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L’educazione sessuoaffettiva che ci manca

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Nel 2024 ho pubblicato un libro intitolato La parola femminista (Mondadori). Una storia personale e collettiva della relazione che ogni generazione di donne italiane, a partire dagli anni Settanta, ha avuto con questa parola. Per annunciare la sua pubblicazione ho scritto un post nel quale riprendevo una parte del libro, quella in cui raccontavo una molestia subita quando avevo poco più di 13 anni. Quello che è accaduto non me lo aspettavo: un fiume di donne che hanno commentato raccontando la loro storia. Un #metoo generazionale senza precedenti, come ha notato la scrittrice Lorenza Pieri.

Questi sono alcuni di quei commenti. “A 12 anni, lo zio di una mia amichetta ci viene a prendere con la jeep all’uscita del cinema. La …

Nel 2024 ho pubblicato un libro intitolato La parola femminista (Mondadori). Una storia personale e collettiva della relazione che ogni generazione di donne italiane, a partire dagli anni Settanta, ha avuto con questa parola. Per annunciare la sua pubblicazione ho scritto un post nel quale riprendevo una parte del libro, quella in cui raccontavo una molestia subita quando avevo poco più di 13 anni. Quello che è accaduto non me lo aspettavo: un fiume di donne che hanno commentato raccontando la loro storia. Un #metoo generazionale senza precedenti, come ha notato la scrittrice Lorenza Pieri.

Questi sono alcuni di quei commenti. “A 12 anni, lo zio di una mia amichetta ci viene a prendere con la jeep all’uscita del cinema. La mia amica, sua nipote, siede davanti, io dietro al centro. Lui allungherà le mani, fra le mie cosce. Per anni e anni l’ho taciuto.

Io avevo il maestro di pianoforte che faceva lezione nella semioscurità, porta chiusa, la famiglia dall’altra parte e le mani dappertutto. Ricordo che mi sentivo come di pietra e ricordo l’incapacità di reagire in alcun modo e di capire dove fosse il confine. Comunque non l’ho mai detto a nessuno.

Io sono stata violentata a 12 da un uomo di 31. L’ho taciuto per decenni, ho inventato e raccontato una mia “prima volta alternativa” per anni, non l’ho chiamato stupro fino ai miei 40 anni.

12 anni. Gita con cugini e genitori, con un tipo di 40 anni che ci guida durante una passeggiata naturalistica. A un certo punto dobbiamo scavalcare una roccia: il tipo mi aiuta prendendomi dal cavallo, infila la mano sotto il costume. Io divento viola. Mi vergogno. Vorrei chiedere aiuto ma mi vergogno, mi sento in colpa, non lo dico a nessuno, mai.

Il preside della mia scuola mi ha chiesto di aiutarlo a portare dei documenti, mi ha portata in un corridoio deserto (era l’ultimo giorno di scuola) e mi ha messo le mani addosso. Io sono rimasta totalmente congelata e dopo un po’ si è staccato. Avevo 17 anni.

A 12 anni un trentenne mi spinge in un angolo prova a baciarmi, mi sottraggo, non ci riesco se non dopo vari tentativi, la barba ispida e corta sfregata sul viso mi lascia una chiazza che mi porto dietro per 3 giorni con una vergogna che mi mangia il cuore. Ai miei dirò che mi ero grattata senza volere.

Avevo 13 anni. Tornavo a casa dall’oratorio. Un gruppo di ragazzini, e tra questi un ex compagno di scuola, mi circondarono e aggredirono, in pieno giorno, toccandomi più volte. Ricordo nitidamente il punto in cui eravamo, le mie urla, i miei calci, la disperata silenziosa richiesta di aiuto al figlio del salumiere della mia strada, che si guardò tutta la scena senza intervenire. Molti erano solo spettatori, ma non riesco a considerarli meno colpevoli”.

Chi pensa che l’educazione sessuoaffettiva non lo riguardi, chi pensa che le famiglie siano il luogo più sicuro per impartire questo tipo di educazione, chi crede che le cose ti accadono solo se te le cerchi, ecco, dovrebbe essere il primo a essere rieducato da tutte queste bambine, oggi donne.

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