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La festa degli esclusi, New York capitale del 4 luglio anti Maga

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La Statua della libertà in bianco rosso e blu a 250 anni dalla Dichiarazione di indipendenza
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New York – Nella calda notte dell’America la Statua della Libertà brilla all’esterno, illuminata da luci bianche, rosse e blu, per festeggiare i 250 anni dalla Dichiarazione d’Indipendenza. Nell’oscurità dell’interno, sulla placca che invoca «Datemi i vostri stanchi, i vostri poveri» dovrebbero essere incise una serie di eccezioni, ultima quella riguardante le donne incinte. Ci sono due punti di osservazione, come ci sono due feste: quella di un solo uomo, il presidente, che avoca a sé la storia e i guadagni e quella di un popolo intero, ma diviso, che interpreta in modi differenti lo stesso rito. E ci sono due capitali del 4 luglio: Washington, vestita di scuro, con la sua vasca riflettente invasa da alghe, il concerto boicottato e la voce del padrone che lo sostituisce e New York, colorata, con la sua Lady queer in ghingheri e un coro sgangherato in cui ognuno canta la propria canzone.

New York – Nella calda notte dell’America la Statua della Libertà brilla all’esterno, illuminata da luci bianche, rosse e blu, per festeggiare i 250 anni dalla Dichiarazione d’Indipendenza. Nell’oscurità dell’interno, sulla placca che invoca «Datemi i vostri stanchi, i vostri poveri» dovrebbero essere incise una serie di eccezioni, ultima quella riguardante le donne incinte. Ci sono due punti di osservazione, come ci sono due feste: quella di un solo uomo, il presidente, che avoca a sé la storia e i guadagni e quella di un popolo intero, ma diviso, che interpreta in modi differenti lo stesso rito. E ci sono due capitali del 4 luglio: Washington, vestita di scuro, con la sua vasca riflettente invasa da alghe, il concerto boicottato e la voce del padrone che lo sostituisce e New York, colorata, con la sua Lady queer in ghingheri e un coro sgangherato in cui ognuno canta la propria canzone.

Come esisteva una tregua olimpica durante i Giochi per le nazioni in guerra, così a New York sembra proclamata una tregua per la durata dei Mondiali, un tempo sospeso in cui sono concesse, come da Dichiarazione, certi inalienabili diritti: “la vita, la libertà, il perseguimento della felicità”. Quest’ultima, soprattutto, pervade da tre settimane la città. È un’onda lunga, sollevata da eventi sportivi, ma allargata ad altri campi della società. Tutto è cominciato con la storica vittoria dei Knicks nel campionato di pallacanestro. Strade invase, gente in delirio, slogan di ogni tipo. Prendi la stessa scena, due settimane più tardi, tingila e ottieni il Gay Pride, migliaia in parata o sui marciapiedi, conciati come l’amministrazione a Washington mai vorrebbe e con una miriade di cartelli e distintivi recanti la scritta: “Fuck Ice”, a quel paese l’agenzia federale per l’immigrazione. Nel corso dei giorni ogni comunità ha avuto il suo momento di allegria. Tutte le “Little Altrove” sono diventate grandi e chiassose. Gli ecuadoregni hanno invaso Times Square dopo la vittoria, cedendola ai messicani dopo la sconfitta. I paraguayani hanno sfilato sul ponte di Brooklyn la sera in cui hanno eliminato la Germania cantando, a città invertite, il ritornello di Leonard Coen «First we take Manhattan, then we take Berlin», ci prendiamo prima Manhattan, poi Berlino, un testo che oggi sarebbe proibito: l’autore lo definiva provocatoriamente nato da una forma di ammirazione per «la risolutezza e l’assenza di compromessi del terrorismo». Quanto agli americani si sono goduti la loro «miglior squadra di tutti i tempi», sperando che almeno quella unisse il Paese, resistesse, come ha fatto, fino al 4 luglio, poi portando questa “festa mobile” oltre la data di scadenza prevista dal tabellone ai quarti di finale. La felicità, più di ogni altra cosa è rivoluzionaria, determina quell’ebbrezza che rende naturale e inevitabile spingersi oltre per cambiare la vita e renderla libera, a dispetto delle condizioni dettate dal potere.

L’America di oggi, nelle parole del vice presidente JD Vance è «una nazione» e non più «una nazione di nazioni»: si entra in famiglia rispettando tradizioni e credenze. In fondo, niente di nuovo sotto questo sole: il 4 luglio è stato nel Novecento “il giorno dell’americanizzazione” con tanto di cerimonia in cui i rappresentanti di 52 Paesi stranieri entravano nel crogiolo (il melting pot) e, dopo energico rimescolamento, ne uscivano tutti uguali, in giacca e cravatta, tenendo in mano una bandierina e cantando quel che sarebbe diventato l’inno. Assimilati, tuttavia accolti. Ora soltanto New York rimane New York, un’oasi di cui la scrittrice Fran Lebowitz può dire: «Qui un ebreo ortodosso può sedere in metropolitana accanto a una musulmana velata. Si detesteranno, ma viaggeranno accanto, poi ognuno scenderà alla sua fermata e vivrà come crede». Più facile che si scontrino due americani, uno con il cappello rosso dei Maga e l’altro con il New Yorker in edizione cartacea. Per il primo questa è la festa di una nuova-vecchia America con pochi immigrati, tante produzioni locali, una sola fede scolpita nella pietra. Per il secondo è la celebrazione di un ideale in declino che ha il prefisso “multi” e a seguire puoi metterci quel che vuoi: etnico, culturale, gender.

L’America cambia, l’America è la stessa. Da 250 anni, la festa è sempre stata per bianchi con un buon reddito. Gli altri, come i romani a piazza Venezia nel ’44, quando venne issato il vessillo voluto da Roosevelt nella «prima capitale nemica catturata», fanno finta di fare parte, di avere parte, ma il 4 luglio non è mai stato per afro-americani, nativi, immigrati e solo tardi per donne. Ha cercato di divenirlo, ma la ruota è stata fatta girare al contrario. A Filadelfia, nella terra di un parco, oggi verrà sotterrata con fanfara governativa una capsula del tempo a cui hanno contribuito i 50 Stati, inviando oggetti simbolici da tramandare ai posteri che, sopravvissuti al pessimismo e all’orologio della mezzanotte, la disseppelliranno tra 250 anni. Contiene lettere ufficiali e conchiglie, medaglie commemorative e lingotti di rame. Mancano una bandiera con 52 stelle (che aggiunga Groenlandia e Canada) e una dove le strisce sono su fondo nero e il disegno è rovesciato, un distintivo dell’Ice e un altro che la manda in quel posto. Anche le epoche sono interpretabili, poi la storia le giudica o le mistifica. La dichiarazione d’indipendenza già nel 1951 fu scambiata da cittadini ignari e ignoranti per un manifesto di propaganda comunista e come non potrebbe essere considerata sovversiva se afferma simbolicamente il regicidio e concede la legittimazione per abolire un governo che distrugga i diritti.

A corredo di attuali guerre incomprensibili risuonano i versi di un’antica pacifista quacchera: «Il glorioso Quattro di nuovo arriva, giorno dei giorni e anno degli anni, dove tutte le grandiose conquiste, con tutta la loro vantata libertà, sono solo un cambio di padrone». Che questo padrone potesse essere il popolo è stata una meravigliosa, semiquincentenaria utopia.

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