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Troppi condizionatori accesi i blackout spengono l’Italia. “Siamo tornati alle candele”

(ansa)

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Da Torino a Milano è emergenza luce. Centinaia di interventi dei pompieri “Nell’era della tecnologia sembra il Medioevo”
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TORINO – Un omino con la torcia elettrica si aggira nel parcheggio sotterraneo dell’Aci di Torino, sono le nove di mattina ed è buio come nel fondo di un sacco a metà novembre. Una scena antica, come quando le nonne tenevano le candele nel cassetto del comò se per caso mancava la luce, e la luce mancava sempre d’estate, durante i temporali. L’omino dell’Aci sembra la maschera dei vecchi cinema: cerca la strada, e fa strada al viandante. Lui non lo sa, ma è precipitato di colpo nel 1956.

Tutto questo futuro climatizzato, per tornare indietro di settant’anni e più. Nei tropici di giugno stiamo regredendo a ben prima del ventilatore: alle candele, appunto. Alle lucerne, forse agli acciarini. È il paradosso dell’accelerazione tecnologica che non regge allo stress (troppi condizionatori, troppi consumi, cavi elettrici troppo fragili) e punisce se stessa.

Lunedì, esterno sera. Alle 23, il sabaudissimo corso Vittorio Emanuele II di Torino è totalmente al buio, le arcate come fauci di pesceca…

TORINO – Un omino con la torcia elettrica si aggira nel parcheggio sotterraneo dell’Aci di Torino, sono le nove di mattina ed è buio come nel fondo di un sacco a metà novembre. Una scena antica, come quando le nonne tenevano le candele nel cassetto del comò se per caso mancava la luce, e la luce mancava sempre d’estate, durante i temporali. L’omino dell’Aci sembra la maschera dei vecchi cinema: cerca la strada, e fa strada al viandante. Lui non lo sa, ma è precipitato di colpo nel 1956.

Tutto questo futuro climatizzato, per tornare indietro di settant’anni e più. Nei tropici di giugno stiamo regredendo a ben prima del ventilatore: alle candele, appunto. Alle lucerne, forse agli acciarini. È il paradosso dell’accelerazione tecnologica che non regge allo stress (troppi condizionatori, troppi consumi, cavi elettrici troppo fragili) e punisce se stessa.

Lunedì, esterno sera. Alle 23, il sabaudissimo corso Vittorio Emanuele II di Torino è totalmente al buio, le arcate come fauci di pescecane. Sembrano le notti del ‘43 nella città oscurata dei bombardamenti, con le luci spente e i cartoni neri ai vetri perché neppure un minuscolo bagliore aiutasse il crudele aeroplano nella ricerca dei bersagli.

Martedì mattina, Nyc Caffè in via Mazzini: un nonno chiede una crema caffè. Il barista Giuseppe Morello spiega che ha dovuto buttare via tutto: «Per colpa di cinque ore di blackout, ieri pomeriggio abbiamo messo nella spazzatura latte, creme e yogurt. Ma quando arriverà la bolletta della luce, sarà altissima».

Salta la corrente, si spengono pezzi non banali di Milano e Bergamo, Monza e Torino (16 volte in 96 ore). Le città intermittenti a macchia di leopardo, qui è tutto acceso, nel palazzo di fronte è tutto buio e poi viceversa. Suonano le sirene degli allarmi, ormai è la colonna sonora quotidiana. L’ancestrale orrore di restare chiusi in ascensore: i vigili del Fuoco hanno raddoppiato i turni, come gli addetti dell’azienda elettrica Iren contro la quale ha tuonato il sindaco Lo Russo: «Non è accettabile! Avevamo chiesto di potenziare la rete e non è successo, ci rimettono soprattutto le persone più fragili, gli anziani e i negozi: per questo abbiamo emesso l’ordinanza che impone l’aumento delle squadre operative». Mentre il sindaco di Torino lo diceva, si spegneva anche Palazzo Civico: il teatro dell’assurdo conosce i tempi di scena.

Quattordici milioni di case italiane hanno un condizionatore, e i cavi elettrici per alimentare ogni nostro aggeggio (col blackout non si possono caricare gli smartphone!) stanno sottoterra, e la terra sta bollendo come la pentola degli spaghetti. Il calore abnorme fa letteralmente fondere questi cavi che devono essere sostituiti al volo, ed è un grande rattoppo progressivo: abbiamo una rete elettrica che è tutta una pezza tra bypass e giunti, pensata e progettata per ben altri climi: i consumi l’hanno fatta implodere.

Sempre nell’estenuata Torino, città di storica produzione industriale e artigianale (le memorabili macchine a vapore, le ciminiere di Vanchiglia, “il borgo del fumo”) in queste ore stanno parcheggiando gigantesche “power bank”, container d’energia agli angoli delle strade. Ma l’emergenza non si riesce a superare, e anche Milano ha dovuto subire l’oltraggio della casa del sindaco spenta e buia come una caverna.

Il guaio è che cavernicoli cominciamo a sentirci un po’ tutti. Disponiamo di strumenti incredibili che parlano, scrivono, cercano, pensano, rispondono, e poi per farci aria dobbiamo usare il ventaglio. Gli esami di maturità si svolgono in scuole senza neppure un ventilatore, figurarsi i climatizzatori, poveri ragazzi e poveri insegnanti (loro di più, perché lì dentro dovranno rimanerci, fine pena mai).

Negli ambulatori roventi si entra col mal di gola e magari si esce dopo un coccolone. Il futuro si sta mangiando tutta l’energia, o quel che ne resta: a Milano, nell’ultima settimana il fabbisogno di elettricità è cresciuto del 38 per cento, e quasi il 10 per cento del consumo mondiale dipende ormai dai condizionatori a palla. Ma quando il sistema collassa, il prezzo è enorme: in Italia, i blackout costano oltre 150 milioni di euro all’anno tra merci deteriorate e danni vari. E all’orizzonte già si profila l’eventuale lockdown energetico: al momento, i consumi estivi non sono regolati da divieti o limiti, a differenza delle temperature delle caldaie d’inverno, ma bisognerà porsi il problema. O fare scorta di candele.

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