Giornata del rifugiato: lo strabismo dell’Europa che si chiude ma l’emergenza è altrove
di Alessia CanditoGuerre, persecuzioni, regimi, carestie, devastazioni climatiche o ambientali: nel 2025 almeno un essere umano su settanta nel mondo è costretto a vivere lontano dal Paese in cui è nato. Per la precisione, sono 117,8 milioni, fra cui 45 milioni di bambini e ragazzini - denuncia in un report Unhcr pubblicato in occasione della Giornata mondiale del rifugiato - le persone che nel passato recente o remoto sono state costrette a lasciare la propria casa e tuttora non ci possono tornare. Sono rifugiati, richiedenti asilo, apolidi, destinatari di protezione internazionale e lo sono da sempre. "Per troppi, la fuga inizia come una salvezza ma dura tutta la vita”, afferma l’Alto Commissario delle Nazioni Unite Barham Salih.
Il 68% accolto in Paesi a basso e medio reddito, 9 milioni nei Paesi più poveri
Il 70% scappano da Afghanistan, Sud Sudan, Sudan, Siria, Ucraina e Venezuela, ma fatta eccezione per la Germania, non è l’Europa, che con il nuovo Patto migrazione e asilo sempre più si chiude, …
Guerre, persecuzioni, regimi, carestie, devastazioni climatiche o ambientali: nel 2025 almeno un essere umano su settanta nel mondo è costretto a vivere lontano dal Paese in cui è nato. Per la precisione, sono 117,8 milioni, fra cui 45 milioni di bambini e ragazzini - denuncia in un report Unhcr pubblicato in occasione della Giornata mondiale del rifugiato - le persone che nel passato recente o remoto sono state costrette a lasciare la propria casa e tuttora non ci possono tornare. Sono rifugiati, richiedenti asilo, apolidi, destinatari di protezione internazionale e lo sono da sempre. "Per troppi, la fuga inizia come una salvezza ma dura tutta la vita”, afferma l’Alto Commissario delle Nazioni Unite Barham Salih.
Il 68% accolto in Paesi a basso e medio reddito, 9 milioni nei Paesi più poveri
Il 70% scappano da Afghanistan, Sud Sudan, Sudan, Siria, Ucraina e Venezuela, ma fatta eccezione per la Germania, non è l’Europa, che con il nuovo Patto migrazione e asilo sempre più si chiude, ad accogliere chi fugge. Anzi, la maggior parte di chi cerca riparo, il 68 per cento, è accolta in Paesi a basso e medio reddito. Il 65 per cento si concentra in Colombia (2,8 milioni), Germania (2,7 milioni), Turchia (2,4 milioni), Uganda (1,9 milioni), Iran (1,7 milioni), Ciad (1,5 milioni) e Pakistan (1,3 milioni). A garantire l’asilo a più di 9,4 milioni di persone, sono gli Stati meno sviluppati del mondo, tra i quali figurano Uganda, Ciad, Sudan e Repubblica Democratica del Congo.
I dati italiani
In Unione Europea, che conta con più di 450 milioni di abitanti, i rifugiati sono circa 18.1 milioni, dato rimasto sostanzialmente immutato dall’anno passato. E l’Italia? Alla fine del 2025 nella penisola, che punta ad alzare muri anche in mare, si contavano circa 132.000 beneficiari di protezione internazionale, 234,000 richiedenti asilo, oltre 60.000 cittadini ucraini che beneficiavano di protezione temporanea, più circa 3.000 apolidi. Dati – spiegano le associazioni che si occupano di assistenza ai migranti a terra e a mare – “che raccontano il fallimento di un sistema di accoglienza che lascia per anni le persone in un limbo giuridico ed esistenziale”. E in prospettiva, dopo l’entrata in vigore del nuovo Patto migrazione e asilo e con la futura probabile approvazione del regolamento rimpatri, “le cose non potranno che peggiorare”.
