✕

Se la casa diventa poliamorosa: animali, robot, batteri e piante sono i nostri nuovi coinquilini

Ascolta l'audio

A cambiare non è solo la famiglia tradizionale. Ma anche i nostri ambienti domestici, teatro di una lenta e inesorabile invasione. Che, di conseguenza, devono evolvere sia funzionalmente sia esteticamente
4 minuti di lettura

Le nostre case stanno cambiando. Al loro interno troviamo gatti che fanno le fusa sopra ad aspirapolvere Roomba che gironzolano per casa. Umanoidi che si occupano delle faccende domestiche. Insetti e microbi che riempiono i nostri frigoriferi, tra kombucha alla spina e farine proteiche. Mentre piante e insalate idroponiche si appropriano di balconi e finestre. Insomma, i nostri ambienti domestici sono il teatro di una lenta e inesorabile invasione. E, di conseguenza, devono evolvere sia funzionalmente sia esteticamente. Devono diventare “poliamorose”.

La fine della famiglia tradizionale

Ma andiamo con ordine. Il cambiamento della casa coincide con la fine della famiglia tradizionale. Mamma, papà, 2,5 figli e un bel golden retriever sono ormai un’eccezione. In Italia, oltre un terzo delle famiglie italiane è oggi composto da una sola persona, quasi il doppio rispetto a vent’anni fa. Il paradosso è che l’aumento della popolazione over 65, che sfiora ormai un quarto dei residenti, sta fa…

Le nostre case stanno cambiando. Al loro interno troviamo gatti che fanno le fusa sopra ad aspirapolvere Roomba che gironzolano per casa. Umanoidi che si occupano delle faccende domestiche. Insetti e microbi che riempiono i nostri frigoriferi, tra kombucha alla spina e farine proteiche. Mentre piante e insalate idroponiche si appropriano di balconi e finestre. Insomma, i nostri ambienti domestici sono il teatro di una lenta e inesorabile invasione. E, di conseguenza, devono evolvere sia funzionalmente sia esteticamente. Devono diventare “poliamorose”.

La fine della famiglia tradizionale

Ma andiamo con ordine. Il cambiamento della casa coincide con la fine della famiglia tradizionale. Mamma, papà, 2,5 figli e un bel golden retriever sono ormai un’eccezione. In Italia, oltre un terzo delle famiglie italiane è oggi composto da una sola persona, quasi il doppio rispetto a vent’anni fa. Il paradosso è che l’aumento della popolazione over 65, che sfiora ormai un quarto dei residenti, sta facendo riemergere la famiglia plurigenerazionale. Ma in forme che i nostri nonni non riconoscerebbero. Amiche rimaste vedove che decidono di condividere lo stesso tetto e lo stesso acquario del primo matrimonio. Coppie completamente aperte che si ricompongono in geometrie imprevedibili. Nuclei che si allargano e si restringono al ritmo dei redditi, ogni anno più friabili. E, insieme a loro, un ecosistema domestico che diventa sempre più eterogeneo.

Gli animali

Negli Stati Uniti, dove vivo, il 71% delle famiglie possiede oggi almeno un animale da compagnia. E l’industria collegata ai pet vale oltre 150 miliardi di dollari: più del PIL di un Paese europeo come la Slovacchia. Questa tendenza, inoltre, è in crescita: i giovani americani della Generazione Z spendono in media oltre cento dollari al mese per i propri animali, spesso sacrificando spese personali pur di non far mancare nulla a cani e gatti. E il 60% di loro, in un recente sondaggio, dichiara che “gli animali domestici sono i nuovi figli, e le piante i nuovi animali domestici”.

Le piante

Veniamo quindi alle piante. Non più semplici elementi decorativi, ma vere presenze domestiche. Molti giovani consumatori trascorrono le giornate propagando talee, installando lampade UV e controllando umidità e irrigazione. Essi parlano senza ironia di “plant parenting”, una sorta di genitorialità vegetale. Possiamo sorridere dell’espressione lessicale, ma i comportamenti che essa descrive sono molto seri. In molti appartamenti una Monstera deliciosa occupa ormai il palcoscenico domestico, dove un tempo troneggiava la TV.

La tecnologia

Per non dire delle nuove tecnologie. Non sono più solo gli oggetti a tenerci compagnia, come scriveva il grande designer Achille Castiglioni, ma anche la tecnologia. Alexa vive con noi da un decennio. Le parliamo come a una coinquilina, le chiediamo la musica, le deleghiamo la sveglia, ci arrabbiamo quando non capisce. Per ChatGpt e Gemini nutriamo sentimenti ancora più complicati, un misto di gratitudine, dipendenza, a volte un vago senso di colpa. Ma è solo l’inizio. Quando fra due o tre anni, arriveranno oggetti dal design nuovo capaci di materializzare pensieri e desideri meglio di quanto sappiamo fare noi, ci ritroveremo a convivere con una sorta di “better me”, un doppio digitale almeno tanto presente quanto lo smartphone che già oggi è fratello, sorella e zio.

