Migranti, la sferzata del Papa: “Crisi epocale, la Ue agisca, le vittime colpa di chi decide”
dal nostro inviato Iacopo ScaramuzziLAMPEDUSA – Non era possibile replicare Francesco, ma Leone non è stato da meno. Il Papa ha visitato Lampedusa sulle orme del predecessore, che qui aveva scelto di fare il primo viaggio del Pontificato, a luglio del 2013, per denunciare la «globalizzazione dell’indifferenza» che lascia morire migliaia di migranti nel Mediterraneo. Tanto fu profetico, poetico, addirittura sovvertitore Bergoglio (si disse che per vincere il boicottaggio passivo della Curia, che temporeggiava, tentò di acquistare da solo un biglietto di un volo commerciale), quanto la visita di Prevost è stata più ordinata, preannunciata mesi, e non giorni prima, organizzata nei minimi dettagli. E però ricca anch’essa di parole e gesti per nulla scontati.
La scelta del 4 luglio
A partire dalla scelta della data, il 4 luglio, anniversario tondo dell’Indipendenza degli Stati Uniti, il 250esimo, eppure il Papa nato a Chicago non lo ha celebrato Oltreatlantico ma qui, tra migranti vivi e morti. E se il messaggio per Donald T…
LAMPEDUSA – Non era possibile replicare Francesco, ma Leone non è stato da meno. Il Papa ha visitato Lampedusa sulle orme del predecessore, che qui aveva scelto di fare il primo viaggio del Pontificato, a luglio del 2013, per denunciare la «globalizzazione dell’indifferenza» che lascia morire migliaia di migranti nel Mediterraneo. Tanto fu profetico, poetico, addirittura sovvertitore Bergoglio (si disse che per vincere il boicottaggio passivo della Curia, che temporeggiava, tentò di acquistare da solo un biglietto di un volo commerciale), quanto la visita di Prevost è stata più ordinata, preannunciata mesi, e non giorni prima, organizzata nei minimi dettagli. E però ricca anch’essa di parole e gesti per nulla scontati.
La scelta del 4 luglio
A partire dalla scelta della data, il 4 luglio, anniversario tondo dell’Indipendenza degli Stati Uniti, il 250esimo, eppure il Papa nato a Chicago non lo ha celebrato Oltreatlantico ma qui, tra migranti vivi e morti. E se il messaggio per Donald Trump non fosse abbastanza esplicito, Leone ha ribadito, e rafforzato, il messaggio che aveva già inviato il giorno prima: «Difendere la vita umana», ha scritto in una nuova missiva augurale, «significa anche accogliere, proteggere e assistere gli immigrati, le cui speranze, i cui sacrifici e il cui contributo hanno fatto parte della storia di questo Paese fin dalle sue origini».
La prima volta al cimitero
Francesco era arrivato via mare ed aveva gettato una corona di fiori in acqua, omaggio di cordoglio ai tanti naufraghi morti, Leone una corona uguale l’ha deposta al cimitero di Lampedusa, dove il predecessore non era stato, sulla tomba del piccolo Yusuf, morto a sei mesi in un naufragio del 2020. Per un uomo sin qui poco aduso ai gesti simbolici, Lampedusa ha mostrato un mutamento: Leone si è voluto accostare alla Porta d’Europa, monumento-scultura alto 5 metri e largo 3 che segna il confine agognato dai migranti africani, accompagnato da tre di loro, una donna incinta, una bimba e un bambino che ha perso la madre nella traversata. In un fuori programma che ha deciso all’ultimo, e mostrando una certa capacità atletica, poi, Prevost si è avventurato da solo sugli scogli sottostanti, tra un sorriso divertito per uno scalone troppo alto e un colpo di vento che gli ha fatto volare lo zucchetto, per sostare infine meditabondo di fronte a quel mare che è diventato la tomba di molti.
Gesti e non parole
«Questo è un luogo in cui, più che le parole, parlano i gesti», ha detto Leone, che non ha visitato l’hotspot di Lampedusa – neppure Francesco aveva potuto – ma ha comunque incontrato 19 dei suoi giovani ospiti al molo dove arrivano gli sbarchi: per rispetto della religione non cristiana ha regalato loro non un rosario ma un portachiave. Luogo che fino a ieri si chiamava molo Favolaro e da ieri, con benedizione di Leone, molo Francesco: ma la ong tedesca Sea-Watch chiede che non si usi l’avvenimento, d’ora in poi, per giustificare un «luogo simbolo di un dispositivo di frontiera sempre più militarizzato, disumanizzante e inaccessibile per la società civile».
Decisioni prese e non prese
Nell’omelia che ha pronunciato durante la messa al campo sportivo, a poche centinaia di metri dal porto, il Papa ha chiamato in causa la politica. «I morti in questo mare sono vittime sia di decisioni prese, sia di decisioni mancate», ha scandito: «Il disinteresse per il bene comune e la corruzione nei luoghi di provenienza, un sistema economico mondiale che genera povertà ed esclusione, la paura che alimenta pregiudizi e disprezzo, l’idea che tali problemi non ci riguardano, i calcoli criminali di chi lucra sul dramma altrui, il lento e difficile passaggio da una mera gestione delle emergenze all’elaborazione di politiche organiche e condivise». Ad ascoltarlo, tra gli altri, Alfredo Mantovano, esponente di un governo che nelle scorse settimane ha vissuto con una certa apprensione la visita, e le possibili denunce, del Papa a Lampedusa (nella folla c’era anche Claudio Baglioni, osannato manco fosse un Papa).
Stoccata ai turisti
Leone ha evidenziato «la chiamata epocale che il fenomeno migratorio rivolge alle società europee», ha elogiato i «tanti» (non tutti) che a Lampedusa, e nella Chiesa, lavorano per «accogliere, proteggere, promuovere e integrare i migranti» (i quattro verbi usati sempre da Francesco), ma ha altresì ricordato l’importanza di lavorare allo sviluppo, «così che nessuno sia costretto a emigrare». Ha denunciato i trafficanti, nuovi «briganti», ha dato una stoccata ai turisti che innalzano un «muro invisibile» tra loro e i naufraghi - misto di mugugni e applausi tra i fedeli - ha insistito che «l’appartenenza religiosa non deve mai diventare motivo di discriminazione». Alla fine, pur con il suo stile calmo, una visita politica e contundente.