Le preoccupazioni delle ong
Per Medici senza frontiere, le nuove norme “rafforzano detenzione, coercizione ed esternalizzazione, aumentando l’impatto negativo sulla salute delle persone. Protezione, dignità e accesso alle cure non sono negoziabili. I bisogni umanitari devono venire prima, ovunque”. Durissima anche Silvia Carta dell’ong europea Picum: “Questa legge porterà alla separazione delle famiglie, all'arresto e al rimpatrio di adulti e bambini in Paesi che nemmeno conoscono, tutto a causa del passaporto con cui sono nati. Le scene che hanno indignato gli europei negli Stati Uniti rischiano di diventare la norma a Bruxelles, Berlino, Roma e altrove”. E sulla stessa linea si attestano le ong della flotta civile. “Il diritto d'asilo viene svuotato della sua dimensione individuale, sostituendo l'esame effettivo delle singole storie con presunzioni di sicurezza, automatismi e procedure accelerate. Chi arriva da determinati Paesi viene giudicato in base alla propria nazionalità, non alla propria storia”, sottolinea Valeria Brinis di Open Arms. “Da oggi in Europa basta pagare 20.000 euro per liberarsi di un essere umano – attacca Giorgia Linardi, portavoce di SeaWatch Italia - Uno dei capisaldi del patto è il concetto di paese di origine sicuro e quello di paese terzo sicuro, dove l'Unione Europea può rispettivamente rimpatriare e deportare le persone sgradite. Tuttavia, in questi paesi si registrano spesso situazioni di abuso dei diritti umani, sia nei confronti delle persone migranti di passaggio che dei propri cittadini. Tutto questo è completamente ignorato dall'Ue. Se un essere umano ha un prezzo, che fine hanno fatto i suoi diritti?”.
Unhcr: “Rimpatri opzione più efficace, ma che rispettino diritti e standard internazionali”
Sulle nuove norme Unhcr non si sbilancia. “il rimpatrio volontario delle persone che non necessitano di protezione rappresenta l’opzione più efficace, dignitosa e sostenibile e deve rimanere l’approccio primario”, spiega Filippo Ungaro, sottolineando però che “tutte le procedure di rimpatrio devono essere attuate nel pieno rispetto del diritto internazionale dei rifugiati e dei diritti umani, compresi il principio di non respingimento e il diritto a un ricorso effettivo”. Con l’Unione Europea, assicura, “Unhcr continuerà a collaborare per sostenere un’attuazione che salvaguardi gli standard di protezione e i diritti fondamentali”.
Rimpatri forzati e ritorni non voluti
Tuttavia è proprio dall’ultimo report dell’agenzia Onu che sembrano emergere i potenziali rischi legati alle nuove procedure. Per la prima volta in dieci anni, il numero dei rifugiati mondiali scende, ma “la diminuzione – si sottolinea nel report - è stata in parte legata ai rimpatri, molti dei quali avvenuti in condizioni precarie, con persone che tornavano a vivere in situazioni di insicurezza, con case danneggiate e servizi limitati”. È il caso dell’Afghanistan, con centinaia di migliaia di rifugiati rientrati nel Paese dopo l’espulsione di massa ordinata dall’Iran degli ayatollah, che nonostante la partenza di oltre un milione o più di rifugiati afghani rimane uno dei primi cinque Paesi al mondo per numero di rifugiati accolti. Lo stesso è successo in Sudan, che con 9.1 milioni di sfollati interni rimane la maggiore crisi planetaria. Nonostante l’intensificarsi dei combattimenti in alcune aree come il Nord Darfur, che ha causato 492.400 nuovi profughi, ben 2,9 milioni di sfollati sono ritornati nei luoghi d’origine, in particolare nelle regioni orientali e a Khartoum. La maggior parte non aveva altra opzione.
"Dimezzare il numero dei rifugiati mondiali entro il 2035”
L’obiettivo di Unhcr è ambizioso: dimezzare entro il 2035 il numero di rifugiati in esilio prolungato e dipendenti dall’assistenza umanitaria, promuovendo iniziative per creare lavoro, opportunità educative e soluzioni durature come i ritorni. Ma nuove crisi e conflitti “emergenti, in escalation e radicati, insieme a disastri naturali – si sottolinea nel report - hanno continuato a sradicare le persone, spesso ripetutamente”. E dall’inizio della nuova offensiva israeliana, solo in Libano si contano più di un milione di sfollati