Friendflation: quando il conto delle amicizie diventa troppo salato
di Giulia D'AleoVenti euro se ne vanno per l’aperitivo con il gruppo della palestra, fissato in calendario da settimane. Altri quindici per il cinema del mercoledì con quell’amico che non vediamo da mesi e il fine settimana è dedicato all’addio al celibato fuori città: almeno duecento euro che diventano in fretta il doppio, visto che allo sposo è rigorosamente vietato mettere mano al portafogli. Le amicizie saranno pure un tesoro senza prezzo, ma mantenerle costa sempre di più. Tanto che per descrivere questo conflitto moderno esiste persino un termine: “friendflation”, l’inflazione dell’amicizia.
I rituali sociali come esperienze di consumo
Prima che diventasse virale su TikTok, il Financial Times lo aveva usato per riassumere quella pressione a spendere oltre le proprie possibilità, così da restare al passo con rituali sociali ormai diventati pure esperienze di consumo. Così il compleanno non è più una birra in un locale ma una cena costosa seguita da una gita fuori porta, lo spritz diventa il biglietto minimo d’ingresso per qualsiasi incontro informale e i viaggi “instagrammabili” sono la tassa non scritta dell’estate.
La socialità privatizzata
I giovani tra i 18 e i 24 anni che almeno una volta all’anno partecipano a un concerto, vanno al cinema o assistono a un evento sportivo sono ormai la stragrande maggioranza: nove su dieci. E anche quando si tratta di pranzi, cene e aperitivi siamo disposti a spendere di più: 71 miliardi di euro tra cibo e bevande fuori casa, il 12 per cento in più di sette anni fa. Il paradosso, in realtà, è che usciamo sempre meno, ma ogni uscita ha un peso maggiore sul conto finale. “Una birra con patatine potremmo prenderla a casa a un decimo del costo, invece paghiamo “dazio” per incontrare gente in un locale", commenta Dario sui social: “abbiamo privatizzato la socialità”. E allora oggi solo un italiano su cinque mangia fuori più di una volta alla settimana, meno dello scorso anno, mentre crescono i cosiddetti light user, quelli che si concedono il ristorante una volta al mese. Raddoppia, invece, chi preferisce non andarci proprio: dal 2 al 5 per cento.
La vita sociale un lusso
“Spesso ti prendono per asociale, invece magari stai solo attraversando delle difficoltà economiche. La vita sociale è un lusso: appena esci, spendi”, dice un’altra ragazza su Threads. Eppure le aspettative non si riducono. Così quasi la metà dei consumatori opta per il trading down: la ricerca di ristoranti più economici, offerte, promozioni e formule sconto. Sulle vacanze a misura di feed, però, c’è poco margine di manovra. Una settimana per due persone in una località turistica italiana costa quest’anno 1.050 euro in media, stima Altroconsumo, con Sardegna e Sicilia in testa alla classifica. Per dormire in hotel spendiamo il 32 per cento in più di cinque anni fa, in un bed and breakfast persino il 67 per cento. E poi ci sono i nuovi riti collettivi, come l’addio al nubilato tra attività sportive, tour gastronomici e spa o il babyshower.
Si è alzato tutto tranne gli stipendi
Nel frattempo i redditi restano sostanzialmente fermi. “Io e il mio ragazzo abbiamo perso tutti gli amici per questo motivo", confessa Lucia online: “non riuscivamo più a tenere il ritmo delle spese”. A Milano, che registra l’indice del costo della vita più elevato d’Italia con 74.8 punti, vivere di solo stipendio diventa sempre più complicato: fino al 60 per cento viene assorbito da casa e trasporti. Una persona sola spende al mese circa 1.037,5 euro, affitto escluso, poco meno a Roma, dove ci si ferma a 843,8 euro. “Sto attraversando un periodo difficile da un anno e non posso più permettermi le vacanze”, scrive sui social Martina. “Anche la pizza con gli amici è diventata una rarità, ma non tutti capiscono e spesso passi per tirchia”.
Le famiglie da un unico membro
A ciò si aggiunge che standard dettati dai social media e cultura dell’esperienza hanno alzato l’asticella: non conta soltanto uscire con gli amici, ma poter dimostrare di esserci stati. “Siamo passati da una società individualista a una narcisista”, spiega Stefano Gnasso, docente di Sociologia dei consumi all’Università Cattolica. “Devo far vedere di avere una vita sociale. E se non ci riesco, mi sentirò un cittadino di serie B”. Senza contare che le amicizie sono ormai la vera infrastruttura sociale. Entro il 2030 una persona su tre vivrà da sola – a Roma accade già – ed entro altri vent’anni, secondo le previsioni Istat, le famiglie da un unico membro saliranno al 41 per cento.
Friendly speed date
Anche trovare nuovi amici, non solo mantenerli, ha però un costo. I friendly speed date, gli incontri organizzati per chi vuole ampliare la propria rete sociale, sono ormai promossi da centinaia di app e profili social che promettono di aiutare a combattere la solitudine senza alcun imbarazzo. Tra la vastissima gamma di proposte ci sono corsi di ceramica, di cucina, pittura su tela, gite al museo: i costi sono spesso tutt’altro che irrisori. Ma perché pagare per incontrarsi? “Qualcuno ha capito che le persone sono disposte a pagare per potersi raccontare in un certo modo. Nel saggio Dal rito al teatro del 1986 l’antropologo Victor Turner diceva che la nostra contemporaneità non consente più alcuna ritualità”, spiega ancora Gnasso. “Non potendo farne a meno, però, cerchiamo di trovare un nuovo senso. Frequentare lo storico Radetzky Cafè a Milano, ad esempio, è un modo per dirsi: sono vivo, appartengo alla società. Se non andassi mi sentirei escluso e soffrirei la Fomo. Non è un bisogno, compro l’esperienza”.