AMENDOLARA (COSENZA) – Ci sono gli assassini. Ci sono i caporali. E poi ci sono i datori di lavoro, italiani. Tre livelli diversi, tre pezzi della stessa storia. Per questo l’inchiesta sulla strage di Amendolara non può fermarsi all’arresto dei due pachistani accusati di aver bruciato vivi quattro connazionali. «Perché se si vuole davvero rendere giustizia a quelle vittime bisogna ricostruire tutta la filiera dello sfruttamento che stava dietro le loro giornate» dice un investigatore.
E così mentre la Procura di Castrovillari lavora per ricostruire le responsabilità dell’omicidio, Polizia e Guardia di finanza stanno passando al setaccio il sistema del lavoro agricolo che si muove tra Calabria, Basilicata e Puglia. Un fazzoletto di poco più di cento chilometri dove migliaia di braccianti seguono i raccolti spostandosi continuamente da una regione all’altra.
Le prime verifiche stanno facendo emergere una serie di anomalie che potrebbero raccontare molto più della sola vicenda criminal…
AMENDOLARA (COSENZA) – Ci sono gli assassini. Ci sono i caporali. E poi ci sono i datori di lavoro, italiani. Tre livelli diversi, tre pezzi della stessa storia. Per questo l’inchiesta sulla strage di Amendolara non può fermarsi all’arresto dei due pachistani accusati di aver bruciato vivi quattro connazionali. «Perché se si vuole davvero rendere giustizia a quelle vittime bisogna ricostruire tutta la filiera dello sfruttamento che stava dietro le loro giornate» dice un investigatore.
E così mentre la Procura di Castrovillari lavora per ricostruire le responsabilità dell’omicidio, Polizia e Guardia di finanza stanno passando al setaccio il sistema del lavoro agricolo che si muove tra Calabria, Basilicata e Puglia. Un fazzoletto di poco più di cento chilometri dove migliaia di braccianti seguono i raccolti spostandosi continuamente da una regione all’altra.
Le prime verifiche stanno facendo emergere una serie di anomalie che potrebbero raccontare molto più della sola vicenda criminale. A partire dalla posizione del superstite: agli investigatori ha raccontato di lavorare senza contratto. Eppure i controlli hanno fatto emergere altro: formalmente lui e gli altri risultavano assunti da mesi. Non è l’unica incongruenza. L’uomo ha spiegato di guadagnare 48 euro al giorno, una cifra dalla quale però dovevano essere sottratti i costi per il trasporto e per il vitto. Ma la documentazione recuperata dagli investigatori racconta un’altra storia: le buste paga sarebbero di circa 350 euro al mese. Una somma incompatibile con quanto dichiarato dal lavoratore. Anche perché, secondo il suo racconto, le giornate nei campi erano praticamente quotidiane. Non sette o otto al mese, come sembrerebbe emergere dai documenti.
Il sospetto, in questo mondo del caporalato pachistano, è quello di un meccanismo già visto in molte altre inchieste. Contratti con aziende italiane formalmente regolari, utili a superare eventuali controlli. E poi un numero di giornate registrate inferiore rispetto a quelle realmente lavorate. Un sistema che consente alle aziende di apparire perfettamente in regola sulla carta mentre il costo del lavoro viene drasticamente ridotto. Poi c’è il capitolo dei pagamenti. Gli investigatori stanno cercando di capire come venissero gestiti gli stipendi e quale fosse il ruolo dei caporali. Una delle ipotesi è che parte delle somme finisse su carte prepagate formalmente intestate ai lavoratori ma di fatto controllate da altri. In questo modo il denaro potrebbe essere stato prelevato e redistribuito secondo regole imposte dai caporali, trattenendo una quota delle retribuzioni. Gli accertamenti sono in corso. Ma è proprio qui che si gioca la partita più importante.