Strage dei braccianti, il sopravvissuto: “Sono scappato dall’inferno ma voglio restare in Italia”
dal nostro inviato Corrado ZuninoAmendolara (Cosenza) – C’è un superstite nella strage dei braccianti compiuta lunedì, alle 12,45, ad Amendolara, lungo la Statale jonica della provincia di Cosenza. Ora è, dolorante, fasciato, sulla strada in salita di Villapiana, ventiquattro chilometri lontano dal benzinaio della strage. Vive lì, in un edificio bianco su due piani che fino a due giorni ospitava dieci raccoglitori di frutta e verdura dei campi. Sono rimasti in sei: quattro amici che condividevano le stanze sono rimasti nel rogo.
Taj Mohammad Alamyar è un migrante afgano di 35 anni. È partito poco più di un anno fa da Jalalabad ed è arrivato a piedi in Italia attraverso l’Iran, la Turchia, la Bulgaria, la Serbia, la Slovenia. Ha due braccia ustionate, e così una spalla e la parte bassa della schiena. Attraverso un mediatore della Cgil Flai, il sindacato dei lavoratori della terra, racconta a Repubblica: «In quel rogo sono morti quattro amici, tre afgani e un pakistano. Vivevamo in questa casa, in questi giorni raccog…
Amendolara (Cosenza) – C’è un superstite nella strage dei braccianti compiuta lunedì, alle 12,45, ad Amendolara, lungo la Statale jonica della provincia di Cosenza. Ora è, dolorante, fasciato, sulla strada in salita di Villapiana, ventiquattro chilometri lontano dal benzinaio della strage. Vive lì, in un edificio bianco su due piani che fino a due giorni ospitava dieci raccoglitori di frutta e verdura dei campi. Sono rimasti in sei: quattro amici che condividevano le stanze sono rimasti nel rogo.
Taj Mohammad Alamyar è un migrante afgano di 35 anni. È partito poco più di un anno fa da Jalalabad ed è arrivato a piedi in Italia attraverso l’Iran, la Turchia, la Bulgaria, la Serbia, la Slovenia. Ha due braccia ustionate, e così una spalla e la parte bassa della schiena. Attraverso un mediatore della Cgil Flai, il sindacato dei lavoratori della terra, racconta a Repubblica: «In quel rogo sono morti quattro amici, tre afgani e un pakistano. Vivevamo in questa casa, in questi giorni raccoglievamo le fragole a Scansano».
Chi li ha uccisi?
«Alì e Bat, due caporali pakistani, gente che vende hashish e viaggia con pistole e coltelli».
Perché hanno dato fuoco al monovolume con cui vi portavano tutte le mattine nei campi?
«Abbiamo discusso, l’altra mattina abbiamo proprio litigato. Non volevano pagarci, dallo scorso 20 aprile non vediamo soldi».
Ha detto che erano due caporali, armati e aggressivi. Vi venivano a prendere loro qui, a Villapiana?
«Sì, prima dell’alba. Con l’arrivo della luce dovevamo già essere sui campi di raccolta. Otto ore di lavoro, fino a mezzogiorno, quando inizia il caldo insopportabile».
Eravate in regola?
«Io dal 20 aprile sì», e mostra la ricevuta obbligatoria del ministero del Lavoro, la tessera sanitaria, l’iscrizione all’Inail, il permesso di soggiorno per cinque anni. «Ci eravamo accordati per 45 euro a giornata, ma da un mese e mezzo, niente paga».
E prima del 20 aprile?
«Ho raccolto, in nero, dal primo aprile».
Perché non vi volevano pagare?
«I due pakistani dicevano che avevamo già un alloggio e il cibo garantiti, per loro era abbastanza».
Quanto pagavate per l’abitazione?
«Centocinquanta euro a testa».
Cosa ricorda del rogo, Taj?
«Alì e Bat erano davanti, uno alla guida, l’altro al suo fianco. Avevamo finito il turno e ci stavano riportando a casa. Erano nervosi, parlavano tra loro fitto, quando siamo arrivati ad Amendolara sono entrati nell’area di servizio. Si sono fermati, sono scesi e uno dei due ha messo i soldi nel bancomat. Poi ha preso la pistola della benzina e ha iniziato a cospargere l’auto di carburante, dentro e sulla carrozzeria. Prima che potessimo reagire, ha chiuso le due portiere con le chiavi. Un pakistano chiudeva, l’altro teneva le portiere sotto pressione, le spingeva da fuori. Abbiamo iniziato a urlare, ma hanno aperto il portellone dietro e lanciato un accendino all’interno. È stato un attimo, l’inferno». Taj, musulmano, guarda al cielo. «Sentivo bruciare la testa».
Come si è salvato?
«Mi sono girato, ho visto che il portellone era rimasto aperto. Mi sono spinto all’indietro, ho superato lo schienale, sono caduto nel vano dove si mettono le valigie e con le braccia che bruciavano mi sono buttato sull’asfalto. Poi, mi sono ritrovato in ospedale».
Taj, sulla costa calabrese si è formata davvero una mafia pakistana che gestisce i lavoratori stranieri della terra?
«Quei due sono trafficanti di droga e prendono gli ordini da Kassan, un pakistano che gira sempre armato e vende eroina con gli italiani. Stanno insieme, mafia pakistana e mafia italiana».
Lei è sposato?
«Sì, e ho un figlio. Non ho ancora avvertito casa. Il telefonino e la card sono rimasti dentro l’auto in fiamme. E poi non voglio che mia madre mi veda con queste bende addosso».
Chi vi aveva presentati ad Alì e Bat?
«Uno dei quattro ragazzi morti, l’unico pakistano».
Cosa farà, adesso?
«La Cgil mi sta aiutando. so che stanno cercando un’azienda con una casa all’interno, datori di lavoro seri».
Non vuole scappare dall’Italia dopo quello che è successo?
«No, resto qui. Non posso scappare dall’Italia».