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AstroSamantha: “L’Europa sia pilota nello spazio e non solo passeggera”

(ansa)

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Per l’astronauta italiana bisogna investire di più nelle missioni: “Altrimenti saremo i grandi assenti in un settore oggi strategico”
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BERLINO – L’Europa deve diventare “pilota e non passeggera” delle missioni nello spazio. E’ l’appello della grande astronauta italiana Samantha Cristoforetti: le missioni spaziali devono diventare un ambito strategico su cui investire più risorse di quelle previste finora e cui dedicare una maggiore attenzione. In quest’intervista esclusiva con Repubblica, Cristoforetti sottolinea che lo spazio deve diventare un pezzo importante dell’identità europea. Altrimenti assisteremo nei prossimi anni al ridimensionamento del continente a “vaso di coccio” tra due superpotenze. In un recente evento all’Ambasciata italiana a Berlino, l’astronauta ha concluso il suo intervento con una foto del futuro: due immaginarie impronte sulla Luna, una americana e una cinese. L’Europa, assente. Un monito.

BERLINO – L’Europa deve diventare “pilota e non passeggera” delle missioni nello spazio. E’ l’appello della grande astronauta italiana Samantha Cristoforetti: le missioni spaziali devono diventare un ambito strategico su cui investire più risorse di quelle previste finora e cui dedicare una maggiore attenzione. In quest’intervista esclusiva con Repubblica, Cristoforetti sottolinea che lo spazio deve diventare un pezzo importante dell’identità europea. Altrimenti assisteremo nei prossimi anni al ridimensionamento del continente a “vaso di coccio” tra due superpotenze. In un recente evento all’Ambasciata italiana a Berlino, l’astronauta ha concluso il suo intervento con una foto del futuro: due immaginarie impronte sulla Luna, una americana e una cinese. L’Europa, assente. Un monito.

Gli Usa, dopo alcuni annunci preoccupanti, hanno ridimensionato i tagli al bilancio della Nasa. Ma il nuovo amministratore, Jared Isaacman, ha detto che vuole rafforzare soprattutto la leadership americana nello spazio. Cosa significa questo per i programmi congiunti con l’Europa?

“Isaacman non è un politico, è un imprenditore, una persona di grande talento con un'enorme passione per lo spazio. Ed è anche un uomo molto avventuroso: è andato due volte in orbita e con la seconda è passato alla storia come primo cittadino privato a fare una breve passeggiata spaziale. Parliamo di volo umano nello spazio, dunque, di quella che noi chiamiamo ‘esplorazione’: magari una cosa piccola rispetto a tutto quello che lo spazio fa in termini di servizi per la società o per la sicurezza - ma è anche la dimensione che regala prestigio, identità, ispirazione. E nell’esplorazione, Isaacman ha voluto imprimere una forte accelerazione, annunciata durante un evento dal nome molto accattivante: ‘Ignition’. Per l’Europa, però, questa accelerazione significa che gli Usa stanno prendendo delle decisioni unilaterali che hanno un impatto su di noi. C’era già stata la cancellazione di Mars Sample Return, la missione congiunta di recupero di campioni marziani E ora, con Ignition, la sospensione di Gateway, la stazione spaziale cislunare alla quale l’Europa stava contribuendo con elementi importanti. Ormai è uno schema ricorrente: alcuni programmi che nel corso di almeno un decennio hanno richiesto investimenti significativi industriali, di sviluppo di tecnologia, di partnership sono compromessi da decisioni che noi possiamo influenzare molto limitatamente. Poi ovviamente rimane la storia bella, quella del modulo di servizio europeo dell’astronave Orion che porta gli astronauti verso la Luna. E che resta indispensabile almeno nel breve termine".

Gli Stati membri dell’Esa hanno deciso dopo quest’ennesimo disimpegno americano di aumentare di 5 miliardi di euro il bilancio per lo spazio. È sufficiente?