Le famiglie crescono, insomma. E i robot fisici non sono da meno. Pensiamo a Roomba, il piccolo aspirapolvere autonomo sviluppato dal mio collega del Mit Rodney Brooks più di vent’anni fa. Oggi milioni di esemplari — insieme ai loro numerosi emulatori asiatici — si muovono autonomamente nei nostri appartamenti. Mentre in Asia gli umanoidi iniziano a rimpiazzare tate, cuochi e badanti. Non più semplici oggetti, bensì veri e propri compagni di una nuova vita poliamorosa.

Eppure il Movimento Moderno aveva immaginato la casa in termini molto diversi. L’ossessione igienista emersa dopo la pandemia del 1918, e inoculata dalla Repubblica di Weimar nel resto del mondo occidentale, portò a un’ideologia sterilizzatrice: case impermeabili agli agenti esterni, accessi regolati, eliminazione del disordine. Il controllo fu elevato a sinonimo di progresso, mentre la dimensione biologica e imprevedibile della vita venne messa all’uscio.

Vita domestica e vita naturale

In realtà, in passato non era sempre stato così. Per gran parte della storia umana, fin dalla nascita dei primi insediamenti umani circa diecimila anni fa, vita domestica e vita naturale erano state inseparabili. Gli animali condividevano il calore con le persone. La fermentazione avveniva negli stessi spazi in cui dormivano i bambini. Insetti, batteri e piante erano partecipanti attivi della casa, non contaminanti da eliminare. Ispirandosi a questo passato potremmo dire che la nostra casa dovrebbe essere oggi non una “machine à habiter”, “macchina per abitare” come propugnava l’architetto francese Le Corbusier, bensì “una spugna con cui vivere”, o “un birrificio dentro cui fermentare”, o “un letto super king-size in cui…” — beh, ci siamo capiti. La casa poliamorosa prende forma da chi arriva e decide di restare, e deve adattarsi continuamente ai suoi abitanti.

L’aggettivo “poliamoroso”

L’aggettivo “poliamorosa” potrebbe sembrare provocatorio. Il poliamore viene generalmente definito come l’esistenza di molteplici relazioni romantiche contemporanee, con la consapevolezza e il consenso di tutti i soggetti coinvolti. In questo caso si tratta soltanto di allargare la definizione a uno spettro più ampio: batteri, piante, insetti, animali, persone e robot. È un’eco del concetto di “parentela” elaborato dalla filosofa americana Donna Haraway, alla quale abbiamo assegnato il Leone d’Oro alla carriera alla Biennale Architettura di Venezia 2025. Quel leone alato e fluido, ci raccontava l’anno scorso, oggi vaga in modo esso stesso poliamoroso nella sua casa di Los Angeles, pullulante di compagni umani e non.

Coma cambia il ruolo dell’architetto

Per questo motivo è fondamentale che cambi anche il ruolo dell’architetto, che deve adottare nuove regole. Regola numero uno: lasciare spazio all’imprevisto, come in natura. Una foresta sopravvive non attraverso l’esclusione, ma tramite negoziazione, ricalibrazione ed equilibrio. Ciò che emerge è più ricco e più vivo di quanto un singolo agente potrebbe progettare. Regola numero due: eliminare i confini. La casa poliamorosa riflette un approccio olistico alla One Health, l’idea che la nostra salute dipenda da quella di tutto l’ecosistema animale e vegetale che ci circonda. A partire dai batteri, come ci raccontavano Beatriz Colomina e Mark Wigley nella loro bellissima mostra alla Triennale di Milano del 2025. Regola numero tre: imparare a coltivare. Perché la casa poliamorosa somiglia a un giardino, e chi ha un giardino sa che senza qualcuno che lo curi diventa presto un gerbido. Tra le rose Pierre de Ronsard e le ortensie della Brianza, come tra i Roomba e le Monstera, “anything goes” non funziona. Bisogna decidere cosa cresce dove, potare quello che soffoca il resto, negoziare lo spazio. Una bella casa poliamorosa richiede competenza per organizzarne la convivenza.

Insomma, come progettisti dobbiamo tenere a mente qualcosa che la nostra professione ha a lungo ignorato: ovvero che il confine tra organismo umano e ambiente è sempre stato una finzione. E che il compito dell’architettura oggi non è tanto proteggerci dalle intrusioni, quanto coltivarne l’intreccio. Poliamoroso.

Leggi i commenti