Sorelle ritrovate, la sentenza sulla potestà genitoriale: “Così la madre manipolava le figlie”
dal nostro inviato Corrado ZuninoCIVITELLA ALFEDENA (L’Aquila) – Ecco la porta-finestra da dove le due sorelle, di 12 e 16 anni, sono uscite alle due di notte, quando gli educatori dormivano. Domenica 7 giugno. La serratura non teneva più, è stato facile per loro allontanarsi lungo il breve sentiero in discesa che arriva al corso centrale e poi, trecento metri in leggera salita, raggiungere Piazza Plebiscito, la più importante di Civitella Alfedena, centro turistico all’interno del Parco d’Abruzzo. La struttura su due piani si chiama Hope, ed è una comunità educativa. La targa in alluminio ricorda che vive all’interno di una società a responsabilità limitata, la Ofh, e adesso è chiusa.
Le sedie appoggiate sui tavoli, all’esterno. I pancali da supermercato addos…
CIVITELLA ALFEDENA (L’Aquila) – Ecco la porta-finestra da dove le due sorelle, di 12 e 16 anni, sono uscite alle due di notte, quando gli educatori dormivano. Domenica 7 giugno. La serratura non teneva più, è stato facile per loro allontanarsi lungo il breve sentiero in discesa che arriva al corso centrale e poi, trecento metri in leggera salita, raggiungere Piazza Plebiscito, la più importante di Civitella Alfedena, centro turistico all’interno del Parco d’Abruzzo. La struttura su due piani si chiama Hope, ed è una comunità educativa. La targa in alluminio ricorda che vive all’interno di una società a responsabilità limitata, la Ofh, e adesso è chiusa.
Le sedie appoggiate sui tavoli, all’esterno. I pancali da supermercato addossati alle finestre. Via di Colle Pizzuto, al secondo piano si vede la stanza dove hanno vissuto per due anni le sorelle di Scauri, frazione di Minturno. Siamo ai limiti del paese aquilano, 288 abitanti. Adesso non c’è vita all’interno della comunità, solo due paia di scarpe da trekking dimenticate all’esterno di una finestra. Il violento temporale causato dalla sparizione per quindici giorni di A. e S. ha costretto dirigenti ed educatori ad allontanare gli altri ospiti, anche loro minorenni. Sono “in vacanza” fuori regione, in attesa del ritorno della quiete a Civitella. Il tenente colonnello Luigi Vaglio, comandante del reparto operativo dei carabinieri dell’Aquila, ricorda come abbia dovuto viaggiare per decine di chilometri per recuperare i testimoni interni che, appunto, in questi giorni sono stati allontanati da “Hope”.
"Non comprende le sofferenze delle figlie”
Un documento importante, che consente di capire la genesi dello scontro genitoriale che ha portato alla sparizione delle figlie degli ex coniugi Di Giacinto-D’Acunto, è la sentenza del Tribunale di Cassino che il 28 maggio scorso ha revocato definitivamente la potestà genitoriale della madre, restituendola invece al padre a cui era stata in precedenza sospesa.
I giudici della sezione civile mostrano dubbi su entrambi, padre e madre, ma, nell’elaborazione del giudizio, mettono in fila soprattutto atti e comportamenti di Valentina D’Acunto, oggi in carcere. Scrivono: “La madre ha mostrato di non comprendere la grave sofferenza delle figlie e i danni prodotti con la sua condotta, che di fatto ha privato le stesse della figura genitoriale paterna. In particolare, la signora ha dimostrato di non essere in grado di recuperare le competenze di genitore necessarie per garantite alle figlie una crescita sana ed equilibrata”.
"Si è prodigata per allontanare il padre”
La donna, sostengono i giudici di Cassino, si è prodigata per allontanare Stefano Di Giacinto dalle due bambine, oggi adolescenti, denunciando maltrattamenti che poi non sono stati certificati. Nell’atto vengono ricordati due episodi specifici, distintivi della tensione manipolatoria della madre. Nell’ottobre 2024 Valentina D’Acunto ha raggiunto la casa famiglia dove erano alloggiate in quel periodo le figlie accompagnandone una in autobus, “anche se non era autorizzata”. Probabilmente la struttura qui interessata era quella precedente la “Hope” di Civitella Alfedena.
Ancora, il 30 aprile 2025 in comunità viene rinvenuto un documento scritto a mano in cui era esplicitato lo schema di una “conversazione telefonica tipo” con la madre. L’autore (o autrice) del testo intendeva suggerire alla ragazzina le risposte che avrebbe dovuto dare alla genitrice per convincere gli osservatori che le ragioni per impedire l’incontro del padre con le figlie “fossero fondate”.
Il Tribunale ha sancito: “D’Acunto ha messo in atto condotte contrarie all’interesse delle minori e alla ricostruzione del rapporto padre-figlie”. Quindi, la donna “ha dimostrato nel corso degli anni una pervicace opposizione alla ripresa dei rapporti tra le figlie e il padre, con atteggiamenti manipolativi e condizionanti sulle minori, ormai strette in un rapporto di lealtà con la madre”. Da qui si desume che “la genitorialità gestita dalla donna non è assolutamente funzionale ai bisogni delle bambine”.
"A nessuno del ramo materno le minori”
È interessante notare come già i giudici civili avessero individuato un problema ampio nel “ramo materno”, tanto che a maggio 2026 si decide come non sia possibile affidare le bambine a nessun parente della D’Acunto “perché coinvolti nelle condotte messe in atto da lei”. E questo, prima della “segregazione” attuata a Rio Fresco (dal 7 al 21 giugno scorsi).
Anche il padre viene sanzionato dalla sentenza, ma la stessa non mette in dubbio la sua responsabilità genitoriale, che riconquista. “Ha manifestato incapacità nell'accettare i tempi necessari al riavvicinamento graduale con i figli rifiutando di collaborare con i percorsi terapeutici individuali prescritti e mostrando un atteggiamento accusatorio nei confronti dei servizi sociali”