Il testamento spirituale di Ruini: “Disagio per le aperture di Francesco, ho agito con durezza”
di Iacopo ScaramuzziIl “disagio” nei confronti delle aperture di papa Francesco, la rivendicazione di essersi opposto “con forza” a quelle che definisce “derive postconciliari”, il rammarico di avere “agito a volte con durezza sostanziale, sotto delle forme per lo più – non sempre – gentili”, la confessione di una fede “sottodimensionata per reggere e animare una vita che dovrebbe essere tutta dedicata a Dio e ai fratelli”. Il cardinale Camillo Ruini, morto martedì scorso a 95 anni, si racconta così nel suo testamento spirituale.
Il testo, citato sommariamente da papa Leone XIV nell’omelia dei funerali che ha presieduto ieri a San Pietro, emerso nella sua forma integrale ieri sera in alcuni blog e ora pubblicato dall’agenzia stampa della Cei, Sir, è firmato 3 giugno 2016.
Il “disagio” con Francesco
Se buona parte del “testamento spirituale” è dedicato a ricordare le tante persone che ringraziava di avere avuto nella sua già lunga vita, Ruini annota anche alcune considerazioni che hanno una valenza politi…
Il “disagio” nei confronti delle aperture di papa Francesco, la rivendicazione di essersi opposto “con forza” a quelle che definisce “derive postconciliari”, il rammarico di avere “agito a volte con durezza sostanziale, sotto delle forme per lo più – non sempre – gentili”, la confessione di una fede “sottodimensionata per reggere e animare una vita che dovrebbe essere tutta dedicata a Dio e ai fratelli”. Il cardinale Camillo Ruini, morto martedì scorso a 95 anni, si racconta così nel suo testamento spirituale.
Il testo, citato sommariamente da papa Leone XIV nell’omelia dei funerali che ha presieduto ieri a San Pietro, emerso nella sua forma integrale ieri sera in alcuni blog e ora pubblicato dall’agenzia stampa della Cei, Sir, è firmato 3 giugno 2016.
Il “disagio” con Francesco
Se buona parte del “testamento spirituale” è dedicato a ricordare le tante persone che ringraziava di avere avuto nella sua già lunga vita, Ruini annota anche alcune considerazioni che hanno una valenza politica. Ampia – e citata da Leone ieri – la sezione dedicata a Giovanni Paolo II (“Una grazia del tutto speciale”). “Sono sempre stato «papista» e ne ringrazio il Signore e i miei formatori, in particolare i Professori della Gregoriana”, scriveva poi l’ex presidente della Cei ed ex Vicario del Papa per la diocesi di Roma. “Dopo Giovanni Paolo II, ho collaborato per tre anni con Benedetto XVI e lo ringrazio di tutto cuore, anche per l’affetto che tuttora mi dimostra. Quando è stato eletto Papa Francesco ne ho gioito e, per quel che potevo, sono stato subito un suo sostenitore. Anche oggi mi rallegro e lo ringrazio per il suo straordinario slancio evangelizzatore. Devo confessare però”, prosegue Ruini, “di trovarmi in una situazione di disagio, non certo per motivi personali ma perché fatico a comprendere alcuni orientamenti che mi sembrano riaprire ferite, dopo il Concilio a stento medicate. Chiedo umilmente al Signore di convincermi interiormente che la Chiesa è sua e che Egli stesso ne ha cura, al di là delle nostre vedute umane. Signore, aiutami ad accogliere la piccola croce del mio decadimento, per ora fisico, e la progressiva estinzione del mio ruolo: è la grazia che ora mi dai per prepararmi meglio all’incontro con te”. La mancanza di sintonia con il Papa gesuita non era una sorpresa, ma nel testamento spirituale Ruini la argomenta nero su bianco.
