Ruini, Bagnasco: “Non cercava il consenso a ogni costo”. Welby? “Bisognerebbe essere al posto suo”
di Iacopo ScaramuzziIl cardinale Camillo Ruini, morto martedì sera a 95 anni, non cercava “il consenso a ogni costo”. Lo dice il cardinale Angelo Bagnasco, 83 anni, arcivescovo emerito di Genova, succeduto a Ruini come presidente della Conferenza episcopale italiana nel 2007, ruolo che ha svolto fino al 2017.
Qual è il suo ricordo personale del cardinale Ruini?
“Ho sempre apprezzato la sua intelligenza, il suo grande rispetto. Ricordo la grande fiducia nei miei confronti: mi ha sempre incoraggiato a fare del mio meglio, e non parlo solo di quando ero vescovo o presidente della Cei ma già quando ci siamo conosciuti, io prete di Genova che nel 1985 scendevo a Roma come direttore dell’ufficio catechistico. Nell’ultima parte della sua vita terrena, poi, ho toccato più da vicino il suo affetto: ogni tanto andavo a trovarlo, cercavo di dargli un abbraccio di saluto e lui come meglio poteva, seduto sulla sedia a rotelle, cercava di corrispondere. Al di là della figura pubblica, descritta a volte in modo distacc…
Il cardinale Camillo Ruini, morto martedì sera a 95 anni, non cercava “il consenso a ogni costo”. Lo dice il cardinale Angelo Bagnasco, 83 anni, arcivescovo emerito di Genova, succeduto a Ruini come presidente della Conferenza episcopale italiana nel 2007, ruolo che ha svolto fino al 2017.
Qual è il suo ricordo personale del cardinale Ruini?
“Ho sempre apprezzato la sua intelligenza, il suo grande rispetto. Ricordo la grande fiducia nei miei confronti: mi ha sempre incoraggiato a fare del mio meglio, e non parlo solo di quando ero vescovo o presidente della Cei ma già quando ci siamo conosciuti, io prete di Genova che nel 1985 scendevo a Roma come direttore dell’ufficio catechistico. Nell’ultima parte della sua vita terrena, poi, ho toccato più da vicino il suo affetto: ogni tanto andavo a trovarlo, cercavo di dargli un abbraccio di saluto e lui come meglio poteva, seduto sulla sedia a rotelle, cercava di corrispondere. Al di là della figura pubblica, descritta a volte in modo distaccato, c’era un cuore bello, profondamente umano”.
In pubblico era distaccato, in privato com’era?
“Sapeva essere spiritoso. Mi ha spesso colpito e aiutato la sua capacità di ridimensionare i problemi: non con un ragionamento ma con una battuta di buon senso, perché a volte bisogna anche sorridere anche di noi stessi: questo non vuol dire sottovalutare le questioni ma non ingigantirle per poterle affrontare meglio”.
Spostò la Chiesa su posizioni vicine a Berlusconi e lontane da Prodi?
“Il suo ruolo poteva apparire a volte di tipo politico ma questa è una lettura politica di un compito pastorale. La Chiesa vuole essere nella pasta del mondo in modo significativo. La sua visione nasceva dalla fede e si potrebbe sintetizzare nelle parole di Gesù: voi siete sale e lievito della terra, luce posta sul monte. Lo scopo non è mai stato quello di dare alla Chiesa una rilevanza di tipo mondano, ma di renderla significativa perché ha qualcosa di nuovo, bello e importante per la vita dell’uomo e quindi per la vita di una società”.
Eppure diceva: “meglio contestati che irrilevanti”
“Anche Gesu è stato contestato. La strada non è quella del consenso a qualunque costo. La verità evangelica ha un valore umano e non solo confessionale, e voler tacitare il cattolico di turno che parla non è corretto”.
Papa Francesco disse che non capiva bene l’espressione “valori non negoziabili”, perché i valori sono tutti non negoziabili come le dita di una mano.
