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Tra i credenti ribelli: “Non chiamateci eretici, la vera fede è la nostra”

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La decisione del Vaticano era attesa ma data per scontata. Così a Econe la festa della Fraternità è continuata anche ieri
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Écône (Svizzera) – La notizia della scomunica arriva nell’esatto momento in cui Pascal Schreiber inizia a celebrare la sua prima messa da vescovo. L’altare sotto il tendone bianco è lo stesso di mercoledì. Non passa molto quando i telefoni muti nelle tasche iniziano a vibrare. «È arrivato», si limita a dire Agnes, vent’anni, un fazzoletto a fiori a coprirle i capelli. È partita dal Belgio due giorni fa per venire a Écône con la sua famiglia al completo. Genitori, quattro fratelli, nonni, zii e cugini, tutti con un doppio cuore appuntato petto. Rimane sull’erba davanti al seminario della Fraternità sacerdotale San Pio X in silenzio e stringe la mano della sorella più piccola prima di richiudersi nella preghiera. «Siamo dalla parte giusta — dice con un filo di voce — Non siamo eretici ma non ci fa paura».

Écône (Svizzera) – La notizia della scomunica arriva nell’esatto momento in cui Pascal Schreiber inizia a celebrare la sua prima messa da vescovo. L’altare sotto il tendone bianco è lo stesso di mercoledì. Non passa molto quando i telefoni muti nelle tasche iniziano a vibrare. «È arrivato», si limita a dire Agnes, vent’anni, un fazzoletto a fiori a coprirle i capelli. È partita dal Belgio due giorni fa per venire a Écône con la sua famiglia al completo. Genitori, quattro fratelli, nonni, zii e cugini, tutti con un doppio cuore appuntato petto. Rimane sull’erba davanti al seminario della Fraternità sacerdotale San Pio X in silenzio e stringe la mano della sorella più piccola prima di richiudersi nella preghiera. «Siamo dalla parte giusta — dice con un filo di voce — Non siamo eretici ma non ci fa paura».

Era atteso da tutti qui, il decreto vaticano che sancisce che i lefebvriani sono ufficialmente fuori dalla Chiesa cattolica. La festa per la consacrazione dei quattro vescovi, celebrata contro il volere di Leone XIV, prosegue anche il giorno dopo la cerimonia che ha dato il via allo scisma. La collina dove c’è la tomba di Marcel Lefebvre, circondata da vigneti verdissimi e alberi carichi di albicocche, è di nuovo calpestata da migliaia di fedeli arrivati da ogni parte del mondo. «Se siamo tristi?», domanda Andrea. «Umanamente sì, quando abbiamo scoperto che siamo stati scomunicati anche tutti noi siamo rimasti straniti. Ma per quanto dolorosa, la nostra vita andrà avanti come prima. Anzi, la consideriamo una medaglia». È arrivato da Reggio Emilia insieme alla moglie Ilaria e ai due figli. Entrambi lavorano per una casa editrice cattolica, entrambi rigorosamente devoti. «Le nostre chiese, tutte fatte autonomamente, già non vivevano con l’otto per mille e noi stessi continueremo ad andare a messa in una soffitta ricavata da un edificio agricolo, dunque per noi non cambia nulla».

Dopo la messa, intorno la grande salice di fronte alla chiesa, c’è chi continua a pregare in cerchio, inginocchiato sull’asfalto sotto il sole che batte. Poco lontano ci sono decine di volontari spillano birre a ripetizione, sorseggiate anche da chi indossa la tonaca nera: per loro, tutti riuniti la sera della scomunica latae sententiae, era stata organizzata «le plus grande raclette de soutans du monde», è il messaggio fatto rimbalzare sul canale Telegram dell’evento di prima mattina, con tanto di video con il formaggio fuso e i sacerdoti sorridenti a ricordare quanto questi restino giorni di festa. Qualcuno, di fronte al seminario gremito, pronuncia il nome del segretario di Stato vaticano Pietro Parolin. Parla della sua speranza che «si possa riprendere il dialogo e si possa arrivare davvero a trovare una soluzione». Ma pensare di poter accettare il Concilio vaticano II è quasi come una bestemmia qui. «Stanno cercando quello che piace alla gente, non la verità», spiega Urs, 71 anni, di Zurigo.

«Non è vero che siamo ribelli, non è vero che vogliamo scontrarci con il Papa, desideriamo il bene della Chiesa e sappiamo che in questo momento Roma non può comprenderci», spiega un sacerdote argentino camminando svelto e senza farsi vedere, «perché ci hanno raccomandato di non rilasciare dichiarazioni. E di ricordarci che oggi è un giorno in cui dobbiamo sorridere».

Vicino a quel tendone bianco che li ha separati dalla Chiesa cattolica parla di un Papa molto accomodante e misericordioso verso molti ambiti, «ma molto intransigente verso la tradizione, una cosa che ci addolora, ma non ci rende tristi». E se il sorriso e «la pace interiore» vogliono essere un lungo filo che lega tutti, come i filari di viti intorno, c’è chi la rabbia non riesce a nasconderla, nonostante l’abito da festa. «I sacramenti non saranno più validi per Roma?», chiede ironicamente Friedrich, capelli biondi e occhio azzurrissimo, arrivato dalla Germania. «Lo saranno comunque per Dio. Ma risponda lei a una domanda: qualche tempo fa sono stato alla prima comunione di mia cugina in una chiesa cattolica regolare e una donna mi ha dato la prima comunione. E d’ora in avanti, se andrò in Vaticano, io dovrò rimanere fuori e i gay, quei clown, possono entrare. È normale tutto questo?».

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