“È stato un segnale positivo. Siamo passati da 17 a 22 miliardi. Del resto lo spazio si intreccia con il tema della difesa che in questo momento è una grande priorità europea, e di questo sono assolutamente felice. Ma c’è un po' di amarezza per il fatto che sull’esplorazione, l'ambizione sia rimasta limitata rispetto a quello che avevamo chiesto. Abbiamo ricevuto molto meno. Penso che banalmente scontiamo questo clima di incertezza nel rapporto con la Nasa, e comprendo che gli Stati membri che aspettino di capire cosa fanno gli americani: l’esplorazione è il settore più esposto ai cambiamenti di direzione della Nasa. Perché nell'esplorazione siamo junior partner in programmi gestiti dagli Stati Uniti e gli Stati membri avrebbero potuto decidere, intanto, di investire di più nell’esplorazione, proprio per renderci più autonomi. Non per essere autarchici: non è un valore in sé, non è un obiettivo. Ma per essere partner più forti, più indispensabili. In modo che poi le decisioni magari le prendiamo insieme. Questo credo che dovrebbe essere il nostro obiettivo”.

Il direttore generale dell’Esa Josef Aschbacher ha detto che noi europei dobbiamo aspirare a diventare piloti, non solo passeggeri. Cosa vuol dire?

“Diventare piloti e non solo passeggeri vuol dire due cose - proprio partendo dalla constatazione che siamo esposti a scelte che non possiamo controllare. Ricordiamolo, l'esplorazione è il settore dello spazio dove è forse meno evidente il nesso utilitaristico immediato, ma ha una componente simbolica molto forte, e non a caso è sempre una priorità per i grandi attori geopolitici. Ma per renderci più resilienti la prima cosa è diversificare le partnership. Negli ultimi tempi ci sono state molte attività con partner storici come il Canada o il Giappone ma anche con nuovi attori come l’India o gli Emirati Arabi. La Nasa rimarrà sicuramente un punto di riferimento, ma occorre diversificare. Il secondo punto è che dobbiamo acquisire una nostra autonoma capacità di sviluppare missioni di esplorazione. Ero nello spazio nel 2015, sono stata io a chiudere il portello dell'ultimo ATV, l'Automated Transfer Vehicle: era un veicolo completamente europeo, sviluppato in Europa, lanciato su un vettore europeo, operato da un centro di controllo in Europa. Ha fatto 5 missioni praticamente perfette dimostrando grande versatilità e affidabilità, probabilmente una delle massime espressioni della capacità spaziale europea. Avremmo potuto svilupparlo ulteriormente, aggiungendo la capacità di rientro a Terra, ma abbiamo invece scelto di fare un passo indietro per dedicare le risorse al modulo di servizio europeo per Orion. È importante: è il nostro contributo principale alle missioni Artemis e quindi anche un’opportunità di negoziare benefit anche in termini di missioni di astronauti verso la Luna. Però non è un veicolo intero, e ora dobbiamo recuperare questi dieci anni in cui abbiamo rinunciato alla capacità autonoma di far volare veicoli completi”.

Ma lei ha lavorato proprio a un progetto del genere.

“Per fortuna nel 2023 abbiamo avviato il progetto LEO Cargo Return Service, che ora chiamiamo ALADDIN (Autonomous LEO Accelerated Demo Docking to ISS Node). È una risposta alla fine della stazione spaziale Iss che avverrà presumibilmente all'inizio degli anni trenta. Quando io, Luca Parmitano e tutti gli astronauti europei abbiamo fatto i nostri voli di lunga durata sull'Iss, non abbiamo 'pagato il biglietto’, per così dire: è casa nostra, siamo partner. Però se vogliamo continuare a far volare astronauti in futuro, cosa vogliamo fare? Ci mettiamo a ‘comprare biglietti’ da aziende straniere che sono quelle che costruiranno le stazioni spaziali private che succederanno all'Iss? Ecco, per me non ha senso. Per cui lo sviluppo del veicolo cargo è stata una risposta a questa esigenza di sviluppare almeno la nostra capacità di trasporto cargo in modo che possiamo avere, come in passato, non un rapporto di offerta di servizi al cliente ma di scambio. Auspichiamo di avere la missione di dimostrazione sull'Iss addirittura nel 2029, che è una timeline ambiziosissima - sarebbe più veloce di SpaceX - però dobbiamo correre, cioè non possiamo permetterci nulla di più rilassato di così”.

