Alla sanità pubblica serve innovare, non conservare
di Orazio SchillaciCaro direttore,
quindici anni fa la legge Balduzzi promise un medico sempre disponibile. Era una promessa giusta, nata da un’analisi corretta: la medicina territoriale non riusciva a rispondere ai bisogni reali dei cittadini, i pronto soccorso si ingolfavano di accessi che non avrebbero dovuto essere lì, il territorio faticava a farsi carico della cronicità. Quella diagnosi era esatta allora. È ancora esatta oggi. E questo, più di ogni altra considerazione, dovrebbe dirci qualcosa sulla strada percorsa.
Al 1° gennaio 2025, i medici di medicina generale in servizio erano 36.812, con oltre 5.700 posizioni scoperte e una media di 1.383 assistiti per medico. I pronto soccorso continuano a riempirsi di codici bianchi. La medicina territoriale si allontana ogni anno …
Caro direttore,
quindici anni fa la legge Balduzzi promise un medico sempre disponibile. Era una promessa giusta, nata da un’analisi corretta: la medicina territoriale non riusciva a rispondere ai bisogni reali dei cittadini, i pronto soccorso si ingolfavano di accessi che non avrebbero dovuto essere lì, il territorio faticava a farsi carico della cronicità. Quella diagnosi era esatta allora. È ancora esatta oggi. E questo, più di ogni altra considerazione, dovrebbe dirci qualcosa sulla strada percorsa.
Al 1° gennaio 2025, i medici di medicina generale in servizio erano 36.812, con oltre 5.700 posizioni scoperte e una media di 1.383 assistiti per medico. I pronto soccorso continuano a riempirsi di codici bianchi. La medicina territoriale si allontana ogni anno di più da chi ne ha più bisogno. Sono i dati. E i dati ci dicono che continuare sulla stessa strada produrrà gli stessi risultati. Ci sono regioni che hanno saputo costruire accordi integrativi virtuosi e che meritano riconoscimento. I cittadini hanno diritto a una sanità che non dipende dal codice postale. Uguale dal nord al sud del paese.
Scrivo come tecnico che ha un vantaggio preciso: guardare in faccia la realtà senza dover calcolare altro. E la realtà che guardo ogni giorno ha un volto concreto: è l’anziano solo che non riesce a trovare un medico di famiglia, è il malato cronico che si orienta a fatica in un sistema pensato per altro, è il fragile che si affida al pronto soccorso perché non ha alternative. Sono loro il motivo per cui vale la pena difendere il Servizio sanitario nazionale. E difenderlo, oggi, significa innovarlo. Non conservarlo.
Il Servizio sanitario nazionale è una conquista di civiltà senza eguali nella storia recente del paese. L’articolo 32 della Costituzione non è una formula retorica: è una promessa fatta ai cittadini, in particolare a quelli che non hanno altra rete. Tradire quella promessa per non disturbare equilibri consolidati significa scaricare il costo della nostra immobilità su chi può permettersi meno di portarlo.
Esiste una generazione di giovani medici che vorrebbe scegliere la medicina territoriale, che crede nella prossimità come vocazione, che immagina ambulatori moderni, lavoro in équipe, un ruolo riconoscibile e dignitoso nel sistema. Oggi quella generazione fatica a vedere un futuro attraente in quel ruolo. Non perché manchi la vocazione: perché manca un sistema capace di valorizzarla, anche con una formazione adeguata. Costruire quel sistema è l’unico modo per garantire che tra dieci anni ci siano ancora medici disposti a curare chi ne ha bisogno, nei territori dove oggi i bandi restano deserti, nelle aree dove trovare un medico di famiglia è diventato un privilegio.
Chi aspetta una risposta concreta non merita di diventare terreno di scontro nel gioco delle parti. Merita un sistema sanitario all’altezza della fiducia che vi ripone. Lavorare per questo, con i dati e con la direzione giusta, è l’unica cosa che mi interessa fare.