La battaglia su Amoris laetitia
A giugno del 2016, anno in cui Ruini firma il suo testamento spirituale, Jorge Mario Bergoglio aveva da poco pubblicato l’esortazione apostolica Amoris laetitia, che, dopo uno scoppiettante doppio sinodo dedicato alla famiglia che si era svolto nel 2014 e nel 2015 (dove erano emerse proposte come il riconoscimento delle coppie di fatto e delle coppie omosessuali), apriva alla concessione della comunione ai divorziati risposati: una mossa che suscitò indignazione e critiche da parte dei cardinali più conservatori, che arrivarono a minacciare Francesco di una “correzione filiale”.
“Derive postconciliari”
Sempre al Concilio, la grande assemblea di vescovi che, tra il 1962 e il 1965, introdusse nella Chiesa un “aggiornamento” su tanti temi, dal dialogo ecumenico e interreligioso alla libertà di coscienza, dalla liturgia alla ecclesiologia alla esegesi biblica, fa riferimento un altro passaggio del testamento spirituale: “Ti ringrazio per il Concilio Vaticano II, per averlo vissuto e fatto vivere con gioia a Reggio Emilia”, scrive Ruini, “e anche per avermi dato la lucidità e la forza di oppormi alle derive postconciliari”.
Durezza e dolore
“In concreto”, scrive Ruini, “nei ventidue anni del mio ministero romano, alla Cei e in Vicariato, spero, Signore, di aver operato non per interessi personali ma per gli obiettivi che mi erano affidati e che condividevo di cuore: ho superato così resistenze e ostilità non piccole, specialmente agli inizi, sia alla Cei sia in Vicariato. Riconosco e confesso però”, aggiunge, “di aver agito a volte con durezza sostanziale, sotto delle forme per lo più – non sempre – gentili: ne chiedo perdono al Signore e a tutte le persone, vive e defunte, alle quali ho procurato dolore”. Il cardinale non esplicita il riferimento: di certo da presidente della Cei tacitò alcune figure rappresentative del cattolicesimo sociale, come don Luigi di Liegro e don Tonino Bello, si scontrò con alcuni sacerdoti romani, come don Andrea Santoro, poi ucciso da missionario in Turchia, così come fu noto il dissenso che suscitò anche dentro la Chiesa la sua decisione di negare i funerali a Piergiorgio Welby, che, provato da una annosa malattia degenerativa, aveva deciso di porre fine alla propria vita.
Confessioni di un cardinale
Alcuni passaggi del testamento spirituale di Ruini costituiscono una vera e propria confessione. “Quando una certa stanchezza minacciava di opprimere il mio sacerdozio”, scrive rivolgendosi a Dio, “tu hai avuto pietà di me e, con sorpresa e sgomento, mi hai chiamato all’episcopato: è stata una grazia tanto grande quanto immeritata, un rinnovamento e rinvigorimento della mia vocazione”. Una volta andato in pensione, “finora sono stato un emerito molto occupato”, scrive, e “l’impegno dello scrivere non ha favorito la libertà del mio spirito per la preghiera”. In un altro passaggio Ruini parla dei propri “peccati” e della “debolezza della mia risposta all’amore del Signore: queste cose vorrei confessare, sperando di non scandalizzare nessuno, ma di stimolare invece a pregare per me e a far meglio di me. Confesso anzitutto la pochezza della mia fede. Fin da piccolo ho avuto il dono della fede e ho detto le preghiere, la fede fino a oggi mi ha sempre accompagnato e sostenuto, in particolare nell’accogliere la chiamata al sacerdozio. A difendere la fede mi sono dedicato, già da studente liceale, senza timidezza o paure. Ho cercato di approfondire con lo studio i suoi contenuti e le sue ragioni, di proporli e difenderli con passione e convinzione. Nonostante tutto questo, però, nel segreto del mio cuore proprio sulla fede sono stato sempre tentato, anche se, per grazia di Dio, penso di non aver mai ceduto alla tentazione. Concretamente, la mia fede era e rimane sottodimensionata per reggere e animare una vita che dovrebbe essere tutta dedicata a Dio e ai fratelli. Signore, abbi pietà di me e rafforzami alla fede, nell’ultima e decisiva fase del mio cammino terreno”.