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Seicento morti in due anni. L’Italia annega e non impara

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Il rapporto dell’Istituto superiore di sanità fotografa un fenomeno immobile: troppe vittime, quasi tutte maschi, spesso anziani o giovanissimi. Il vademecum degli esperti è semplice. Il problema è che nessuno lo legge davvero
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In vent’anni non è cambiato quasi niente. Ogni estate l’acqua si prende la sua quota di vite, e ogni estate gli esperti ripetono le stesse raccomandazioni. Eppure, i numeri restano quasi invariati. Nel biennio 2024-2025, in Italia, gli annegamenti fatali sono stati 604. Poco più di uno al giorno.

La fotografia viene dall’Osservatorio per lo sviluppo di una strategia nazionale di prevenzione degli annegamenti e incidenti in acque di balneazione, presentata ieri nella sede dell’Istituto superiore di sanità. Un’istantanea che non lascia spazio all’ottimismo. «Il numero è altissimo», commenta Italo Farnetani, ordinario di Pediatria libera all'Università degli Studi di Scienze umane e tecnologiche United Campus of Malta. «In Italia non si sa nuotare: solo il 30 per cento dei minori sa farlo bene e in sicurezza. Un altro 30 sa galleggiare e andare un po’ avanti, il 10 per cento sa farlo solo in piscina, mentre il restante 30 non sa proprio nuotare».

In vent’anni non è cambiato quasi niente. Ogni estate l’acqua si prende la sua quota di vite, e ogni estate gli esperti ripetono le stesse raccomandazioni. Eppure, i numeri restano quasi invariati. Nel biennio 2024-2025, in Italia, gli annegamenti fatali sono stati 604. Poco più di uno al giorno.

La fotografia viene dall’Osservatorio per lo sviluppo di una strategia nazionale di prevenzione degli annegamenti e incidenti in acque di balneazione, presentata ieri nella sede dell’Istituto superiore di sanità. Un’istantanea che non lascia spazio all’ottimismo. «Il numero è altissimo», commenta Italo Farnetani, ordinario di Pediatria libera all'Università degli Studi di Scienze umane e tecnologiche United Campus of Malta. «In Italia non si sa nuotare: solo il 30 per cento dei minori sa farlo bene e in sicurezza. Un altro 30 sa galleggiare e andare un po’ avanti, il 10 per cento sa farlo solo in piscina, mentre il restante 30 non sa proprio nuotare».

Il fenomeno è soprattutto maschile: quattro vittime su cinque sono uomini, 482 casi su quelli per cui è stato possibile ricostruire il genere. L’età divide il rischio in due fasce distanti tra loro: da una parte gli over 65, circa il 30 per cento dei casi, probabilmente colpiti da malori improvvisi a contatto con l’acqua fredda; dall’altra i bambini e i giovani fino a 24 anni, che pesano per il 23 per cento sul totale. In mezzo, una fascia adulta che tende spesso a sopravvalutare le proprie forze.

La geografia degli incidenti

Il mare e le acque interne si spartiscono quasi alla pari il bilancio: 281 annegamenti in mare, 277 in fiumi, laghi e torrenti (insieme, il 93 per cento dei casi). Le piscine contano 37 morti, un numero inferiore in termini assoluti ma che colpisce soprattutto perché riguarda in prevalenza bambini e adolescenti.

Quanto alle cause, il «malore in acqua» è primo con il 44,9 per cento. Seguono le cadute, le condizioni meteo avverse, le correnti di ritorno. E poi un dato che vale più di qualunque campagna di sensibilizzazione: nel 6 per cento dei casi la bandiera rossa c’era, segnalava pericolo, e qualcuno è entrato lo stesso.

La geografia del rischio coincide in parte con quella della densità abitativa: la Lombardia guida con 90 annegamenti (il 14,9 per cento del totale nazionale), davanti al Veneto con 73 e alla Toscana con 52. Ma il Lazio segue a ruota con 51, e Puglia, Sardegna e Sicilia si attestano a 41 ciascuna. Un paese che annega dal nord al sud, in pianura come sulle coste.

