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Le tre sorelle di Bassano con la libreria in salotto. “La cultura è un baluardo”

Da quasi 30 anni questo palazzo storico è diventato cenacolo di scrittori e artisti. Al di là di ogni pronostico
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BASSANO DEL GRAPPA – Dietro la libreria più bella d’Italia ci sono il tentativo di non lasciarla nascere, il treppiede più venduto al mondo e tre sorelle che, più che limitarsi a pensare, eccezionalmente volevano fare ciò che dovevano. Nulla dunque a che vedere, all’inizio della storia, con la cultura. Tanto con la poca voglia di scuola, soffocata dalla curiosità per tutto il resto: e dall’irresistibile attrazione per l’impossibile. Questo posto immaginato per sognare si chiama Palazzo Roberti e dalla metà del ‘700 Settecento è aperto a Bassano del Grappa, ai piedi delle montagne venete. Da quasi 30 anni è il contemporaneo cenacolo segreto di scrittori e artisti che, per amore dell’indipendenza, osano sfidare le periferie. Da domani a domenica festeggia perfino il decennale di una cosiddetta rassegna letteraria: smentita dal titolo Resistere, che indica piuttosto la comunitaria via di ospiti (di livello planetario) uniti dalla consapevolezza che la resistenza sia il sinonimo più popol…

BASSANO DEL GRAPPA – Dietro la libreria più bella d’Italia ci sono il tentativo di non lasciarla nascere, il treppiede più venduto al mondo e tre sorelle che, più che limitarsi a pensare, eccezionalmente volevano fare ciò che dovevano. Nulla dunque a che vedere, all’inizio della storia, con la cultura. Tanto con la poca voglia di scuola, soffocata dalla curiosità per tutto il resto: e dall’irresistibile attrazione per l’impossibile. Questo posto immaginato per sognare si chiama Palazzo Roberti e dalla metà del ‘700 Settecento è aperto a Bassano del Grappa, ai piedi delle montagne venete. Da quasi 30 anni è il contemporaneo cenacolo segreto di scrittori e artisti che, per amore dell’indipendenza, osano sfidare le periferie. Da domani a domenica festeggia perfino il decennale di una cosiddetta rassegna letteraria: smentita dal titolo Resistere, che indica piuttosto la comunitaria via di ospiti (di livello planetario) uniti dalla consapevolezza che la resistenza sia il sinonimo più popolare dell’esistenza.

Il tentativo di sventare l’apertura di un luogo tanto sovversivo lo si deve al precedente proprietario dell’edificio, capolavoro in stile rinascimentale che Napoleone ridusse a quartier generale nella sua prima Campagna d’Italia. Per scongiurarne la vendita, convinse perfino il governo a vincolare i tre piani affrescati al commercio dei libri. Qualunque potenziale acquirente si sarebbe dileguato, eccetto uno: Lino Manfrotto, ignaro della trappola. Era il 1989 e il treppiedi entra in scena qui. Figlio di un tassista e di una casalinga, non veniva promosso nemmeno alle elementari perché investiva i soldi per le ripetizioni in pellicole fotografiche. Alla metà del ‘900 quelli come lui vivevano sospesi tra l’alchimia e la pittura: per le pose servivano però pure i muscoli e tra un matrimonio e un agguato alle prime star del cinema approdate a Venezia, ecco la folgorazione. Lino Manfrotto, con l’amico Gilberto Battocchio, tanto geniale da aver finito la quinta elementare, inventò il treppiede per reggere le fotocamere. Alla storia sono passati come i Bogen, dal cognome del primo distributore americano. Sono però i Manfrotto. Le tre sorelle dell’ultima generazione che ha «considerato naturale fare bene ciò che c’era da fare» incrociano qui la sorte di «una libreria destinata a chiudere in pochi mesi», che conta oggi 35 mila titoli e circa 100 mila libri sugli scaffali. Si chiamano Lavinia, Lorenza e Veronica e quando scoprono che Palazzo Roberti non può che essere una libreria hanno tra i 24 e i 19 anni. «Pochi mesi di università senza esami», dice Lavinia, «conclusi con la necessità di lavorare. Papà aveva investito i soldi dei treppiedi in questa casa: accettammo di aprire la nostra riserva dei libri, a patto che fosse la più bella di sempre». Cinque anni di restauri e apprendistato londinese da Hatchards, la più antica libreria della Gran Bretagna, fondata a Piccadilly nel 1717. «Siamo tornate», dice Lorenza, «con una certezza: mobili accoglienti come in un salotto di casa, offerta di titoli con pochi rivali, reparti organizzati da autentici bibliofili». Sentenza della scuola per librai della Fondazione Cini, analizzato il business plan 1998: «Negozio troppo grande, Bassano troppo piccola: un anno e si chiude». Il “come” invece, sempre, prevale sul “cosa”. «La sera piangevamo», dice Veronica, «non sapevamo come pagare l’affitto alla società di famiglia. La gente poi ha cominciato a entrare e a sentirsi bene, anche senza acquistare. Le persone hanno scoperto il giardino, la terrazza, le poltrone per leggere, la sala dove incontrare gli autori, gli spazi per i bambini e i laboratori per cucinare i biscotti: due anni e abbiamo cominciato a guadagnare». Un prodigio, nel Paese con il tasso di lettura più basso d’Europa e nel Nordest conteso tra il capannone e la cantina. Fino al 2008: crisi Lehman Brothers, affari a picco e librai indipendenti decimati. «Per reggere», dice Lavinia, «abbiamo chiesto 40 mila euro in prestito a nostro padre. Li abbiamo investiti per portare i bambini a stare insieme tra i libri, in un furgone per vendere testi scolastici nei piccoli paesi, nei social capaci di generare una comunità grazie all’incontro diretto con chi scrive. Altre spese, in apparenza, più che ricavi. Invece sono stati i bambini, gli studenti e le persone che amano gli autori, a restituirci un’anima diversa: il nostro debito è saldato, oggi in libreria siamo 19». Gli editori così fanno a gara per spedire a Bassano i campioni d’incasso: niente alta classifica, se non passi dalle sorelle Manfrotto. Il segreto? Lo stesso concime del talento: alzarsi all’alba e lavorare. «Nessuna presunzione di migliorare il mondo», dice Lorenza, «ma l’ambizione di rappresentare un rifugio. L’antidoto contro la paura è la comprensione: libertà e democrazia non sono scosse dalle armi, ma dalla demolizione della conoscenza». Tra i molti di casa negli anni Sepulveda e Grossman, Saviano e Calabresi, Mauro e Mieli, Maraini e Mancuso: per i 10 anni di Resistere in arrivo anche Steve McCurry e Alberto Angela, Polito e Litizzetto, Di Feo e Abbate. «Dieci anni fa», dice Veronica, «ci dissero che per un piccolo festival servivano 200 mila euro. Abbiamo cominciato con 40 mila, pochi amici sul palco e tre spettatori in platea: oggi gli sponsor si offrono, gli ospiti esclusi si offendono e la gente fa la fila per eventi sold out». A cosa servono i libri? «A sopravvivere», rispondono le tre sorelle, «e a rimanere insieme. Il genere umano non ha alternative: anche a noi è andata così».

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