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Lefebvriani, Parolin: “Per la Chiesa è una ferita ma il Concilio non è in discussione”

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Il segretario di Stato nel giorno della scissione: “Grande dolore, ma è un gesto che rompe la nostra unità e sarà sanzionato”. Atteso oggi il documento del Sant’Uffizio sulle conseguenze della separazione
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Un grande dolore. La caparbietà di non chiudere del tutto la porta. Ma la fermezza nel piantare paletti che non sono aggirabili. La reazione a caldo della Santa Sede ha la voce autorevole del cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato vaticano. Che interpellato per un commento sullo scisma lefebvriano non si mostra certo sorpreso: è la seconda volta in quaranta anni che i seguaci di Lefebvre rompono con Roma, e anche questa frattura è stata ampiamente annunciata.

«Prima di tutto voglio esprimere grande dolore», dice il porporato veneto, «perché un atto del genere ferisce profondamente l’unità della Chiesa: lo ha detto anche il Papa nella sua lettera indirizzata al responsabile della Fraternità San Pio X. Evidentemente», ha spiegato il Segretario di Stato, «questo è un atto di per sé scismatico, le ordinazioni episcopali senza il mandato pontificio sono sottoposte a sanzioni precise, la scomunica». Con uno sforzo di ottimismo, Parolin non dispera. «La mia speranza è che nonostante q…

Un grande dolore. La caparbietà di non chiudere del tutto la porta. Ma la fermezza nel piantare paletti che non sono aggirabili. La reazione a caldo della Santa Sede ha la voce autorevole del cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato vaticano. Che interpellato per un commento sullo scisma lefebvriano non si mostra certo sorpreso: è la seconda volta in quaranta anni che i seguaci di Lefebvre rompono con Roma, e anche questa frattura è stata ampiamente annunciata.

«Prima di tutto voglio esprimere grande dolore», dice il porporato veneto, «perché un atto del genere ferisce profondamente l’unità della Chiesa: lo ha detto anche il Papa nella sua lettera indirizzata al responsabile della Fraternità San Pio X. Evidentemente», ha spiegato il Segretario di Stato, «questo è un atto di per sé scismatico, le ordinazioni episcopali senza il mandato pontificio sono sottoposte a sanzioni precise, la scomunica». Con uno sforzo di ottimismo, Parolin non dispera. «La mia speranza è che nonostante quanto avvenuto si possa riprendere il dialogo e si possa arrivare davvero a trovare una soluzione», afferma il Segretario di Stato. Nel corso della sua lunga storia, del resto, Roma di scismi ne ha visti molti, e di dimensioni ben più drammatiche di quello lefebvriano. Praticamente a ogni Concilio è seguito il contraccolpo di qualche frattura. «Il punto fondamentale», puntualizza il cardinale, «è quello del Concilio: accettare o meno il Concilio vaticano II». Monsignor Marcel Lefebvre fondò il suo movimento proprio in polemica con le aperture della grande riunioni dei vescovi, dal 1962 al 1965, su ecumenismo, libertà di coscienza, abbandono del latino a messa. «Non si può certamente pensare che la storia della Chiesa si fermi a un certo punto», spiega Parolin: «E il Concilio vaticano II è una pietra miliare della Chiesa che va accettato e implementato nella giusta maniera».

Oggi è prevedibile che la Santa Sede reagisca alla frattura avvenuta ieri in Svizzera in modo più circostanziato. La scomunica, in realtà, è scattata già ieri: scomunica latae sententiae (letteralmente, “di sentenza già emessa”) che si concretizza per il solo fatto di aver commesso un delitto canonico. Ma rimangono diverse questioni giuridiche aperte. Nel messaggio inviato ai lefebvriani alla vigilia delle ordinazioni papa Leone è sembrato indicare, tra le righe, una distinzione tra vescovi e preti, da un lato, e fedeli dall’altro: «Vi esorto a considerare attentamente il bene spirituale dei fedeli», ha scritto Leone ai vertici della Fraternità sacerdotale San Pio X, «perché l’atto scismatico che compireste li priverebbe della ricezione lecita e in taluni casi persino valida dei Sacramenti che essi amano e cercano per la propria santificazione». Cadrebbe infatti la liceità dei sacramenti amministrati dal clero lefebvriano, comprese confessione e matrimonio autorizzati straordinariamente da papa Francesco. Ma i fedeli sono complici dello scisma? O possono, invece, rimanere nella Chiesa cattolica? Interrogativi sui quali offrirà delle risposte un decreto del dicastero per la Dottrina della fede, l’ex Santo Uffizio, e in particolare la sua sezione disciplinare, quella, cioè, che si occupa di scismi, eresie, apostasie, nonché preti pedofili. In Vaticano, per il resto, non si vuole drammatizzare eccessivamente l’evento. E’ noto che l’eredità del Concilio vaticano II è da decenni un tasto dolente del dibattito intraecclesiale, e non sfugge a nessuno, tanto meno a papa Leone, che la saldatura tra la destra ecclesiale e quella politica è una minaccia per lo stesso cristianesimo. Ma è altrettanto evidente che i lefebvriani, oggi, sono sei vescovi, 733 preti, 264 seminaristi, 145 fratelli e 250 suore. Una realtà molto minoritaria.

Le cui pretese papa Leone non ha esitato a liquidare con fermezza. Può darsi che inizialmente, vedendolo più tradizionale del predecessore Francesco, con la stola e la mozzetta, i lefebvriani abbiano pensato che era malleabile. O che abbiano inteso il suo insistente invito alla “unità della Chiesa” come la garanzia che avrebbe fatto di tutto per evitare uno scisma. Hanno capito presto che non transigerà mai sull’adesione al Concilio vaticano II. Il padre spirituale di Prevost, l’agostiniano statunitense John McNabb che lo accolse in Perù nei primi anni Ottanta, aveva partecipato con entusiasmo al Concilio vaticano II. Lui, nei giorni scorsi, ha commentato lo scisma lefebvriano in modo secco: «Mi dispiace, ma noi dobbiamo andare avanti».

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