Quattro braccianti arsi vivi, un altro riesce a fuggire: “Volevamo solo essere pagati”
dal nostro inviato Corrado ZuninoAmendolara (Cosenza) – Li hanno bruciati vivi, dentro un monovolume scuro che li stava riportando a casa dopo otto ore trascorse a raccogliere fragole sulla costa jonica della Calabria. Due caporali pachistani, fermati nella notte dalla squadra mobile di Cosenza, lunedì alle 12,45 si erano fermati nell’area di servizio di Roseto, un Ip che funziona a self service, hanno preso la pompa della benzina e cosparso l’auto di carburante. Come in un’esecuzione di mafia. Dentro l’auto, un sette posti, c’erano cinque persone: quattro lavoratori afgani e uno pakistano. Da giorni lamentavano di non aver ricevuto la paga e i due “kapò”, protetti e ispirati dai boss locali, hanno bloccato a chiave le portiere, e poi le hanno spinte dall’esterno, per aver certezza che i passeggeri non potessero uscire. L’uomo vestito in pantaloni e camicia bianca ha aperto il portellone posteriore e ha lanciato all’interno un accendino, l’altro, tutto in nero, ha tenuto le portiere mentre l’auto iniziava a muoversi …
Amendolara (Cosenza) – Li hanno bruciati vivi, dentro un monovolume scuro che li stava riportando a casa dopo otto ore trascorse a raccogliere fragole sulla costa jonica della Calabria. Due caporali pachistani, fermati nella notte dalla squadra mobile di Cosenza, lunedì alle 12,45 si erano fermati nell’area di servizio di Roseto, un Ip che funziona a self service, hanno preso la pompa della benzina e cosparso l’auto di carburante. Come in un’esecuzione di mafia. Dentro l’auto, un sette posti, c’erano cinque persone: quattro lavoratori afgani e uno pakistano. Da giorni lamentavano di non aver ricevuto la paga e i due “kapò”, protetti e ispirati dai boss locali, hanno bloccato a chiave le portiere, e poi le hanno spinte dall’esterno, per aver certezza che i passeggeri non potessero uscire. L’uomo vestito in pantaloni e camicia bianca ha aperto il portellone posteriore e ha lanciato all’interno un accendino, l’altro, tutto in nero, ha tenuto le portiere mentre l’auto iniziava a muoversi sotto gli scossoni di cinque persone aggredite dalle fiamme. Quarantadue secondi e i due scappano, raggiungendo, probabilmente, un’auto in attesa vicina, ma non si accorgono di due cose: la telecamera del benzinaio puntata proprio su quel rifornimento, che mostrerà la scena frontalmente, e del portellone posteriore lasciato aperto. Da lì riuscirà ad uscire Taj Mohammed Alamyar, e a scampare alla morte.
La testimonianza che ha incastrato gli assassini
«Non volevano pagarci, avremmo dovuto accontentarci di un alloggio e del cibo. Ci hanno voluto dare una lezione, hanno voluto far capire ai braccianti di questo litorale che gli ordini non si discutono».Così il testimone sopravvissuto agli investigatori. Che ha aggiunto un particolare: «Quella mattina ci avevano chiesto soldi per il trasporto, che non abbiamo voluto pagare».
Quattro morti, omicidio plurimo e pluriaggravato. La visione delle telecamere, e le prime parole di Taj, portano subito alle residenze dei due caporali pakistani. L’interrogatorio, alla Questura di Cosenza , va avanti quasi tutta la notte, ieri mattina i due fermi. Si cerca un terzo pakistano, conosciuto come “Kassan”, che avrebbe il ruolo di reclutatore.
La rete della mafia tra Calabria e Basilicata
La squadra mobile, coordinata dalla procura di Castrovillari. ora sta provando a ricostruire la rete della mafia dei braccianti tra la Calabria e la Basilicata, dove lo scorso 4 ottobre morirono quattro indiani in un incidente stradale all’altezza di Scanzano Jonico, in provincia di Matera. Gli inquirenti stanno ricostruendo il ruolo di un terzo pakistano, indicato come “Kassan”, reclutatore violento e, secondo il sopravvissuto, intermediario degli “italiani” che garantirebbero il forte giro d’affari della raccolta di fragole, agrumi, verdure.
Negli ultimi mesi nell’area sono stati registrati sedici auto e pullmini, dedicati al trasporto dei braccianti, andati in fiamme. La Cgil parla di una lotta tra caporali pakistani per mettere sotto controllo le piazze. Il vice presidente della Cei e vescovo di Cassano allo Ionio, Monsignor Francesco Savino, scrive: «Basta con il silenzio sporco delle convenienze, basta con quella zona grigia che vede, sa e lascia fare. Basta con l’abitudine scellerata di considerare normale che uomini venuti da lontano raccolgano, lavorino, abitino, dormano, si spostino e muoiano come corpi senza storia». Il questore di Cosenza Antonio Borelli: “Nessun colpo di arma da fuoco. Li hanno bruciati vivi”.