Cronaca

Profili falsi, browser irrintracciabili: così i giovanissimi aggirano il divieto social in Australia

Profili falsi, browser irrintracciabili: così i giovanissimi aggirano il divieto social in Australia

A dicembre il divieto per i minori di 16 anni. Ma l’85 per cento di loro, secondo una ricerca del governo di Canberra pubblicata su Bmj, i giovani falsificano la data di nascita o usano account farlocchi. In un caso su tre la piattaforma nemmeno controlla la loro età

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Il divieto sta funzionando poco. L’85% dei ragazzi australiani sotto ai 16 anni continua a usare i social media. Con il bando scattato nel Paese lo scorso 10 dicembre, Canberra era diventata la prima nazione al mondo a usare la legge per arginare l’uso smodato dei social da parte dei giovanissimi.

L’esempio australiano studiato dal resto del mondo

Altri Paesi si propongono di seguirla. Il parlamento italiano sta discutendo un disegno di legge simile (ma con il tetto di età a 15 anni) che gode dell’appoggio sia del governo che dell’opposizione.

L’esempio australiano dimostra però che aggirare il controllo dell’età è sin troppo facile per dei giovani cresciuti con computer e cellulari fra le mani e spesso più abili dei loro genitori.

Le falle nella verifica dell’età

Nello studio di oggi il dipartimento di salute preventiva del Governo dell’Australia del Sud ha censito l’uso dei social da parte di 408 adolescenti tra 12 e 17 anni, sia una settimana prima che tre mesi dopo l’entrata in vigore del bando. Quasi tutti i ragazzi hanno candidamente ammesso di accedere alle piattaforme come prima. I trucchi usati non sono particolarmente evoluti. Vanno dalla falsificazione dell’età (39%) all’uso di profili falsi (19%) e di browser non riconoscibili (11%).

Un terzo dei ragazzi ha dichiarato che nessuna verifica sulla propria data di nascita è stata effettuata dalla piattaforma, a dimostrazione della collaborazione tiepida da parte dei proprietari dei social. La ricerca è stata pubblicata dalla rivista medica British Medical Journal.

Il tempo passato sugli schermi nonostante la legge

Il tempo passato su Instagram, TikTok, Snapchat, X, Facebook e YouTube è rimasto stabile per i ragazzi tra 12 e 13 anni e per quelli sopra ai 16. È sceso invece leggermente per gli adolescenti di 14 e 15 anni: l’unica fascia d’età che ha mostrato un minimo rispetto della norma. Prima del divieto usava i social il 78% dei ragazzi di 14 e 15 anni. Dopo il divieto la percentuale è scesa a 69%.

“Un problema di attuazione di una legge non dovrebbe automaticamente essere letto come un fallimento della politica che c’è dietro” commenta, sempre su Bmj, Amrit Kaur Purba, epidemiologa del mondo digitale che lavora alla London School of Hygiene & Tropical Medicine e che difende comunque il principio del divieto.

“Una certa quota di ragazzi ha comunque risposto di aver aumentato le ore trascorse all’aria aperta. Per misure di questo genere sarebbe importante stabilire dei meccanismi di attuazione subito, non dopo che la legge è entrata in vigore”. Il controllo dell’età, sostiene Purba, avrebbe dovuto essere più rigoroso fin dal primo momento.

La sentenza sulla dipendenza creata ad arte

Il problema di arginare l’uso dei social da parte dei giovani è diventato molto attuale negli ultimi mesi. A marzo un tribunale di Los Angeles ha emesso una sentenza a favore di una ventenne con una grave dipendenza dagli schermi. Meta e Google sono stati condannati per aver causato la depressione della ragazza, attraverso stratagemmi studiati per tenere il più possibile i ragazzi incollati al loro telefono.

In Italia il divieto di usare i social esiste già al di sotto dei 14 anni, ma è quasi totalmente ignorato. L’Unione Europea discute da diversi mesi l’ipotesi di porre dei paletti validi su tutto il continente. L’ultimo Paese a dichiarare di voler introdurre un bando sotto ai 16 anni è stata la Gran Bretagna a metà giugno, dopo Austria, Canada, Francia, Germania, Spagna e molti altri nel mondo.

Nonostante il consenso dei genitori (che a differenza degli adolescenti possono votare) e il piglio convinto di chi vuole erigere un muro di fronte a questi programmi, che catturano enormi quantità di tempo e capacità di concentrazione ai ragazzi, nessuno ha mai trovato un metodo efficace per verificare l’età degli utilizzatori senza invadere troppo la privacy, chiedere documenti che potrebbero essere contrabbandati o domandare dati sensibili. Né le piattaforme, nonostante le loro prodigiose capacità tecniche, sono accorse in aiuto dei governi che volevano limitarle.

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