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Monsignor Savino: “Che errore far sfilare i cappellani tra i militari”

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Il vicepresidente della Cei interviene dopo le critiche di Pax Christi: “Si rischia di far apparire il ministero sacerdotale come parte dell’ornamento religioso della forza armata”
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Monsignor Francesco Savino, vescovo di Cassano all'Jonio e vicepresidente della Conferenza Episcopale Italiana, mette in discussione il fatto che, per la prima volta, alla parata militare di oggi ai Fori Imperiali sfileranno anche dei cappellani militari.

Pax Christi ha criticato la presenza per la prima volta dei cappellani militari alla parata del 2 giugno: lei come la valuta?

“La valuto con rispetto per le persone e con preoccupazione per il segno. Desidero essere molto chiaro: non è in discussione la dedizione di tanti cappellani militari, sacerdoti che accompagnano uomini e donne spesso esposti alla solitudine, alla paura, alla distanza dalle famiglie, talvolta anche alla lacerazione morale che nasce davanti alla violenza e alla morte. La loro missione, quando è vissuta evangelicamente, non è benedire le armi, ma custodire le coscienze; non è sacralizzare l’apparato militare, ma ricordare, anche dentro contesti difficili, che ogni vita umana resta inviolabile”.

Però?

“Il linguagg…

Monsignor Francesco Savino, vescovo di Cassano all'Jonio e vicepresidente della Conferenza Episcopale Italiana, mette in discussione il fatto che, per la prima volta, alla parata militare di oggi ai Fori Imperiali sfileranno anche dei cappellani militari.

Pax Christi ha criticato la presenza per la prima volta dei cappellani militari alla parata del 2 giugno: lei come la valuta?

“La valuto con rispetto per le persone e con preoccupazione per il segno. Desidero essere molto chiaro: non è in discussione la dedizione di tanti cappellani militari, sacerdoti che accompagnano uomini e donne spesso esposti alla solitudine, alla paura, alla distanza dalle famiglie, talvolta anche alla lacerazione morale che nasce davanti alla violenza e alla morte. La loro missione, quando è vissuta evangelicamente, non è benedire le armi, ma custodire le coscienze; non è sacralizzare l’apparato militare, ma ricordare, anche dentro contesti difficili, che ogni vita umana resta inviolabile”.

Però?

“Il linguaggio dei simboli va preso sul serio. Una parata militare appartiene a un registro pubblico preciso: uniforme, ordine, forza, apparato, potenza dello Stato. Inserire lì i cappellani rischia di produrre un’ambiguità: far apparire il ministero sacerdotale come parte dell’ornamento religioso della forza armata. È questo, mi pare, il nodo sollevato da Pax Christi, che ha criticato la scelta di far sfilare per la prima volta un drappello di cappellani militari alla parata del 2 giugno. La Chiesa deve stare accanto alle persone, non dentro l’estetica della guerra. Il sacerdote non è il cappellano della potenza, ma il servitore inerme del Vangelo. Mi tornano alla mente don Primo Mazzolari e don Lorenzo Milani: entrambi, in modi diversi, hanno ricordato che l’obbedienza cristiana non può mai diventare complicità muta con la violenza. Personalmente, continuo a sentire molto attuali le parole, scomode e profetiche, che don Lorenzo Milani consegna nello scritto L’obbedienza non è più una virtù. Quando affermava che le sole armi da lui riconosciute erano “lo sciopero e il voto”, non offriva una battuta a effetto, ma consegnava alla coscienza cristiana e democratica una domanda radicale: a quali strumenti affidiamo davvero la costruzione della giustizia? Alla forza che impone silenzio o alla partecipazione che rende responsabili? Alla paura dell’altro o alla fatica, più lenta e più esigente, della democrazia?”.

Qual è il punto?

“Il punto non è mettere in discussione i cappellani militari. Al contrario: proprio perché il loro servizio è delicato, va sottratto a ogni equivoco celebrativo. Essi devono poter essere uomini della coscienza, della prossimità e della pace, non figure percepite come parte della coreografia delle armi”.

Nella recente nota pastorale “Educare a una pace disarmata e disarmante” i vescovi hanno espresso gratitudine ai cappellani militari, ma si chiedono “se non si debbano prospettare diverse forme di presenza”: che significa?

“Significa, anzitutto, non abbandonare nessuno. La Chiesa non può lasciare sole le persone che servono nelle Forze armate o nelle Forze dell’ordine. Anche lì ci sono coscienze, ferite, domande spirituali, responsabilità gravose, drammi familiari, decisioni moralmente complesse. L’assistenza pastorale non va ritirata; va ripensata nella sua forma, perché sia sempre più evangelica, libera e credibile. La nota pastorale, approvata dall’81esima assemblea generale della Cei il 19 novembre 2025 ad Assisi e pubblicata il 5 dicembre 2025, dice esattamente questo: guarda con gratitudine ai cappellani militari che hanno testimoniato l’Evangelo della pace anche in situazioni molto difficili, ma si domanda se non siano opportune forme di presenza ‘meno direttamente legate’ all’appartenenza alla struttura militare, così da garantire maggiore libertà nell’annuncio della pace”.

