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Sorelle fuggite, nella stanza da letto con le persiane chiuse. La zia: “Io, raggirata”

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Sofia Di Russo ha ospitato le adolescenti. Ora è indagata: “Me l’ha chiesto la madre”. E nella palazzina nessuno si è accorto di nulla
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LATINA – Nove passi per il lato lungo, accanto al lettone su cui per due settimane hanno dormito, parlato, lasciato passare il tempo, forse sperando che chi le cercava si dimenticasse di loro. Cinque sul corto e un grande armadio. Vicino alla porta, una cassettiera su cui troneggia un gigantesco padre Pio. Una persiana che da tempo non viene sollevata. Eccola la stanzetta di un appartamento di Rio Fresco, il quartiere periferico di Formia in cui le due sorelle fuggite dalla casa famiglia di Civitella Alfedena hanno passato gli ultimi quindici giorni.

«Il paese», lo chiamano al bar, insieme alla chiesa, unico centro aggregazione della zona. «Lì — dice Paolo, indicando le file palazzi tutti uguali schierati come soldati male in arnese — ognuno si fa i fatti suoi». Tra i cortili, i bambini si muovono in sciame, incuriositi dalle facce nuove. «Non le abbiamo viste».

LATINA – Nove passi per il lato lungo, accanto al lettone su cui per due settimane hanno dormito, parlato, lasciato passare il tempo, forse sperando che chi le cercava si dimenticasse di loro. Cinque sul corto e un grande armadio. Vicino alla porta, una cassettiera su cui troneggia un gigantesco padre Pio. Una persiana che da tempo non viene sollevata. Eccola la stanzetta di un appartamento di Rio Fresco, il quartiere periferico di Formia in cui le due sorelle fuggite dalla casa famiglia di Civitella Alfedena hanno passato gli ultimi quindici giorni.

«Il paese», lo chiamano al bar, insieme alla chiesa, unico centro aggregazione della zona. «Lì — dice Paolo, indicando le file palazzi tutti uguali schierati come soldati male in arnese — ognuno si fa i fatti suoi». Tra i cortili, i bambini si muovono in sciame, incuriositi dalle facce nuove. «Non le abbiamo viste».

Nell’appartamento del quarto piano della palazzina M da cui forse li hanno guardati nelle ultime settimane, delle due ragazze rimane poco. Un gioco da tavolo rimasto a terra. Un pile rosa, magliette, più altri vestiti buttati alla rinfusa tra cassetti e armadi. «Ho rassettato un po’, i carabinieri hanno tirato fuori tutto», dice l’anziana che per due settimane le ha ospitate e per questo adesso è indagata. Capelli corti più grigi che bianchi, grandi occhiali, si chiama Maria Sofia Di Russo, «ma Sofia — dice — mi piace di più». È una zia acquisita della madre e quando si è presentato il nonno delle ragazze, che del suo Antonio, andato via a gennaio, è parente, non ha saputo dire di no. Inizialmente ci prova a sostenere di essere stata messa in mezzo e di essersi resa conto solo dopo della fuga delle due sorelline. Poi cede all’assedio di cronisti che per tutto il giorno le invadono casa con domande sempre uguali, rompe l’argine e racconta tutta la storia.

No, non è stata sorpresa dall’arrivo delle ragazzine. «Il nonno e la madre si sono presentati il giorno prima, mi hanno chiesto di tenerle e io ho detto che non c’era problema». Anche se, sostiene, «non le avevo mai viste prima». Anche se, afferma, «non so nulla della situazione fra i genitori». Ma poi si tradisce, alza gli occhi al cielo e si limita a un verso di disgusto quando il nome del padre viene evocato. Sapeva di poter andare incontro a un guaio, «a me — confessa, mentre tortura un fazzoletto — anche andare ai domiciliari andava bene, per me era giusto che stessero con la madre».

È stata lei, Valentina D’Acunto, a chiederle di ospitare le figlie, il compagno Vincenzo Esposito e il padre di lei, Marco, a portarle lì in piena notte la sera stessa della scomparsa. «Non mi hanno pagata, anzi non ho speso 5 lire, mi hanno portato spesa per mesi».

Le buste sono ancora in una stanzetta accanto alla camera da letto. Ci sono piadine, patatine, snack, pacchi di pasta, alimenti per celiaci e una padella. La più piccola delle sorelle è celiaca, anche pentole e stoviglie non devono essere contaminate. Troppo lavoro per un’anziana? «No, e che ci fa». E avere due adolescenti in casa? «Ma no, stavano quasi sempre insieme nella stanza». E mai, giura, hanno chiesto di uscire. «Neanche in balcone. Poi mamma e nonno mi avevano detto di tenerle in casa». Il telefono, che avevano, era l’unico legame con l’esterno.

«Vivono in uno stato di forte stress emotivo» ha detto il sindaco di Minturno, Gerardo Stefanelli, nominato tutore legale. È vero, conferma, ai carabinieri hanno chiesto di essere portate dalla madre. «Ma la sentenza — osserva lui — dice chiaramente che subiscono la sua influenza». Sofia su questo arrocca: «Dei genitori non parlo».

Dagli appartamenti vicini intanto arrivano rumori di vita quotidiana, sprazzi di conversazione. Possibile che nessuno abbia sentito nulla? «Non ne avevamo idea», giura Luciano, che abita sullo stesso pianerottolo e sulla porta ha una piccola videocamera che registra ogni movimento. «Lì c’è tanta omertà», si spiffera al bar, dove a decine si sono assiepati quando domenica sera sono arrivate le pantere dei carabinieri. «L’importante è che le bambine stiano bene», dice una ragazza bionda. Altri dribblano le domande, scivolano via veloci, una signora sostiene di aver avuto un collasso per il troppo caos, dalle finestre si guarda. Ma per settimane, forse, nessuno ha visto. O ha voluto farlo.

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