✕

Da Pechino a Venezia: “La mia impresa in bici sognando Marco Polo”

Ascolta l'audio

Matteo Stella, guida di trekking e mountain bike, ha intrapreso un viaggio di 13mila chilometri sulle tracce dell’esploratore italiano
3 minuti di lettura

Cinque mesi e tredicimila chilometri per attraversare il mondo. Da Pechino a Venezia in bici, sulle tracce di Marco Polo. Matteo Stella, guida di trekking e mountain bike — tra gli ospiti quest’anno di UlisseFest, la festa del viaggio di Lonely Planet (Genova, dal 10 al 12 luglio) — aveva perso il lavoro quando ha deciso di cercare l’altrove. Alle spalle, poteva contare solo su un’impresa simile, conclusa l’anno prima: da Bogotà a Ushuaia, la città più australe del pianeta. La fin del mundo, la chiamava Sepúlveda. Questa volta ha cambiato geografia, senza perdere l’istinto a partire da solo. La Cina futuristica, il deserto del Gobi, le steppe dell’Asia centrale, il cuore dell’Afghanistan: un viaggio in cui i confini reali, spesso, non coincidono con le mappe.

Perché Marco Polo e la Via della Seta?

«In antichità nessuno sapeva come la seta arrivasse fino a Roma, le tracce di quel viaggio si perdevano. Da lì i racconti mitologici. Studiando ho capito che le connessioni tra il Mediterran…

Cinque mesi e tredicimila chilometri per attraversare il mondo. Da Pechino a Venezia in bici, sulle tracce di Marco Polo. Matteo Stella, guida di trekking e mountain bike — tra gli ospiti quest’anno di UlisseFest, la festa del viaggio di Lonely Planet (Genova, dal 10 al 12 luglio) — aveva perso il lavoro quando ha deciso di cercare l’altrove. Alle spalle, poteva contare solo su un’impresa simile, conclusa l’anno prima: da Bogotà a Ushuaia, la città più australe del pianeta. La fin del mundo, la chiamava Sepúlveda. Questa volta ha cambiato geografia, senza perdere l’istinto a partire da solo. La Cina futuristica, il deserto del Gobi, le steppe dell’Asia centrale, il cuore dell’Afghanistan: un viaggio in cui i confini reali, spesso, non coincidono con le mappe.

Perché Marco Polo e la Via della Seta?

«In antichità nessuno sapeva come la seta arrivasse fino a Roma, le tracce di quel viaggio si perdevano. Da lì i racconti mitologici. Studiando ho capito che le connessioni tra il Mediterraneo e l’Asia sono antichissime. È stata per millenni una via di scambio. Lungo la Via della Seta hanno viaggiato merci, saperi, filosofie, religioni. E naturalmente, uomini. Così, con poca esperienza, ho deciso di fare i bagagli e partire».

Per quanto tempo ha pedalato?

«Il viaggio è durato cinque mesi. Durante questo tempo mi sono reso conto di come Marco Polo sia conosciuto in tutta l’Asia. Nella piazza principale di Ulan Bator, la capitale della Mongolia, c’è una statua che lo ritrae, per esempio. In Italia nulla».

Lei ha scelto di fare il percorso da oriente verso occidente. Perché?

«Mi affascina da sempre il tema del ritorno a casa. Ogni pedalata, ogni metro mi avvicinava alla mia terra, alla mia famiglia, alla mia quotidianità. È stata una forza emotiva molto potente».

Cosa ha messo nello zaino?

«L’essenziale. E nonostante questo, la bici pesava quaranta chili, è il gioco di chi viaggia in solitaria. L’unica cosa superflua era il diario dove ogni tanto scrivevo e disegnavo».

II momento più complicato?

«Sono arrivato alle porte dell’Iran a gennaio di quest’anno, nel pieno delle tensioni internazionali. Non sono potuto entrare. Sono tornato a Kabul per prendere un aereo e oltrepassare il Paese».

E il contatto con la gente?

«Ovunque sia andato, il loro aiuto è sempre stato fondamentale. Quando ti trovi di inverno, da solo, nei luoghi “dove tutto muore”, come direbbe Messner, ostili all’uomo, devi per forza affidarti a chi ha esperienza. Mi hanno accudito, dato da mangiare. Non sono mai stato cacciato, non mi sono mai sentito in pericolo. Aiutare il viandante per questi popoli è sacro».

Qual è il Paese che ricorda con più trasporto?

«L’Afghanistan. I talebani hanno costretto la popolazione a vivere sotto il regime del terrore. È un Paese non riconosciuto da quasi nessun governo internazionale, il loro è il passaporto più debole al mondo. Gli afgani sanno poco di ciò che c’è all’esterno e viceversa. Ovunque andassi, venivo trattato come un marziano. Circondato anche da 150 persone alla volta. Per loro quello che stavo facendo era inspiegabile. È stato un frammento del viaggio difficile anche da spiegare agli amici a casa. Era come se oggi noi vedessimo un ragazzo africano tentare di superare le Alpi a dorso di un elefante andando sulle tracce di Annibale. Sarebbe pazzesco».

Perché ha scelto la bici?

«I francesi dicono che viaggiare in bicicletta significa “prendere tutto in faccia”. Il vento, il freddo, la sabbia, l’immondizia bruciata, a volte gli insulti. Tutto è molto diretto. E metaforico. Ogni situazione va affrontata, sei costretto a metterti in gioco. Non puoi scappare».

Il tema di UlisseFest è “Elogio della fuga”. Lo è stata anche la sua?

«Una fuga dalla routine, sicuramente. Dopo tanti mesi, è il viaggio a diventare la tua quotidianità. Ci ho messo un po’ a capire che ero tornato a casa, non è stato semplice».

E ora?

«Lavoro come guida, sto cercando di organizzare anche viaggi di gruppo in bici lungo le rotte percorse: Samarcanda, la valle di Fergana tra Uzbekistan, Kirghizistan e Tagikistan. E un giorno, spero, in Afghanistan».

Si narra che Marco Polo sul letto di morte abbia detto di non aver raccontato che la metà di quello che aveva fatto e visto nei suoi viaggi. Cosa non ha raccontato lei?

«I silenzi, la solitudine, impossibile da restituire. Ho preso appunti nei miei diari, ma non mi interessa scrivere un libro. Piuttosto, un giorno vorrei raccogliere le storie delle persone che ho conosciuto, la loro prospettiva sul Paese in cui vivono. È molto più interessante di quello che potrei dire io».

Leggi i commenti