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Braccianti arsi vivi, in dieci in un bilocale: quella vita da schiavi prima di morire

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La testimonianza di un uomo scampato alla violenza perché stava male
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AMENDOLARA (Cosenza) – C’è un secondo sopravvissuto, nella strage alla pompa di benzina. È Azrat Helal Armani, afgano di 27 anni, compagno di casa e di lavoro dei braccianti connazionali e pakistani. Lunedì scorso Azrat non è andato al lavoro, nei campi. «Stavo male», racconta, «da quando siamo in Calabria ci ammaliamo tutti, uno dopo l’altro. Le giornate sono troppo faticose».

L’uomo fa ascoltare, le ha registrate, le urla che quella mattina gli ha passato al telefono Alì, uno dei due kapò che poi saranno accusati della strage. «Ha offeso me, mia madre, la mia terra, mi chiamava lavativo». Azrat, una gentilezza che stride con la violenza che è abituato a subire, spiega che quella mattina è rimasto a casa, e ha saputo quello che era successo solo al ritorno del connazionale Taj Mohammed Alamayar dall’ospedale.

AMENDOLARA (Cosenza) – C’è un secondo sopravvissuto, nella strage alla pompa di benzina. È Azrat Helal Armani, afgano di 27 anni, compagno di casa e di lavoro dei braccianti connazionali e pakistani. Lunedì scorso Azrat non è andato al lavoro, nei campi. «Stavo male», racconta, «da quando siamo in Calabria ci ammaliamo tutti, uno dopo l’altro. Le giornate sono troppo faticose».

L’uomo fa ascoltare, le ha registrate, le urla che quella mattina gli ha passato al telefono Alì, uno dei due kapò che poi saranno accusati della strage. «Ha offeso me, mia madre, la mia terra, mi chiamava lavativo». Azrat, una gentilezza che stride con la violenza che è abituato a subire, spiega che quella mattina è rimasto a casa, e ha saputo quello che era successo solo al ritorno del connazionale Taj Mohammed Alamayar dall’ospedale.

È lui, Azrat, il secondo scampato, a raccontare chi erano gli amici bruciati vivi. Gli amici come Safi Amjad, solo 19 anni, anche lui afgano, arrivato in Italia che era minorenne. Conserva una foto di Safi nel centro di Firenze. L’altro ragazzino era invece un fantasma anche per i coinquilini: Ismat Ullah Qiemi, 19 anni. Anche lui afgano, solitario nella solitudine degli sfruttati. Il terzo morto partito dall’Afghanistan si chiamava Fazal Amin Khogiany, 28 anni, felpa bianca e tracolla nello scatto che Azrat mostra. Waseem Khan, 29 anni, era pachistano, di Peshawar.

Insieme avevano vissuto e lavorato per un periodo, almeno tre mesi, in Sardegna, in un’azienda di raccolta differenziata della spazzatura. E lì, chi a Sassari, chi a Cagliari, che avevano messo a posto i documenti. Poi si erano trasferiti nella Calabria jonica, dove la raccolta stagionale è considerata un lavoro avviato.

«Qui a Villapiana fino all’altro ieri vivevamo in dieci nella stessa casa», spiega Azrat mentre mostra il letto steso in cucina. Al primo piano ci sono altri due vani e un bagno. E i documenti di tutti i braccianti arruolati da Alì e Bat.

L’ultimo contratto con il gruppo di lavoratori afgani e pakistani lo aveva firmato Rocco Zuccarella per le Fattorie ortofrutticole, sede legale a Scanzano Jonico: coltivazione di ortaggi, inclusi i meloni. Gli amici di Via Gramsci 14, questo l’indirizzo dell’abitazione di Villapiana, prestavano la loro manodopera anche al parente Giovanni Zuccarella, stesse colture, e a Filomena Matera, stessa area. “Addetti alla raccolta” con paga giornaliera. Tempo pieno, applicazione del contratto nazionale di lavoro. Sulla carta.

«La retribuzione in questo mese e mezzo non è mai arrivata». dice Azrat: «Non sapevamo più come vivere, eravamo costretti da un padrone che ci teneva legati grazie alla casa, il pranzo e la cena, ma non avevamo i soldi per fare qualcosa di diverso dal lavorare otto ore al giorno. Io mi sono ammalato, i miei amici sono stati uccisi».

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