Cosa bisogna fare allora?

“A mio avviso, qui occorre distinguere tre livelli: la cura spirituale delle persone, che resta necessaria; l’inquadramento istituzionale dentro la struttura militare, che può e deve essere oggetto di discernimento; e il rischio simbolico di una Chiesa percepita come legittimazione sacrale della forza. Il sacerdote non è un funzionario del consenso. È servitore del Vangelo. La sua parola deve poter essere prossima e libera: prossima a chi soffre, libera davanti a ogni logica che trasformi la guerra in fatalità. Johan Galtung, tra i padri degli studi sulla pace, ci ha insegnato a distinguere tra pace negativa, intesa come semplice assenza di violenza diretta, e pace positiva, orientata a rimuovere le cause strutturali dell’ingiustizia e della violenza. Ecco: la Chiesa non può accontentarsi di una pace come tregua o equilibrio armato. Deve annunciare una pace che tocchi le strutture, le coscienze, l’economia, il linguaggio, l’educazione. Per questo la domanda sui cappellani militari non è marginale. È una domanda ecclesiale seria: come accompagnare chi vive dentro istituzioni armate senza che la Chiesa sia percepita come parte della logica delle armi? Non si tratta di giudicare una storia complessa, ma di aprire un discernimento coraggioso”.

Anche il cammino sinodale italiano ha chiesto di promuovere “una riflessione pastorale sulla natura e sull’orientamento del servizio di assistenza spirituale alle Forze dell’Ordine e alle Forze Armate”: in che modo si può svolgere questa riflessione?

“Si può svolgere solo in modo sinodale, cioè non ideologico, non polemico, non ridotto allo scontro tra favorevoli e contrari. Il Documento di sintesi del Cammino sinodale delle Chiese in Italia, Lievito di pace e di speranza, chiede espressamente che la Cei promuova una riflessione pastorale sulla natura e sull’orientamento dell’assistenza spirituale alle Forze dell’Ordine e alle Forze Armate. Nello stesso contesto, invita anche a percorsi di educazione alla pace, alla nonviolenza, alla mediazione dei conflitti e all’accoglienza”.

In concreto come dovrebbe svolgersi?

“Io immagino un discernimento ampio, serio, ecclesialmente adulto. Dovrebbero sedersi allo stesso tavolo i cappellani militari, l’Ordinariato militare, teologi moralisti, canonisti, laici impegnati nei percorsi di pace, rappresentanti delle Forze Armate e delle Forze dell’Ordine, famiglie dei militari, vittime dei conflitti, giovani del servizio civile, movimenti ecclesiali e realtà come Pax Christi. Non per istruire un processo accusatorio, ma per ascoltare davvero la complessità. Alcune domande potrebbero orientare il discernimento. Come custodire e valorizzare la libertà evangelica del cappellano nell’annuncio della pace? Quali percorsi formativi possono aiutarlo ad affrontare, con competenza spirituale e umana, i temi della coscienza, della nonviolenza, della Dottrina sociale della Chiesa e del diritto internazionale umanitario? In che modo i segni esteriori del suo servizio possono essere compresi senza oscurare la natura pastorale del ministero? Come far sì che la presenza della Chiesa in questi contesti sia percepita anzitutto come cura delle persone, accompagnamento delle coscienze e testimonianza evangelica? Questo discernimento, però, non dovrebbe restare confinato a pochi luoghi specialistici. La pace, se vuole diventare cultura, chiede partecipazione, corresponsabilità, ascolto dei territori e delle coscienze. Qui può aiutarci Aldo Capitini, grande maestro italiano della nonviolenza, quando parlava di “omnicrazia”, cioè del potere di tutti: una democrazia non ridotta alla delega, ma resa viva dalla partecipazione, dal controllo dal basso, dalla responsabilità personale e comunitaria. Anche la riflessione ecclesiale sulla pace deve diventare più partecipata, meno verticale e più capace di ascoltare le ferite reali.Il punto non è indebolire l’assistenza spirituale. È renderla più evangelica. Quando una forma rischia di oscurare il contenuto, la Chiesa deve avere il coraggio di interrogarla. La pace non ha bisogno di formule generiche; ha bisogno di istituzioni, gesti, linguaggi e forme coerenti”.

Per l’80esima Festa della Repubblica il cardinale Zuppi ha scritto al presidente Mattarella che bisogna “educare alla pace, custodire la democrazia e costruire comunità”: qual è l’impegno della Chiesa in questa direzione?

