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L’Italia degli schiavi: si vive e si muore per tre euro l’ora. Che alla fine, però, non arrivano mai

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L’inchiesta nasce dopo la strage del 4 ottobre sulla Fondovalle dell’Agri. Quattro morti. Dieci lavoratori ammassati dentro una Renault Scenic. Ma prima ancora dell’incidente c’era la vita quotidiana. E quella vita, nei verbali, ha il volto dello sfruttamento
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Si vive e si muore per tre euro l’ora, nell’Italia degli schiavi. Si campa a botte e umiliazioni: «Se non ci svegliavamo alle tre del mattino per partire per i campi ci svegliavano a calci», racconta Singh Avtar. Quattordici in una stanzetta, senza servizi igienici, costretti a lavarsi con il tubo dell’acqua fredda per l’irrigazione, minacciati di morte se soltanto avessero aperto bocca. Pagati nulla: «Per quindici giorni di agosto e quindici giorni di settembre non ho preso neanche un euro», racconta Singh Palwinder.

I nuovi schiavi d’Italia

Vivevano così i quattro ragazzi morti ad Amendolara. Vivono così i nuovi schiavi d’Italia, gli indiani raccolti da tutta Italia e portati tra Basilicata, Calabria e Puglia, nella piana delle fragole e degli agrumi. H…

Si vive e si muore per tre euro l’ora, nell’Italia degli schiavi. Si campa a botte e umiliazioni: «Se non ci svegliavamo alle tre del mattino per partire per i campi ci svegliavano a calci», racconta Singh Avtar. Quattordici in una stanzetta, senza servizi igienici, costretti a lavarsi con il tubo dell’acqua fredda per l’irrigazione, minacciati di morte se soltanto avessero aperto bocca. Pagati nulla: «Per quindici giorni di agosto e quindici giorni di settembre non ho preso neanche un euro», racconta Singh Palwinder.

I nuovi schiavi d’Italia

Vivevano così i quattro ragazzi morti ad Amendolara. Vivono così i nuovi schiavi d’Italia, gli indiani raccolti da tutta Italia e portati tra Basilicata, Calabria e Puglia, nella piana delle fragole e degli agrumi. Hanno parlato per la prima volta con i carabinieri in un’inchiesta della procura di Matera che ha già portato a quattro arresti. E ora – nell’indagine coordinata dal procuratore Alessio Coccioli – punta anche al secondo livello, quello dei datori di lavoro italiani. Racconti precisi e duri che Repubblica ha potuto leggere.

Braccianti, così il caporale si vantava sui social delle condizioni di lavoro

La strage sulla Fondovalle dell’Agri

L’inchiesta nasce dopo la strage del 4 ottobre sulla Fondovalle dell’Agri. Quattro morti. Dieci lavoratori ammassati dentro una Renault Scenic. Ma prima ancora dell’incidente c’era la vita quotidiana. E quella vita, nei verbali, ha il volto dello sfruttamento. Quarantadue euro al giorno. Sempre la stessa cifra. Quarantadue euro per giornate che iniziano alle tre del mattino e finiscono nel primo pomeriggio. Tre euro l’ora per raccogliere fragole, estirpare piante, pulire terreni. Senza pause. Senza bagni. Senza visite mediche. E non sono nemmeno quelli i soldi. A fine mese arrivano poi le trattenute. Trecento euro per vitto e alloggio. Vitto che spesso significa soltanto «pane, un po’ di verdura e legumi». Alloggio che significa vivere in quindici, sedici o diciassette persone nella stessa abitazione. I bagni sono all’esterno, dentro container. Alcuni non funzionano. L’acqua arriva da un tubo collegato a una cisterna. È l’unico modo per lavarsi.

Niente letti, acqua, cibo, bagni

I racconti sono agghiaccianti. Il 14 agosto scorso Singh Palwinder arriva a Policoro. Parte da Fondi dopo una telefonata di Raja, un connazionale che lavora già lì e che morirà poi proprio nell’incidente del 4 ottobre. Gli promettono un contratto. Un lavoro. Una possibilità. «Mi disse di venire a Policoro per lavorare dieci giorni in prova, per vedere come lavoravo, e solo dopo mi sarebbe stato fatto il contratto di lavoro». Poi arriva la seconda parte della proposta. «Tale periodo di prova sarebbe stato gratuito, non sarei stato pagato». Parte comunque. Treno fino a Napoli. Poi autobus. Ad aspettarlo c’è un caporale. Lo accompagna in via Gorizia. La mattina dopo è già nei campi. «Il 15 agosto 2025 ho iniziato subito a lavorare sui campi di fragole». La casa è già piena di lavoratori. «In casa non c’era il bagno. Per usare il bagno dovevamo andare in un container posto fuori dalla casa dei pakistani». Non c’è spazio nemmeno per stendere tutti i materassi per terra. L’acqua arriva da un rubinetto esterno. «Vicino alla casa dei pakistani c’era un rubinetto con cui riempivamo l’acqua anche per cucinare».

