Crans, la madre del giovane Kean: “Dal ministro promesse che ci fanno sperare, gli servono cure”
di Tiziana De Giorgio«Le parole del ministro ci hanno dato conforto». Ha la voce stanca, bassissima, Jim Kristal, mentre parla al telefono con il fiatone di chi ha il passo svelto. Origini filippine, da più di vent’anni a Milano. Ha lasciato da poco il Niguarda e sta correndo con la sua bambina più piccola a una festa solidale organizzata per i feriti di Crans — Montana al Virgilio. È il liceo di Kean, suo figlio, ancora in ospedale per le gravissime ustioni che al Constellation hanno provato duramente il suo corpo. La lettera inviata dal ministro Schillaci a Repubblica, in risposta all’appello del direttore del Corriere dello Sport Ivan Zazzaroni, «arriva in un momento difficile per noi», confessa.
Jim, il ministro della Salute ha promesso che le vostre famiglie non verranno lasciate sole né ora né in futuro. Si sente rassicurata?
«Se il ministro ha detto così, mi rasserena. Abbiamo sentito vicine le istituzioni in questi mesi e di fronte a un promessa così, non posso che fidarmi».
Cosa le faceva paura p…
«Le parole del ministro ci hanno dato conforto». Ha la voce stanca, bassissima, Jim Kristal, mentre parla al telefono con il fiatone di chi ha il passo svelto. Origini filippine, da più di vent’anni a Milano. Ha lasciato da poco il Niguarda e sta correndo con la sua bambina più piccola a una festa solidale organizzata per i feriti di Crans — Montana al Virgilio. È il liceo di Kean, suo figlio, ancora in ospedale per le gravissime ustioni che al Constellation hanno provato duramente il suo corpo. La lettera inviata dal ministro Schillaci a Repubblica, in risposta all’appello del direttore del Corriere dello Sport Ivan Zazzaroni, «arriva in un momento difficile per noi», confessa.
Jim, il ministro della Salute ha promesso che le vostre famiglie non verranno lasciate sole né ora né in futuro. Si sente rassicurata?
«Se il ministro ha detto così, mi rasserena. Abbiamo sentito vicine le istituzioni in questi mesi e di fronte a un promessa così, non posso che fidarmi».
Cosa le faceva paura più di ogni altra cosa?
«Kean fra i ragazzi è il più grande di tutti, ha compiuto 17 anni in ospedale e la maggiore età è vicina oramai. Mio figlio purtroppo è ancora ricoverato. Ma quando finalmente uscirà, dovrà indossare delle guaine per proteggere le sue terribili ferite. E sono, purtroppo, costosissime».
Di che cifre parliamo?
«Confrontandomi con i genitori dei suoi compagni che sono già stati dimessi, si parla di circa 3 mila euro ogni sei mesi, se non di più. Vanno fatte su misura, cambiate spesso. Ma mio figlio è dimagrito tantissimo, ora sta riprendendo peso. E non è detto che le sue misure rimangano le stesse, potremmo doverlo fare con più frequenza. Ma sono cifre troppo alte, che non siamo in grado di sostenere».
Fra le rassicurazioni chieste a Schillaci, oltre alla garanzia sul fatto che le guaine siano gratuite anche dopo la maggiore età, ci sono psicologi e fisioterapisti a carico del servizio sanitario.
«Dopo le dimissioni non è finita. I nostri figli devono tornare in ospedale tre volte alla settimana per fare fisioterapia. Per molti però le condizioni impongono che sia necessaria tutti i giorni. Ne va della loro ripresa, della loro vita futura».
Come sta Kean?
«Purtroppo le sue ustioni sono di terzo grado profondo, su tutto il corpo. Al viso, alle braccia, alla schiena. E le sue dita, bruciate, sono rimaste chiuse. Non riesce ad aprirle. Al Niguarda stanno cercando di riabilitarle perché riprendano la loro funzionalità. Ma dovrà sicuramente sottoporsi a un intervento di chirurgia della mano in futuro».
Giorni fa, dopo mesi, è stato trasferito dal Centro Ustioni alla riabilitazione. Un passo in avanti.
«Mi fa male dirlo, ma ne abbiamo fatto un altro all’indietro. Le ferite sul viso non si stanno chiudendo e dovrà sottoporsi a un’altra operazione, è ricoverato in Chirurgia plastica ora. Sono percorsi imprevedibili, lunghi, dolorosi. Spesso ho un senso di impotenza. Ma lui è forte. E noi con lui».
Chi è Kean? Ce lo descrive lei?
«È il mio uomo di casa, quello che fa tutto. Un ragazzo dolcissimo che non dà fastidio, autonomo, ordinato. Dice che non sono brava a cucinare (ride, ma lo fa piangendo, ndr). Così, tante volte arriva prima di me, fa la spesa e prepara la cena, nonostante i cinque allenamenti a settimana e lo studio. Sogna di fare il calciatore nella vita. Quello che sa fare benissimo».
E voi come state, Jim?
«Vivere questi mesi è complicato, duro. Io e il papà siamo separati ma ci aiutiamo a vicenda. Gestire lui in ospedale, la nostra bambina più piccola, il lavoro che non possiamo abbandonare, è però difficilissimo. Trascorriamo 18 ore al giorno al Niguarda, da mesi dormiamo con lui, lì. Passiamo da casa solo per farci la doccia. Abbiamo vissuto momenti nerissimi».
Quali i più terribili?
«Infiniti. Ma non posso dimenticare che, dopo l’incendio, ho ritrovato mio figlio solo dopo tre giorni, era all’ospedale di Zurigo. Giorni in cui sono stata disperata, in cui credevo fosse morto».
Dove trova la forza per affrontare tutto?
«Nel fatto che sia vivo. In questi giorni sospesi fra speranza e paura, mi fa tremare il pensiero che mio figlio non possa più avere la vita di prima, che possano rimanere delle disabilità, che possa non avere giustizia. Ma lui vuole uscire da lì. E ha voglia di vivere».