Le foto di Banhoff in procura: “Reato scatti nascosti sotto la gonna”. Lui: “Arte, non sessismo”
di Viola GiannoliUn progetto del fotografo Ray Banhoff, al secolo Gianluca Gliori, toscano, classe ‘82, è finito con undici anni di ritardo nella bufera. Si tratta di “Fie”, «un lavoro compulsivo durato tre anni e che comprende migliaia di foto scattate di nascosto a donne di Milano», per citare il loro stesso autore. Volti, figure intere ma anche décolleté, glutei, gambe, ripresi anche sotto la gonna: più di tremila scatti raccolti senza che le donne ritratte sapessero nulla, giorno dopo giorno, nel tragitto casa-ufficio, per strada, sul tram. Nel 2015 quel lavoro è diventato un libro autoprodotto. Oggi è il cuore di uno scontro social e di esposti e denunce individuali e collettive.
«Pedinare e fotografare le donne senza il loro consenso non è arte», ha scritto chi gestisce l’account Instagram “AesteticaSovietica”, che ha ritirato fuori online il progetto fotografico. «Io sono un uomo che ama le donne e rispetta le donne. Era un esperimento goliardico diventato arte», la difesa alle accuse di sessi…
Un progetto del fotografo Ray Banhoff, al secolo Gianluca Gliori, toscano, classe ‘82, è finito con undici anni di ritardo nella bufera. Si tratta di “Fie”, «un lavoro compulsivo durato tre anni e che comprende migliaia di foto scattate di nascosto a donne di Milano», per citare il loro stesso autore. Volti, figure intere ma anche décolleté, glutei, gambe, ripresi anche sotto la gonna: più di tremila scatti raccolti senza che le donne ritratte sapessero nulla, giorno dopo giorno, nel tragitto casa-ufficio, per strada, sul tram. Nel 2015 quel lavoro è diventato un libro autoprodotto. Oggi è il cuore di uno scontro social e di esposti e denunce individuali e collettive.
«Pedinare e fotografare le donne senza il loro consenso non è arte», ha scritto chi gestisce l’account Instagram “AesteticaSovietica”, che ha ritirato fuori online il progetto fotografico. «Io sono un uomo che ama le donne e rispetta le donne. Era un esperimento goliardico diventato arte», la difesa alle accuse di sessismo del fotografo.
Quel progetto gli era già costato all’epoca l’appellativo assai poco nobile di “guardone dei navigli”. Ma il 21 giugno 2026 l’account “Le vite degli altri” ha pubblicato su Instagram una video-intervista in cui Banhoff racconta quella serie di foto di 11 anni fa: «Con un gruppo di amici abbiamo fatto un gruppo whatsapp e l’unico scopo era mandarci foto di donne. Veniva visto come una cosa sessista, in realtà era un esperimento goliardico con gli amici che la mattina depressi andavamo al lavoro e dicevamo guarda “Ho visto la madonna” e c’erano le foto di una».
Il fotografo aggiunge dettagli sulla tecnica e racconta come ha sviluppato la sua estetica nelle foto scattate col cellulare: «Primo comincio ad avvicinarmi sempre più al soggetto senza mai farmi scoprire. Leggevo Don Winslow, James Ellroy per imparare come si fa un pedinamento, per imparare a essere, come lo chiamava William Burroughs, el Hombre Invisible (l’uomo invisibile). Io diventavo lo strumento, la gente non mi vedeva più. Mi avvicinavo e andavo in faccia e scattavo qua o sotto la gonna e non mi vedevano . C’era questa esplosione di sensualità e c’era un occhio che catturava donne anziane, giovani, magre grasse».
L’intervista originale è stata rimossa dopo le polemiche e l’account social risulta ora irraggiungibile. «Voi pubblicate un’intervista del genere con didascalia “un inno alla bellezza” nell’anno in cui sono stati scoperti migliaia di gruppi Facebook e Telegram di uomini che si mandano foto di donne non consensuali?», è uno dei tanti commenti che hanno travolto il post prima che sparisse.
Molti i riferimenti a quanto accaduto, sempre a Milano, a metà giugno: la scoperta di uno scambio di foto trafugate dalle immagini delle telecamere di sorveglianza dei bus e finite nelle chat whatsapp tra dipendenti Atm, l’azienda del trasporto pubblico locale.
Intanto spezzoni della video-intervista sono stati ripresi da AesteticaSovietica, un account di “analisi sociale, linguaggio della politica, stereotipi di genere e rappresentazione delle minoranze”: «Facciamo fatica a credere sia vero, ma se non fosse uno scherzo sarebbe la confessione di un reato, anzi due o forse più», scrivono i gestori della pagina in un post, citando il diritto d’autore, il codice della privacy e il codice penale.
«Se veniva vista come una cosa sessista, evidentemente è perché lo era», proseguono, riferendosi alle parole di Banhoff. Poi, l’invito alle donne ritratte: «Se vi riconoscete in queste foto, denunciate. Pedinare e fotografare le donne e le loro parti intime non è arte, è reato».
In poche ore i post hanno raggiunto migliaia di commenti. Tra questi c’è anche quello dell’avvocata Cathy La Torre: «Intanto facciamo un bell’esposto alla Procura. E vediamo se aprono un fascicolo».