✕

Regeni, la Procura chiede un ergastolo e tre condanne a 17 anni e mezzo

Ascolta l'audio

La requisitoria al processo agli 007 egiziani. “Tortura usata come strumento di dominio. Privato della condizione umana. L’Egitto ha scelto di proteggerli”
4 minuti di lettura

Un imputato condannato all’ergastolo e altri tre a 17 anni e sei mesi di carcere. Oltre mezzo secolo di reclusione che la procura di Roma ha sollecitato nei confronti dei quattro agenti della National Security Agency accusati di aver rapito, sequestrato, torturato e ucciso Giulio Regeni. È questa la richiesta del procuratore aggiunto Sergio Colaiocco e del capo dei magistrati romani Francesco Lo Voi:

“Verità e giustizia per Giulio Regeni”. È con questa frase che si chiude una requisitoria durata oltre otto ore, un’accusa ricostruita e sostenuta per più di 10 anni."Gli abbiamo dato il colpo di grazia". L'inizio della fine del processo sulla morte di Giulio Regeni comincia con il racconto degli ultimi istanti del ricercatore italiano ucciso nel gennaio 2016 al Cairo. Oggi è il giorno della verità, quella dell'accusa, delle prove emerse durante un lungo processo — e al termine di una storia giudiziaria tortuosa che ha dovuto combattere contro le omissioni e i depistaggi messi in campo da…

Un imputato condannato all’ergastolo e altri tre a 17 anni e sei mesi di carcere. Oltre mezzo secolo di reclusione che la procura di Roma ha sollecitato nei confronti dei quattro agenti della National Security Agency accusati di aver rapito, sequestrato, torturato e ucciso Giulio Regeni. È questa la richiesta del procuratore aggiunto Sergio Colaiocco e del capo dei magistrati romani Francesco Lo Voi:

“Verità e giustizia per Giulio Regeni”. È con questa frase che si chiude una requisitoria durata oltre otto ore, un’accusa ricostruita e sostenuta per più di 10 anni."Gli abbiamo dato il colpo di grazia". L'inizio della fine del processo sulla morte di Giulio Regeni comincia con il racconto degli ultimi istanti del ricercatore italiano ucciso nel gennaio 2016 al Cairo. Oggi è il giorno della verità, quella dell'accusa, delle prove emerse durante un lungo processo — e al termine di una storia giudiziaria tortuosa che ha dovuto combattere contro le omissioni e i depistaggi messi in campo dal governo egiziano per proteggere gli agenti della National Security Agency che adesso vengono processati in Italia, in loro assenza: Tariq Sabir, Athar Kamel Mohamed Ibrahim, Uhsam Helmi, Magdi Ibrahim Abedal Sharif. Un processo che ha dovuto lottare anche contro i depistaggi, le bugie, la non collaborazione del governo egiziano di Al Sisi. E i vuoti normativi italiani, poi colmati grazie all'intervento della Consulta.

Oggi inizia a parlare il procuratore aggiunto Sergio Colaiocco. E l'incipit è la frase più cruenta udita dai testimoni, pronunciata dagli aguzzini che hanno sequestrato, torturato e ucciso il ricercatore: "Gli abbiamo dato il colpo di grazia". Una frase importante, ricorda Colaiocco: "Qui c'è arroganza del potere e la serenità di un carnefice che non dovrà rispondere. Lo abbiamo annientato, dicono".

"Violenza preordinata”

Ed è solo un aspetto del processo. Perché, ricorda l'accusa, "qui non si giudica solo l'omicidio ma la violenza preordinata di alcuni agenti degli apparati di sicurezza su Giulio Regeni, che è diventato destinatario di violenza". Ecco: "La prima sconvolgente verità è che Regeni fu collocato in uno spazio senza difesa, senza controllo, senza limite".

Oggi "si giudica la tortura". Su un "uomo che aveva un nome, un volto e una storia: Giulio Regeni, un cittadino italiano, un giovane ricercatore, un uomo libero che il 25 gennaio 2016 entra in una zona d'ombra". Viene sequestrato, rapito nelle mani dello Stato, torturato, ucciso. Il corpo gettato in strada, dove il 3 febbraio 2016 verrà trovato sul ciglio di un cavalcavia lungo l'autostrada deserta che collega Il Cairo ad Alessandria d'Egitto, vicino al quartiere di Piazza El Remaya e a breve distanza da una struttura dei servizi segreti.

"In quel momento diventa, per chi lo detiene, materia per esercitare un dominio assoluto — continua Colaiocco — Giulio Regeni fu privato della sua stessa condizione di essere umano".

Ma c'è una seconda verità "ancora più drammatica", dice Colaiocco. "A commettere tutto questo non furono criminali comuni ma uomini dello Stato appartenenti ai servizi di sicurezza egiziani". E quando la forza istituzionale nata per proteggere diventa forza di oppressione, allora non è colpita soltanto la vittima ma l'idea stessa di civiltà giuridica: è colpita la nozione elementare e solenne che sopra lo Stato vi deve essere la legge.