Che prospettive ci sono per il post ISS?

“Un po’ dobbiamo capire cosa fanno gli Usa, e c'è anche un problema di costi. Da una parte NASA pone molta enfasi sulla Luna, dove vogliono ritornare prima di un allunaggio cinese, dall'altra parte la ISS deve essere sostituita. Ma sono anche le riflessioni che dobbiamo fare quest’anno in Europa. A fronte di programmi ora cancellati, bisogna capire come riorientare il bilancio. A fine anno ci sarà una riunione degli Stati membri a livello ministeriale e ci sono due elementi forti su cui dobbiamo riflettere. Uno è il trasporto: vogliamo finalmente far partire seriamente un programma per dire che da qua a dieci anni l'Europa ha una sua capacità di trasporto equipaggi? L'altra questione, meno difficile dal punto di vista tecnico, ma anche quella impegnativa, è questa: ci affidiamo alle future stazioni spaziali private americane i cui programmi dovrebbero prendere forma nei prossimi mesi? Oppure vogliamo fare qualcosa di nostro, una stazione spaziale europea? Oppure scegliamo delle opzioni intermedie in cui non facciamo una stazione spaziale nostra, però un modulo o un contributo significativo? Le questioni sul tavolo sono tante”.

Gli americani hanno ormai una ‘space economy’ dominata quasi all’80% dai privati, anche grazie a Elon Musk e ad altri imprenditori che hanno puntato sullo spazio. Cosa può smuovere l'industria europea a vedere nello spazio un’opportunità, anche alla luce del mega successo della quotazione in borsa di Space X?

“Non c’è un eccezionalismo nel settore dello spazio. L'Europa sconta gli stessi problemi in tutte le industrie strategiche, che sia lo spazio, l'AI, i data center, le tech companies, i semiconduttori o la difesa. Pesa la frammentazione del mercato dei capitali, della domanda, le disomogeneità di regolamentazione, le policy industriali che spesso vengono fatte a livello nazionale prediligendo a volte la competizione intraeuropea piuttosto che quella globale. L'unica cosa che posso dire è che lo spazio è uno di questi ambiti, ma è al centro di tutte le industrie strategiche per la sovranità, per la prosperità e per la difesa. E’ un'infrastruttura critica per supportare l’ economia, la sicurezza e la difesa. Quindi non avere questi asset è come non avere l'autostrada, non avere le ferrovie, non avere la rete telefonica Noi vogliamo crescere economicamente perché vogliamo stare bene, vogliamo aumentare le nostre capacità di difesa perché vogliamo poterci proteggere e non dipendere da altri che poi ci dicono cosa dobbiamo fare. Questo è giusto e su questo dobbiamo investire tanti soldi. Solo per la difesa, a livello europeo parliamo di centinaia di miliardi di euro tra investimenti comuni e nazionali. E una parte significativa di queste risorse dovrà necessariamente essere destinata alle infrastrutture spaziali indispensabili per la sicurezza europea. Ma perché non investire anche una frazione di questi soldi per sviluppare una capacità di trasporto spaziale umano che in qualche modo definisca chi siamo? In pochi anni vedremo astronavi americane che si posano sulla Luna, astronavi cinesi che si posano sulla Luna. E mi auguro assolutamente che ci siano astronauti europei che faranno parte di questa missione di allunaggio. Però non saranno le nostre astronavi, non saranno i nostri razzi, non saranno le nostre missioni. Allora: vogliamo finire come un vaso di coccio tra Usa e Cina o sviluppare una nostra autonomia nello spazio? Abbiamo accumulato enormi ritardi sull’autonomia spaziale. E sono recuperabili solo se diventano una priorità politica".

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