C’era una volta il ragionier Bianchi. Girava l’Italia vendendo medicinali, ma ogni sera alle nove in punto, ovunque si trovasse, chiamava la sua bambina per raccontarle una storia. Il ragioniere chissà se c’è ancora, ha cambiato forse nome, di sicuro città, non più Varese ma Pistoia. Le Favole al telefono quelle invece resistono ancora. «Sfido: alcune sono proprio belline», scriveva Gianni Rodari nell’introduzione alle sue storie brevi del 1962.
E così adesso ogni domenica sera, alle sette in punto, c’è di nuovo un telefono che suona. A un capo del filo immaginario c’è un bambino di 4, 8, 12 anni che sta lì in ascolto, all’altro un volontario della biblioteca San Giorgio che gli legge una fiaba. I genitori prenotano entro il sabato e poi, sorpresa, arriva la chiamata.
Si comincia sempre così: «Pronto, me la leggi una favola?». Si era provato durante il Covid, quando i bimbi non potevano uscire di casa e la biblioteca era chiusa. Si è ripreso quest’anno che Pistoia è diventata capital…
C’era una volta il ragionier Bianchi. Girava l’Italia vendendo medicinali, ma ogni sera alle nove in punto, ovunque si trovasse, chiamava la sua bambina per raccontarle una storia. Il ragioniere chissà se c’è ancora, ha cambiato forse nome, di sicuro città, non più Varese ma Pistoia. Le Favole al telefono quelle invece resistono ancora. «Sfido: alcune sono proprio belline», scriveva Gianni Rodari nell’introduzione alle sue storie brevi del 1962.
E così adesso ogni domenica sera, alle sette in punto, c’è di nuovo un telefono che suona. A un capo del filo immaginario c’è un bambino di 4, 8, 12 anni che sta lì in ascolto, all’altro un volontario della biblioteca San Giorgio che gli legge una fiaba. I genitori prenotano entro il sabato e poi, sorpresa, arriva la chiamata.
Si comincia sempre così: «Pronto, me la leggi una favola?». Si era provato durante il Covid, quando i bimbi non potevano uscire di casa e la biblioteca era chiusa. Si è ripreso quest’anno che Pistoia è diventata capitale del libro.
«Vogliono sentire sempre di Alice Cascherina, del Palazzo di gelato, della Strada di cioccolato o della Giostra di Cesenatico», dice Rossella Chietti, pensionata di 75 anni, una vita al lavoro nei servizi educativi della città e ora presidente dell’Associazione degli amici della San Giorgio. Anche Pinocchio però, sconfinando su Collodi, va per la maggiore.
«A me piace leggergli Le scimmie in viaggio di Rodari oppure le filastrocche Il pompiere ragioniere o Al bar della foresta di Roberto Piumini», racconta Nicola Daddio, settant’anni spaccati, che faceva il tipografo. Ora siede alla sua scrivania, accende la lampada e legge ad alta voce. «Con i bambini cerco di entrare in sintonia: “Come ti chiami? E cosa ti piace, il mare o la montagna? E gli animali, qual è il tuo preferito?” gli chiedo».
I più piccoli siedono in braccio ai genitori, ascoltano una storia e scappano via. I più grandi restano, ne vogliono ancora: «Me ne leggi un’altra per favore?». Rossella inforca grandi occhiali blu, si accomoda sul divanetto giallo e ricomincia.
«Di questo si tratta: di portare le parole nelle case. E queste parole fanno sì che si debba restare in silenzio, aspettare, stare fermi per dieci o quindici minuti. Non le sembra rivoluzionario oggi?» domanda Marco Leporatti, il più giovane dei volontari delle Favole al telefono, cinquant’anni, presidente della sezione locale soci Coop.
Talvolta accade che per l’appuntamento della sera si riuniscano, in una sola casa, quattro o cinque piccini. Tutti insieme, come fosse una partita della domenica. Tutti attorno al telefono, che è il nuovo focolare. «I cellulari, si dice, uccidono la lettura, noi abbiamo voluto usarli per ricrearla invece, come faceva il ragioniere Bianchi di Rodari», spiega Maria Stella Rasetti che dirige la biblioteca di Pistoia dal 2008.
I lettori prima erano tre o quattro, poi si sono aggiunti altri pistoiesi. Le telefonate invece arrivano da tutta Italia, tanta Toscana — Viareggio, Montecatini, Prato, Firenze, Livorno — e poi Roma, Torino. Persino dal Canada hanno chiamato.
Una bambina di prima elementare pretendeva un appuntamento fisso, tutte le domeniche. Ma ogni sera si cambia numero, per non lasciare fuori nessuno. Una volta ha chiamato anche una donna di 34 anni, voleva una storia sulla questione di genere. Il signor Marco ha cercato un po’, l’ha richiamata e le ha letto: C’è qualcosa di più noioso che essere una principessa rosa? Un’altra ancora ha chiesto un regalo: una favola a sorpresa per la mamma sessantatreenne. «Leggimi quello che ti pare — ha detto perentorio un bambino di quattro anni — basta che ci sia qualcuno che vola».
Per rompere il ghiaccio si domanda a che scuola vanno o se hanno fatto i compiti. Loro, i piccoli, stupiscono: «E tu di che colore sei vestito? E compiti li hai fatti?». L’unico rammarico per i volontari è non poterli guardare in faccia, questi bambini al telefono, «vederli sgranare gli occhi incantati come fa mia nipote di 4 anni quando inizio a raccontare», s’illumina il signor Nicola.
I genitori ringraziano, gli Amici della San Giorgio gli ricordano i loro nonni, gli zii, le maestre, quando a voce alta leggevano le storie. «Bambini — dice Marco Leporatti — lo siamo stati tutti, se ce lo ricordiamo è meglio...». Per questo pure gli anziani che usano il Librobus, un pulmino che va a prenderli sotto casa per portarli in biblioteca, vogliono la loro storia.
«È giocando con la quotidianità, oltre i grandi eventi e i festival, che siamo capitale della Cultura. Si può far tanto a basso costo, con gli strumenti che abbiamo ma in funzione diversa», spiega la direttrice Rasetti. Basta un telefono e un libro. E la grammatica della fantasia. «Con i bimbi chiudo sempre la chiamata con “dite la vostra che ho detto la mia”: inventiamo insieme finali possibili e nuove storie», dice la signora Rossella. Anche per i suoi nipotini, quando va a trovarli, ha avventure e filastrocche. «Ma una domenica hanno voluto che gli telefonassi, erano gelosi delle favole al telefono».