“L’impegno della Chiesa è far sì che queste tre parole non restino solenni, ma diventino presenza viva nella vita quotidiana del Paese. Il cardinale Zuppi, nel messaggio al presidente Mattarella per l’80esimo anniversario della Repubblica, ha ricordato che la Repubblica non è solo un ordinamento, ma un patto tra generazioni che prende forma nel lavoro, nella scuola, nella cura, nella giustizia, nell’accoglienza, nella pace e nella partecipazione. Ha anche richiamato ferite molto concrete: povertà crescente, denatalità, sfiducia, disuguaglianze, violenza verbale, indifferenza e chiusura individualistica. Educare alla pace significa educare a una cittadinanza non aggressiva, non rancorosa, non fondata sulla paura dell’altro. Significa insegnare ai ragazzi che la sicurezza non nasce soltanto dalla capacità di difendersi, ma dalla qualità dei legami, dalla giustizia sociale, dal lavoro dignitoso, da una scuola che non lascia indietro nessuno, da comunità capaci di mediare i conflitti prima che esplodano”.

Come fare?

“Custodire la democrazia significa ricordare che essa non vive soltanto nelle procedure, ma nelle coscienze. Giuseppe Dossetti ci ha consegnato l’idea di una democrazia sostanziale, non puramente formale: una democrazia che misura la propria fedeltà alla Costituzione dalla capacità di riconoscere e sostenere i più fragili. La democrazia non è solo architettura istituzionale; è qualità dei legami, prossimità concreta, cura dei volti più esposti.Costruire comunità, infine, è il compito più ecclesiale e più civile. Le parrocchie, le Caritas, gli oratori, le scuole cattoliche, le associazioni, le cooperative sociali, il volontariato, il servizio civile sono luoghi in cui la Repubblica viene custodita dal basso. Norberto Bobbio, nel volume Il problema della guerra e le vie della pace, ci ha ricordato che la pace non è una questione sentimentale, ma un problema politico, giuridico e istituzionale. Per questo la Chiesa educa alla pace quando forma coscienze, ma anche quando genera legami sociali, promuove giustizia, ricuce fratture, difende i poveri, rende abitabile la democrazia. La Repubblica non si custodisce anzitutto con le armi. Si custodisce con la scuola, il lavoro, la cura, la partecipazione, la solidarietà, la giustizia sociale e la pace costruita prima ancora che invocata”.

Papa Leone XIV insiste sulla necessità di una pace “disarmata e disarmante”: come e dove promuoverla?

“Papa Leone XIV, fin dalle sue prime parole dalla Loggia di San Pietro, ha parlato della pace del Cristo Risorto come di una pace ‘disarmata e disarmante, umile e perseverante’. Non è una formula poetica: è un programma spirituale, ecclesiale e civile. Disarmata, perché non si affida al dominio, alla minaccia, alla logica del più forte. Disarmante, perché abbassa l’ostilità, spezza la logica del nemico, rende di nuovo possibile il volto dell’altro.

Dove promuoverla?

“Anzitutto nelle coscienze. Ogni guerra comincia molto prima dei carri armati: comincia quando l’altro viene disumanizzato, quando la paura diventa progetto politico, quando la parola pubblica ferisce, quando l’economia si abitua a guadagnare sulla morte. Per questo la pace va educata nelle famiglie, nelle scuole, nelle università, nei seminari, nelle parrocchie, nei media, nei luoghi della politica. Poi va promossa nei territori. Ogni diocesi dovrebbe diventare davvero una casa della pace: un luogo dove si impara a disinnescare l’ostilità attraverso il dialogo, a praticare la giustizia, a custodire il perdono, ad attivare percorsi di mediazione, accoglienza, riconciliazione e giustizia riparativa. John Paul Lederach, tra i maggiori studiosi e mediatori internazionali dei processi di pace, parla di ‘immaginazione morale’: la capacità di intravedere vie nuove dentro i conflitti reali, senza negarli e senza lasciarsi imprigionare dalla loro logica distruttiva. Infine, la pace disarmata e disarmante va promossa nelle scelte pubbliche”.

Ad esempio?

“Penso al servizio civile, che dovrebbe essere molto più valorizzato come grande esperienza repubblicana di formazione umana, sociale e democratica. La difesa della patria non passa solo dalle armi: passa anche dalla cura della civitas, dall’obiezione di coscienza, dalla responsabilità educativa, dal volontariato, dalla capacità di costruire coesione anziché alimentare paura. Edgar Morin, recentemente scomparso, ci lascia una lezione preziosa. In Terra-Patria, scritto con Anne Brigitte Kern, egli parla dell’umanità come di una comunità di destino: nessun popolo può immaginare di salvarsi da solo, nessuna nazione può costruire sicurezza contro il destino degli altri, nessuna pace può essere pensata come semplice equilibrio tra paure contrapposte. In questa prospettiva, la pace disarmata e disarmante non è debolezza. È il realismo lungo del Vangelo e, insieme, la forma più alta della responsabilità storica. Le armi possono imporre silenzi; non generano fraternità. Possono fermare un nemico; non riconciliano i popoli. La pace vera nasce quando la giustizia toglie alimento alla violenza, quando la politica torna a essere cura della polis, quando la Chiesa non teme di dire, con mitezza e fermezza: mai più la guerra come destino dell’umanità”.

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