Camaiore – Il lavoro ai tavoli e le esibizioni musicali al Carpe Diem di Viareggio, gli amici veri e la libertà di potere essere sè stesso al Baddy di Torre del Lago, il suo posto del cuore, e l’angoscia di quella vita familiare così difficile per la conflittualità con il padre nella casa sulle colline di Pieve di Camaiore.
In un triangolo di quindici chilometri quadrati la vita piena di contraddizioni di Mirko Moriconi o Michelangelo Andreoni come ormai da molto tempo preferiva farsi chiamare, aggiungendo al suo nome d’arte il cognome della madre amatissima, uccisa insieme a lui mercoledì pomeriggio da quel marito, Piero Moriconi, che aveva finito con l’odiare anche lei per la complicità con quel figlio gay che non aveva mai accettato, che riteneva una vergogna per la famiglia.
Mirko cercava l’amore del padre
Eppure Mirko amava suo padre, tanto da tatuarsi il suo nome su un braccio. Così racconta Diego Mecchi, il maestro di canto di Mirko: «Ha cercato tanto l’amore del padre, la sua …
Camaiore – Il lavoro ai tavoli e le esibizioni musicali al Carpe Diem di Viareggio, gli amici veri e la libertà di potere essere sè stesso al Baddy di Torre del Lago, il suo posto del cuore, e l’angoscia di quella vita familiare così difficile per la conflittualità con il padre nella casa sulle colline di Pieve di Camaiore.
In un triangolo di quindici chilometri quadrati la vita piena di contraddizioni di Mirko Moriconi o Michelangelo Andreoni come ormai da molto tempo preferiva farsi chiamare, aggiungendo al suo nome d’arte il cognome della madre amatissima, uccisa insieme a lui mercoledì pomeriggio da quel marito, Piero Moriconi, che aveva finito con l’odiare anche lei per la complicità con quel figlio gay che non aveva mai accettato, che riteneva una vergogna per la famiglia.
Mirko cercava l’amore del padre
Eppure Mirko amava suo padre, tanto da tatuarsi il suo nome su un braccio. Così racconta Diego Mecchi, il maestro di canto di Mirko: «Ha cercato tanto l’amore del padre, la sua comprensione, ma non l’ha mai trovato. Ricordo bene quel giorno del 2022 quando Mirko si sentì dire da suo padre: “Meglio un figlio morto che gay”. Venne qui a raccontarlo in lacrime a me e mia moglie. Io ero più che un maestro di musica per lui. Sono stato io a convincerlo a fare coming out in casa, in quel periodo aveva pure una ragazza, ma era infelice. Rivelarsi lo rese più forte, anche se Mirko ( nonostante quella mamma splendida che lo sosteneva in tutto) aveva un gran bisogno di qualcuno che lo capisse, aveva bisogno di aiuto».
Gli accessi al Dipartimento di salute mentale
E aiuto, fino a poche settimane prima di essere ucciso, Mirko aveva cercato. Ancora, di nuovo, andando a bussare al Dipartimento salute mentale e dipendenze della Versilia, come aveva già fatto a marzo dell’anno scorso e, in passato, al servizio di salute mentale per l’infanzia e l’adolescenza. Ma mai alcuna presa in carico continuativa, solo accessi spot, spiegano alla Ausl Toscana nord ovest. Andava Mirko, raccontava la sua condizione, chiedeva timidamente aiuto, si informava, ma poi non si ripresentava.
Il percorso di transizione
Così aveva fatto anche al consultorio transgenere di Torre del Lago, una anonima palazzina bassa sulla Aurelia sud. «Quando ho visto la sua foto sul giornale me lo sono subito ricordato questo ragazzo - racconta la presidente Regina Satariano - venne a fare un colloquio informativo, sicuramente più di un anno fa. Evidentemente il padre legato alle sue radici, senza strumenti culturali, non avrebbe mai accettato un percorso di transizione che comunque Mirko non aveva mai cominciato. Al primo incontro, se c’è una cosa che chiediamo subito alle persone è proprio il rapporto all’interno della famiglia. Resta sempre l’amaro in bocca di pensare che si poteva fare qualcosa per lui»
La festa di 50 anni della mamma
Quella sua ansia che trasformava in iperattivismo, esuberanza, che sfogava nella sua passione per il canto e per la musica, Mirko la esprimeva sui social, la confidava alla madre, ma poi cercava di rinchiuderla all’interno della sua corazza nella vita quotidiana. E ai compagni di lavoro, ai clienti del bar ristorante in cui lavorava da quattro anni si mostrava come un ragazzo adorabile, estroverso, pronto a legare con tutti.
«Mi ricordo ancora quando portò sua madre qui a festeggiare i suoi 50 anni. Il padre non c’era e di lui non parlava mai - racconta Gabriel Arena, uno dei soci del Carpe Diem di Viareggio dove Mirko serviva ai tavoli ormai da quattro anni - Qui ci siamo subito tutti affezionati a lui e a quel suo modo particolare di essere sopra le righe. Finiva il lavoro e si metteva a cantare, qui lo amavano tutti e quando si assentava i clienti ci chiedevano subito di lui. Era entrato nel cuore della gente. Sempre sorridente e alla mano, un ragazzo di provincia genuino e sincero che diceva quello che pensava senza remore, fin troppo».
Fiaccole, candele e fiori bianchi in piazza
Una fiaccolata silenziosa, candele e fiori bianchi ieri sera in piazza Romboni a Camaiore sono stato il tributo della gente a Mirko e a sua madre Kety: «Ci sono momenti in cui il rumore del mondo deve fermarsi per lasciare spazio al ricordo. Non si resti indifferenti».