricordo una sera, quando la rabbia di lui esplose davanti a tutti durante la festa per i 31 anni di Tiziana: violenza verbale, allora, ma poi sarebbero diventate centoundici coltellate. E i tanti segnali che si accumulavano, le liti, le riconciliazioni, le lacrime. Ecco allora il tormento: se i carabinieri quella sera avessero risposto alla chiamata? Se non fosse più tornata da lui? Se non mi fossi fatto convincere a lasciarla andare quando mi diceva: Non capisci, gli voglio ancora bene…”.
Domande che bruciano ancora di più – forse - se per mestiere si indaga la mente degli altri.
“Non c’è dubbio. Già allora mi occupavo di bambini e ragazzi in zone di guerra e non mi ero accorto che la guerra ce l’avevo in casa. Per questo dedico la mia vita alla prevenzione della violenza negli adolescenti. Per disarmargli il cuore. Come ha fatto Davide Cavallo.”.
Lei ha adottato suo nipote. Orfano di femminicidio.
“Ci sono voluti otto anni e ho provato sulla mia e sulla sua pelle la totale assenza dello Stato, i tempi infiniti, l’ostilità dei giudici, l’astrusa burocrazia per accedere ai pochi fondi disponibili, i tentativi di negarmi l’adozione perché in quanto fratello della vittima sarei stato troppo coinvolto”.
Oggi come sta suo figlio?
“All’asilo, ricordo, le maestre erano spaventate. Come gestire un bambino figlio di una donna uccisa dal padre? C’era il vuoto attorno a lui. Oggi è un ragazzo che ha compiuto 15 anni e che ha attraversato – da solo – la scuola e la crescita, portandosi dentro tutto ciò che gli era accaduto. Lo ha elaborato e continua a farlo grazie alla psicoterapia. Privata. Il mondo adulto ha dimenticato gli adolescenti. E neppure per gli orfani di femminicidio è previsto un percorso psicologico gratuito. Il dolore è certo. L’aiuto dello Stato, in Italia, invece no”.