La paga che non arriva mai

Per mangiare ricevono il minimo indispensabile. «La spesa era molto povera ed economica, composta solo di farina e legumi». Avrebbero voluto altro. «Anche se noi volevamo pasta e sugo non ce li portavano». La giornata inizia alle tre e mezza del mattino. Più di un’ora di macchina. Alle cinque e un quarto sono già nei campi. «Dall’arrivo sul campo alle ore 5 si lavorava fino alle 12.30 senza nessuna pausa». Nemmeno per andare in bagno. «Se dovevamo fare i bisogni dovevamo chiedere a Raza Shoaib». Ma i bagni non esistono. «Non in bagno perché non ce n’erano». La paga promessa è sempre la stessa: quarantadue euro al giorno. Ma Palwinder quei soldi non li vede. «Per i quindici giorni di agosto e per i quindici giorni di settembre io non ho preso niente, neanche un euro». Lavora per settimane. Sale ogni mattina su quelle auto. Raccoglie fragole. Taglia erba. Aspetta di essere pagato. «Mi è stato detto che quando sarei tornato dal viaggio a Latina mi avrebbe pagato». I soldi non arriveranno mai.

Le minacce

Se Palwinder racconta come si entra nel sistema, Singh Manjot racconta come ci si resta. «Non appena arrivato a Policoro, Umair mi ha fatto iniziare subito a lavorare, senza alcuna interruzione e sotto minaccia che se non avessi lavorato avrei dovuto fare la borsa e andarmene dalla casa, perché lui avrebbe dovuto guadagnare sul mio lavoro». Non esiste tempo per ambientarsi. Non esiste scelta. Anche lui vive insieme ad altri quindici o sedici lavoratori. «Potevamo farci la doccia solo con l’uso di un tubo di acqua fredda. Tale tubo di acqua fredda era il nostro unico punto di accesso all’acqua». Nei campi, racconta, il controllo è continuo. «Ci controllava soltanto ma sempre senza lavorare e a volte anche ci minacciava, sollecitandoci sempre per lavorare più veloce». La paga è la stessa. «La paga giornaliera era di 42 euro per 7 ore, anche se facevamo sempre un’ora in più». E quando qualcuno provava a fermarsi arrivavano gli insulti. «Dicevano cose brutte, offese a mio padre e mia madre». Quando qualcuno provava a sottrarsi al sistema, la risposta era sempre la stessa. «Se non avessi lavorato avrei dovuto fare la borsa e andarmene dalla casa».

I fantasmi, cibo preferito dai mostri

Quello che raccontano i braccianti non è un’eccezione. Come spiega una sindacalista della Cgil che attraversa la Calabria campo per campo, parla con i lavoratori e raccoglie denunce che raramente escono dalle campagne, «dobbiamo avere il coraggio di dire che norme come il decreto flussi finiscono per produrre lavoratori senza documenti, senza diritti, senza tutele. Fantasmi. E i fantasmi sono il cibo preferito dai mostri. E il caporale di turno è uno di quei mostri».

Undici ore al giorno

Singh Avtar è uno di quei fantasmi. È arrivato a Matera alle due di notte. «Mi è venuto a prendere Umair e dal giorno dopo ho iniziato a lavorare in agricoltura». Vive in una casa con circa diciassette persone. «L’alloggio presentava molte finestre rotte, gli ambienti erano disordinati e sporchi». I bagni sono all’esterno. «Erano collocati all’esterno, in container, senza luce elettrica». L’acqua arriva da un tubo. «L’unico accesso all’acqua era grazie a un tubo posto vicino ai bagni». Le giornate durano undici ore tra viaggio e lavoro. «Partivamo alle 3.30 e rientravamo alle 14.20». Ma è un’altra la frase che resta impressa nei verbali. «Se ci capitava di non svegliarci alle ore 3 per partire per i campi, ci svegliavano a calci».

Paura di tutto

Poi arriva il 4 ottobre. La strage. Quattro morti. E secondo diversi lavoratori arrivano nuove pressioni. «Ha detto innanzitutto di non fare mai il suo nome». «Dovevamo riferire che la colpa dell’incidente era solo di Surjit Singh». «Se fosse venuta la Polizia non ci avremmo dovuto parlare». Manjot mette a verbale anche un’altra frase. «Se uno fosse andato in galera non sarebbe stato un problema, ma avrebbe prima ucciso gli indiani che avevano parlato». Per questo, pochi giorni dopo, molti chiedono aiuto alle forze dell’ordine. «Abbiamo chiesto di essere portati via dall’alloggio di Policoro perché avevamo paura». Paura di parlare. Paura di perdere il lavoro. Paura di perdere il letto. Paura di tornare in quelle case da cui ogni mattina, alle tre, iniziava una nuova giornata da schiavi. In Italia.

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