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Lancini: “Niente social da zero a ottant’anni. Il divieto per i ragazzi è solo uno spot”

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Psicologo e psicoterapeuta, presiede la Fondazione Minotauro di Milano: “Siamo noi adulti i primi a dover rinunciare. Ai bambini serve un’alternativa: tornino a giocare nelle piazze e nelle strade”
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«Il divieto dei social per gli under 16? Lo trovo quasi scandaloso, uno spot elettorale, per di più irrealizzabile. Se vogliamo vietarli cominciamo da noi: io li chiuderei a tutti, da 0 a 80 anni. L’ho proposto anche al governo Meloni...». Non è (solo) una provocazione quella di Matteo Lancini, psicologo, psicoterapeuta e presidente della Fondazione Minotauro.

Perché la proposta di Starmer, molto simile a altre in Europa e nel mondo, non la convince?

«Per due ragioni. Primo: il divieto serve solo a racimolare il consenso popolare degli adulti. Dei giovani non frega nulla a nessuno, tanto non votano. Secondo: sarebbe poco utile rispetto alla società».

Una legge inapplicabile?

«Non c’è modo di farla rispettare davvero. E fare leggi senza poterle applicare è esattamente quel che mina la credibilità degli adulti stessi. Per giunta, i dati a cui fa riferimento il premier britannico, e cioè quelli di un presunto successo della legge australiana, si basano su un sondaggio fatto tra i genito…

«Il divieto dei social per gli under 16? Lo trovo quasi scandaloso, uno spot elettorale, per di più irrealizzabile. Se vogliamo vietarli cominciamo da noi: io li chiuderei a tutti, da 0 a 80 anni. L’ho proposto anche al governo Meloni...». Non è (solo) una provocazione quella di Matteo Lancini, psicologo, psicoterapeuta e presidente della Fondazione Minotauro.

Perché la proposta di Starmer, molto simile a altre in Europa e nel mondo, non la convince?

«Per due ragioni. Primo: il divieto serve solo a racimolare il consenso popolare degli adulti. Dei giovani non frega nulla a nessuno, tanto non votano. Secondo: sarebbe poco utile rispetto alla società».

Una legge inapplicabile?

«Non c’è modo di farla rispettare davvero. E fare leggi senza poterle applicare è esattamente quel che mina la credibilità degli adulti stessi. Per giunta, i dati a cui fa riferimento il premier britannico, e cioè quelli di un presunto successo della legge australiana, si basano su un sondaggio fatto tra i genitori che raccontano quanto sono contenti. I social sono diventati un alibi per non mettere mano alla nostra società e alla disperazione dei ragazzi».

Se la pensa così, certo il coprifuoco, cioè spegnere i social ai ragazzini la sera, non può sembrarle la soluzione.

«Mi sembra una sciocchezza. È sbagliato l’approccio. Una volta i ragazzini uscivano, giocavano nei cortili, nei giardini, tornavano da soli da scuola. Mamma ci guardava e ci diceva: “Esci e speriamo che torni”. Nessuno ci controllava, ci pedinava con lo smartphone, era una società dove c’era una comunità educante. Poi siamo diventati individualisti e abbiamo sequestrato il corpo dei nostri figli impedendogli la socializzazione e il gioco fuori dal nostro controllo, ben prima dei social, quando abbiamo scritto in strada frasi come “vietato il giuoco del pallone”. Abbiamo costretto le nuove generazioni a proteggerci dalle nostre frustrazioni e paure, a patto di averli sotto controllo. E i bambini, privi di ogni alternativa, sono cresciuti nell’unico ambiente possibile: internet».

Non la spaventano l’adescamento online, la violenza, la virtualità delle relazioni?

«Quelle cose succedono sui social perché è la società che noi abbiamo creato. I bambini respirano la violenza nei climi avvelenati delle campagne elettorali, nelle centinaia di migliaia di morti ormai normalizzate. I ragazzi sono violenti perché non hanno potuto esprimere le emozioni che ci disturbano come la paura, la tristezza e la rabbia. Hanno un vuoto identitario che ci stanno sbattendo in faccia perché non hanno ricevuto alfabetizzazione emotiva. Invece di fare qualcosa, concentrati su noi stessi, diamo la colpa ai social. Piuttosto che togliere tutto a una generazione a cui abbiamo già disboscato il pianeta, plastificato i mari, ridotto il futuro, togliamoci qualcosa noi».

Sta dicendo che i social andrebbero levati a tutti?

«Se vogliamo chiuderli, allora che il divieto sia da 0 a 80 anni. Siamo noi i primi iperconnessi. Pensiamo al registro elettronico, ai compiti, ai voti e alle note mandati online; ai gruppi whatsapp dei genitori, che fanno conoscere ai bimbi di 3 anni il cyberbullismo, parlando male di altri genitori e delle maestre; all’ingresso dei cellulari nelle scuole per riprendere e poi diffondere le recite. Vietare a tutti però significherebbe cambiare la nostra vita e non lo vogliamo fare, così ci inventiamo che internet va vietato ai ragazzi perché a loro fa male. Una dissociazione».

Ma lei da padre come si comporta?

«Certo preferirei non li usassero ma cerco di valutare ogni volta cosa stanno facendo, mi preoccupa di più l’uso compulsivo di quello relazionale».

Allora che fare?

«Io credo che dovremmo educare i ragazzi in modo intelligente al mondo digitale. Viviamo tutti in una società onlife, dove è caduta la barriera netta tra reale e virtuale. O cambiamo la società o aiutiamo le nuove generazioni a abitarci dentro».

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