Caso Regeni, il ministro Giuli: “Errore grave escludere il docufilm dai finanziamenti”

"Processo contro i depistaggi”

Questo processo non è come gli altri. "È stato un processo contro il silenzio, contro chi confidava che il tempo avrebbe cancellato le tracce, contro le menzogne, i depistaggi".

"Sarebbe dovuto essere compito dell'Egitto offrire una risposta ma si è rivelato l'esatto contrario. Questo processo, se non fosse stato celebrato in Italia, non sarebbe stato celebrato in nessun luogo. Questa morte, se non fosse stata portata davanti a un giudice, sarebbe stata consegnata all'oblio. Allora la giurisdizione italiana si è assunta le proprie responsabilità: neppure la ragion di Stato è superiore alla legge" dice in aula il procuratore aggiunto. Perché, come dice il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella: "Verità e giustizia non devono prestarsi a compromessi".

E adesso, nell'aula bunker di Rebibbia, a Roma, è il momento della verità e della giustizia. "Oggi la Procura di Roma ricostruirà fatti e responsabilità e domani toccherà a noi parti civili. Sono dieci anni e mezzo che aspettiamo questo momento. Siamo emozionatissimi e carichi di responsabilità e aspettative, anche di tantissimi italiani: più che fiducia è ormai una fede", dice l'avvocato Alessandra Ballerini, legale della famiglia di Giulio Regeni.

L’autopsia

«Un corpo spezzato dal dolore». La sintetizza così il procuratore aggiunto Sergio Colaiocco l’autopsia italiana sul corpo di Giulio Regeni. Non una sequenza indistinta di percosse, ma una lunga serie di torture diverse, distribuite nel tempo, praticate con modalità differenti e su parti differenti del corpo.

La Tac eseguita in Italia, primo atto dell'autopsia, ribalta infatti la ricostruzione iniziale dei medici egiziani. Al Cairo era stata individuata una sola frattura, al braccio destro. Gli accertamenti svolti secondo il Protocollo di Istanbul ne fanno emergere venti: cinque ai denti e quindici alle strutture ossee. Le immagini mostrano la frattura di cinque elementi dentari, i segni dei colpi ricevuti alla testa, le lesioni compatibili con l'utilizzo del cosiddetto pettine chiodato, una delle pratiche di tortura descritte dagli esperti. Sul volto e sul cuoio capelluto ci sono inoltre tracce di pugni, calci e ferite da taglio.

L’accanimento

Ma è quando l'attenzione si sposta sul resto del corpo che, secondo l'accusa, emerge la dimensione dell'accanimento. Entrambe le scapole risultano fratturate e ridotte in molteplici frammenti. Una lesione rarissima. Il professor Vittorio Fineschi spiega ai giudici che per rompere una scapola è necessario imprimere una forza enorme e ricorda di aver osservato fratture simili quasi esclusivamente in gravi incidenti sul lavoro. Non solo.

La presenza di più frammenti ossei, e non di una semplice linea di frattura, suggerisce una pluralità di colpi inferti con particolare violenza.Il braccio destro presenta ulteriori lesioni. Il gomito è interessato da una frattura pluriframmentaria, con schegge ossee disperse nell'articolazione. Le mani raccontano un'altra storia ancora. Alla base del pollice sinistro viene individuata una frattura cosiddetta spiroide, provocata da una torsione violenta del dito fino a vincere la resistenza dell'osso. Un meccanismo che i consulenti definiscono tipico delle pratiche di tortura. Anche l'indice della mano destra è fratturato.

Poi ci sono le gambe e soprattutto i piedi. La Tac evidenzia fratture multiple alle ossa della pianta del piede e del metatarso. Lesioni che i medici legali collegano alla falanga, una delle tecniche di tortura più diffuse, che consiste nel colpire ripetutamente la pianta dei piedi con bastoni o corpi contundenti. Una pratica che provoca dolori insopportabili e rende progressivamente impossibile camminare. Attorno alle caviglie vengono inoltre rilevate escoriazioni compatibili con legature protratte. Ai piedi sono presenti anche ustioni.

“Giulio torturato per giorni”

Secondo i consulenti non si tratta di lesioni prodotte in un unico episodio di violenza. È uno degli elementi centrali della ricostruzione processuale. Le ferite sono state inferte in momenti diversi, nel corso dei sette giorni trascorsi tra il sequestro del 25 gennaio e il ritrovamento del corpo il 3 febbraio 2016. Significa, sostiene l'accusa, che Giulio fu interrogato, picchiato, lasciato sopravvivere e poi nuovamente torturato. Più volte. Per giorni.

Quando arrivano alle conclusioni, i medici legali descrivono una persona che ormai non era più in grado di usare le mani, che provava dolori lancinanti a ogni movimento del braccio destro, che aveva entrambe le scapole fratturate, ferite, ustioni e tagli disseminati sul corpo e che non poteva più camminare autonomamente. «Un corpo spezzato dal dolore», appunto dice il procuratore Colaiocco. Per poi aggiungere: “È su tutto questo che il regime egiziano non ha voluto indagare. È per tutto questo che il regime egiziano ha scelto di proteggere gli aguzzini. Non ha chiamato a rispondere i propri ufficiali delle nefandezze compiute. Ha scelto, consapevolmente, di coprirli”.

Leggi i commenti