Come comportarsi, le regole che nessuno legge

Eppure non esistono nuove norme o campagne ministeriali ad hoc. Il vademecum per sopravvivere all’estate è sempre uguale a se stesso eppure non scontato. Prima regola, la bandiera rossa – se presente – è lì per un motivo. Le altre vengono di conseguenza. Niente alcol né stupefacenti prima di entrare in acqua. Niente tuffi di testa in fondali sconosciuti: i primi si fanno sempre di piedi. E se una corrente di ritorno vi spinge al largo, il riflesso sbagliato è nuotare contro: si esauriscono le forze, si perde. Bisogna nuotare di lato, uscire dalla corrente di traverso, poi tornare a riva.

Per gli anziani la soglia si abbassa prima di quanto si pensi. Il malore in acqua è la prima causa di morte per annegamento, quasi il 45 per cento dei casi. Mare mosso, sforzo eccessivo, temperatura dell’acqua. Bastano pochi secondi. Per i bambini, invece, la variabile decisiva ha un nome preciso: un adulto vicino, sempre, fino ai 12 anni. «Il rischio di annegare è dietro l'angolo», dice il pediatra Farnetani. Le scuole di nuoto non sono un’attività extrascolastica: sono prevenzione.

Il resto è attenzione. Alle correnti dei fiumi, che ingannano anche chi sa nuotare bene. Alla cartellonistica, che esiste per essere letta. Alla qualità della sorveglianza, che nelle spiagge in concessione non è mai garantita a prescindere. Il bagnino fa differenza. Nuotare da soli, no.

Ventimiglia, spinti dall’onda, inghiottiti dal mare

Solo nelle ultime due settimane, tre casi di cronaca hanno ridisegnato la mappa estiva dell’Italia. L’ultimo mercoledì scorso. Whalid Sobi (19 anni) ed Ewerton Bernardo Dos Santos (25) erano entrambi di Sanremo. Erano sugli scogli nella zona delle Calandre, davanti a Ventimiglia, quando un’onda li ha scaraventati contro la falesia, mentre la successiva li ha trascinati via. Per due giorni elicotteri, motovedette e sommozzatori di Capitaneria, Vigili del fuoco e Guardia di finanza hanno pettinato il mare verso ponente, seguendo la corrente. Ma la Capitaneria ha sempre creduto che i corpi si trovassero a ridosso della costa. Poi, ieri mattina, il ritrovamento nelle acque del porticciolo di Marina di Cala del Forte.

Lago d’Orta: un tuffo, le pinne, e l’aiuto arrivato tardi

Mamadou Mbaye Elhadji aveva vent’anni, abitava a Baraggia di Gozzano ed era di origini senegalesi. Martedì pomeriggio si era tuffato dal pontile del lido di Gozzano con le pinne: un dettaglio che ai testimoni sembrava confermare dimestichezza con l’acqua. Ancora prima di raggiungere le boe gialle, a una quindicina di metri dalla riva, ha iniziato a chiedere aiuto. Un amico sedicenne è riuscito a portarlo a riva. Un infermiere presente sul posto ha praticato le prime manovre di soccorso. Poi il defibrillatore, l’ambulanza, l’elisoccorso da Borgosesia, la corsa al Cto di Torino. Mamadou è morto nella notte tra martedì e mercoledì per un malore, ipotizzano gli inquirenti.

La ciabatta, il fondo viscido, e la corrente del Chisone

Il primo giugno Pasquale Sarli (17 anni) era con una decina di amici sulle sponde del torrente Chisone, a Porte, nel Pinerolese. L’acqua gli arrivava alla vita, un livello apparentemente sicuro. Poi, forse per recuperare una ciabatta scivolata in acqua, forse per un avvallamento improvviso sul fondale, ha perso l’equilibrio. La corrente lo ha preso e trascinato a valle nel tratto tra Ponte Palestro e Ponte San Martino. I suoi amici hanno provato ad afferrarlo nei primi metri senza successo. «Non siamo riusciti a raggiungerlo», hanno detto ai soccorritori. Il sindaco di Porte, Simone Gay, spiega che nel tratto frequentato dai ragazzi ci sono «i tumpi», le cavità profonde che i piemontesi conoscono bene. Il corpo è stato trovato in serata, vicino a una diga.

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