Dormire poco da bimbi aumenta il rischio di depressione durante l’adolescenza: lo dice la scienza
di Giulia BoeroC’è un filo sottile che collega le notti agitate dei bambini piccoli alla salute mentale degli adolescenti. Uno studio pubblicato su European Child & Adolescent Psychiatry, condotto dall’Università di Birmingham sotto la guida della dottoressa Isabel Morales-Muñoz, ha seguito nel tempo 15.589 giovani nati nel sud-ovest del Regno Unito tenendo conto di diversi fattori, come le condizioni socioeconomiche e la salute dei genitori. L’obiettivo era capire se le abitudini di sonno nei primissimi anni di vita potessero avere anni dopo ripercussioni sulla salute mentale. La risposta è sì, con alcune precisazioni importanti.
I ricercatori hanno monitorato la durata del sonno notturno a più riprese: a sei mesi di vita, a diciotto mesi, a due anni e mezzo, a tre anni e mezzo, e ancora tra i quattro e i sette anni. In media, i bambini dormivano circa undici ore per notte. Ma circa il 2 per cento riposava stabilmente molto meno: tra le nove e le nove ore e mezza. Ed è in questo piccolo gruppo …
C’è un filo sottile che collega le notti agitate dei bambini piccoli alla salute mentale degli adolescenti. Uno studio pubblicato su European Child & Adolescent Psychiatry, condotto dall’Università di Birmingham sotto la guida della dottoressa Isabel Morales-Muñoz, ha seguito nel tempo 15.589 giovani nati nel sud-ovest del Regno Unito tenendo conto di diversi fattori, come le condizioni socioeconomiche e la salute dei genitori. L’obiettivo era capire se le abitudini di sonno nei primissimi anni di vita potessero avere anni dopo ripercussioni sulla salute mentale. La risposta è sì, con alcune precisazioni importanti.
I ricercatori hanno monitorato la durata del sonno notturno a più riprese: a sei mesi di vita, a diciotto mesi, a due anni e mezzo, a tre anni e mezzo, e ancora tra i quattro e i sette anni. In media, i bambini dormivano circa undici ore per notte. Ma circa il 2 per cento riposava stabilmente molto meno: tra le nove e le nove ore e mezza. Ed è in questo piccolo gruppo che il rischio di sviluppare depressione tra i 13 e i 22 anni risultava quasi doppio rispetto agli altri.
Tuttavia, vale la pena leggere i numeri con attenzione. Un rischio raddoppiato non significa che dormire poco porti automaticamente alla depressione. È lo stesso team a sottolinearlo: si tratta di una minoranza, e in assoluto solo una piccola percentuale di ragazzi sviluppa sintomi gravi e persistenti. Ma il legame esiste. Ed è abbastanza solido da meritare attenzione.
Il corpo infiammato
Uno degli aspetti più interessanti della ricerca riguarda il meccanismo biologico sottostante. I ricercatori si sono chiesti se l’infiammazione potesse spiegare, almeno in parte, il collegamento tra sonno insufficiente e depressione. Hanno analizzato due marcatori: la proteina C reattiva (CRP) e l’interleuchina-6 (IL-6). Ma solo quest’ultima ha mostrato un’associazione rilevante. L’ipotesi è che dormire poco in modo cronico possa influire sul cervello in sviluppo attraverso processi infiammatori, aumentando la vulnerabilità alla depressione in adolescenza. Non è ancora possibile stabilire un nesso causale diretto, ma il dato è suggestivo. La coautrice Rebekah Amos lo dice chiaramente: «Migliorare le abitudini di sonno potrebbe interrompere questo processo».
Adolescenti fragili, intercettare il disagio prima che sia tardi
Femmine più a rischio
Tra i pochi fattori che hanno mostrato un’associazione significativa con il rischio di depressione, uno colpisce in modo particolare: il sesso biologico. Le ragazze risultavano più a rischio dei coetanei maschi. Non è una sorpresa per chi conosce la letteratura scientifica, ma è un punto su cui vale la pena soffermarsi.
Tra gli 11 e i 15 anni, le ragazze hanno il doppio delle probabilità di ricevere una diagnosi di depressione rispetto ai coetanei maschi. Il divario si apre con la pubertà e poiché le ragazze la raggiungono in media prima dei ragazzi, tendono anche ad anticipare l’insorgenza dei sintomi. La maggiore frequenza di depressione nelle donne comincia proprio in età adolescenziale, subito dopo il menarca, e gli studi hanno osservato anche una maggiore frequenza di ricadute e una più alta resistenza al trattamento. Tra gli adolescenti che raggiungono la soglia clinica per un disturbo mentale comune, la cronicità è più marcata nelle ragazze (il 64 per cento) rispetto ai ragazzi (il 37 per cento).
Le ragioni sono molteplici: le oscillazioni ormonali rapide durante la pubertà, una maggiore tendenza a interiorizzare le emozioni, la pressione sociale legata ai ruoli di genere. Con l’avanzare dell’età, le differenze si ampliano: il 29 per cento delle ragazze riferisce di sentirsi giù, contro il 13 per cento dei ragazzi.
Lo schermo acceso nel buio
C’è un altro fattore che si intreccia con il sonno dei bambini e degli adolescenti, e che la ricerca di Birmingham non indaga direttamente ma che alcuni studi recenti mettono sempre più a fuoco: l’uso degli schermi. Un’indagine pubblicata su Brain Health nel 2026 ha introdotto il concetto di criticome (la finestra critica di sviluppo cerebrale che va dalla nascita ai 25 anni), sottolineando come le esperienze sensoriali e sociali di quel periodo determinino in modo spesso irreversibile chi diventeremo. Gli schermi, per loro natura intensamente stimolanti, rischiano di occupare uno spazio che dovrebbe essere dedicato ad altro: al gioco fisico, alla socializzazione, al riposo. E la luce blu emessa dai dispositivi, lo sappiamo, rende più difficile addormentarsi.
Il nesso non è astratto. Negli Stati Uniti, la percentuale di adolescenti che dorme almeno sette ore a notte è scesa al 22,3 per cento: il dato più basso dal 1991, secondo uno studio dell’Università del Minnesota pubblicato nel 2026. I ricercatori citano esplicitamente l’uso degli schermi tra i fattori principali, insieme ai cambiamenti biologici della pubertà e agli orari scolastici precoci.
Cosa possono fare le famiglie
La buona notizia, se c’è, è questa: il sonno è modificabile. Non serve una diagnosi, non serve necessariamente un medico. «Il sonno è un fattore su cui si può intervenire senza ricorrere a trattamenti medici», dice la dottoressa Morales-Muñoz. «Migliorare le abitudini di sonno durante l’infanzia può portare numerosi benefici, inclusa la riduzione dei possibili rischi per la salute mentale».
Gli strumenti ci sono: routine serali regolari e anticipate, meno schermi prima di dormire, attività fisica durante il giorno, una camera silenziosa. Cose semplici, almeno in apparenza. Perché non tutte le famiglie partono dallo stesso punto. Le condizioni abitative, il reddito, il quartiere in cui si vive: tutto questo incide sulla qualità del riposo. Il problema del sonno non è solo individuale. È anche sociale. Ed è lì che, forse, andrebbe affrontato con più urgenza.