“Quel che il cardinale Ruini diceva non era una posizione sua ma una posizione della dottrina della Chiesa. Poi le applicazioni pratiche dei principi, come ricorda il Concilio, possono essere motivo di discussione e diversità, purché non neghino il deposito della fede. Nell’enciclica sociale di Leone uscita in questi giorni la parola ‘non negoziabile’ c’è”.
La sintonia con Francesco, ad ogni modo, non era piena
“Lo diceva lui stesso: a chi glielo domandava, spiegava che come sensibilità personale si sentiva più in sintonia con Benedetto e Giovanni Paolo: ma parlava di sensibilità personale, non di altre cose”.
Giovanni Paolo II lo chiamò a guidare la Cei sul tramonto della Dc, e i vescovi fecero politica senza intermediazioni
“Ognuno al suo posto, Chiesa e Stato. Il cristianesimo non è una teocrazia, è una religione che ha conseguenze nella storia. Sia la società civile che la Chiesa hanno a cuore l’uomo, non ci deve essere contrapposizione. Quanto alla fine della Dc, è una contingenza storica che non cambia nulla del rapporto tra Chiesa e Stato”.
La scelta di non concedere i funerali a Piergiorgio Welby però fu controversa: lei a posteriori la difende?
“Bisognerebbe essere nel cuore nella mente del cardinale Ruini in quel momento storico preciso per esprimere un giudizio. Certamente c’era l’affermazione della vita. Il cardinale ha dovuto affrontare quella situazione dolorosa”.
Alla fine il parlamento italiano ha approvato una legge sulle coppie omosessuali: anziché il Family day, concepito contro i Dico, Ruini avrebbe dovuto essere più dialogico?
“Il family day non era in contrapposizione, era l’esaltazione della bellezza della famiglia. Come scrive Cicerone, prima dello Stato viene la famiglia. La famiglia è il punto fermo della società, il Family day afferma questo ieri oggi e domani”.
Non tutti nella Chiesa condivisero le sue posizioni, penso ad esempio alla figura di don Luigi di Liegro: Ruini schiacciò il dissenso interno?
“Si parla molto volentieri di parresia e poi in certi casi questa parresia non va più bene? Non capisco. L’importante è che tutti obbediamo alla verità di Cristo nel deposito della Chiesa. Fermo restando il deposito della fede, che è la stella polare, poi ci possono essere posizioni, conseguenze storiche, applicazioni diversificate che, finché non intaccano il patrimonio delle verità della fede, possono essere legittime. Ma chi ha autorità deve decidere, soprattutto in certi momenti”.
Come si sentì a succedere a Ruini?
“Nel momento in cui papa Bendetto mi comunicò questa sua decisione io fui molto, molto sorpreso, ed ero anche pieno di timore e tremore perché succedere al cardinale Ruini dopo 15 anni non era una cosa da poco. Mi sentivo molto piccolo. Ma cosa deve prevalere in un prete e in un vescovo? L’obbedienza alla autorità superiore e avere fiducia in Dio”.
Ruini è stato rallegrato dall’elezione di Leone, ha detto che porterà l’unità dopo che Francesco aveva fatto emergere le divergenze
“Ogni Papa cerca di fare il suo meglio secondo il mandato che è, chiunque sia il Papa, confermare la fede dei fratelli. Ogni Papa deve portare avanti l’unità della Chiesa annunciando la verità del Vangelo, tutta la verità. Poi ognuno lo fa secondo la propria umanità e sensibilità, ma con questa stella polare. L’attuale pontefice sta facendo questo”.
Cosa lascia Ruini?
“Un grande esempio di fede: io ho visto negli ultimi anni della malattia, anche pesante, che il filo d’oro che conduceva i suoi giorni pesanti era la fede. Amare la Chiesa, il popolo, e il nostro paese”.
Era pronto alla morte?
“Certamente sì, l’ho visto negli ultimi tempi. Lo sguardo era sempre di più verso l’alto. Affrontava i problemi immediati, non si tirava indietro, con lucidità, ma avvertivo che sempre di più l’orizzonte era altro, era verso l’eterno”.