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Attentato a Ranucci, la Procura contesta la strage a Lavitola: “Io e Sigfrido amici? Chiedete a lui”

L'attentato sotto casa di Sigfrido Ranucci 

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L’azione commessa con modalità mafiose. L’ex editore e imprenditore avrebbe effettuato un sopralluogo sotto la casa del reporter insieme a Gomes Clesio Tavares
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“Non riesco proprio a spiegarmi questa denuncia”. Valter Lavitola è accusato dalla Procura di Roma di strage commessa con modalità mafiose. L’ex editore e imprenditore è indagato come mandante dell’attentato a Sigfrido Ranucci che ha provocato un’esplosione lo scorso 16 ottobre davanti all’abitazione del conduttore di Report, a Campo Ascolano. Un reato emerso dal decreto di perquisizione firmato il 4 luglio dai pm della Direzione distrettuale antimafia di piazzale Clodio. Contestato in concorso con i componenti della banda arrestata la settimana scorsa. E che, per come è costruito dall’articolo 422 del codice penale, si considera consumato per il solo fatto di aver messo in pericolo l'incolumità pubblica.

Le parole di Lavitola

“Il mio avvocato mi ha proibito di parlare prima dell’interrogatorio. Spero che comprendiate”, dice. Ma a due domande comunque l’ex giornalista, editore, politico, imprenditore, oggi titolare di un ristorante di pesce a Monteverde risponde.

Ranucci dice che siet…

“Non riesco proprio a spiegarmi questa denuncia”. Valter Lavitola è accusato dalla Procura di Roma di strage commessa con modalità mafiose. L’ex editore e imprenditore è indagato come mandante dell’attentato a Sigfrido Ranucci che ha provocato un’esplosione lo scorso 16 ottobre davanti all’abitazione del conduttore di Report, a Campo Ascolano. Un reato emerso dal decreto di perquisizione firmato il 4 luglio dai pm della Direzione distrettuale antimafia di piazzale Clodio. Contestato in concorso con i componenti della banda arrestata la settimana scorsa. E che, per come è costruito dall’articolo 422 del codice penale, si considera consumato per il solo fatto di aver messo in pericolo l'incolumità pubblica.

Le parole di Lavitola

“Il mio avvocato mi ha proibito di parlare prima dell’interrogatorio. Spero che comprendiate”, dice. Ma a due domande comunque l’ex giornalista, editore, politico, imprenditore, oggi titolare di un ristorante di pesce a Monteverde risponde.

Ranucci dice che siete amici, è così? “meglio chiedere a lui”. E meno che mai riesce a trovare un motivo per cui ci sia lei dietro la bomba. “Figuratevi se lo trovo io. Ora scusatemi, non posso parlare”.

La relazione con Gomes Clesio Tavares

Per gli inquirenti Lavitola non si è limitato a impartire l’ordine. Un mese prima dell’esplosione, il 16 settembre, l’ex editore avrebbe fatto un sopralluogo nei pressi della casa del giornalista. Con lui Gomes Clesio Tavares, cittadino camerunense di 47 anni. È Tavares, secondo l’accusa, l’anello che collega Lavitola agli esecutori materiali. Nell’atto si legge che l’imprenditore gli avrebbe dato mandato di individuare “soggetti in grado di reperire esplosivo e farlo esplodere” davanti all’abitazione del conduttore.

Non solo. Gli investigatori evidenziano che Gomes risulta dipendente dal 2017 della società che gestisce il ristorante Cefalù Bistrò di Pesce, esercizio commerciale ritenuto riconducibile a Lavitola. Un elemento che, insieme alle intercettazioni telefoniche e all’analisi delle celle telefoniche, avrebbe contribuito a delineare il quadro investigativo. Particolare rilievo assumono anche le conversazioni intercettate tra la compagna di Gomes e lo stesso indagato, dalle quali emergerebbe come il rientro dell’uomo in Italia dipendesse da decisioni attribuite a Lavitola. Gli investigatori ritengono inoltre che, subito dopo l’attentato, Gomes sia stato agevolato nel trasferimento in Camerun, dove tuttora risiede, circostanza che costituirebbe un ulteriore elemento indiziario.

La perquisizione

I carabinieri del nucleo investigativo di Roma hanno passato al setaccio casa e locale di Lavitola. Sequestrati telefoni cellulari, computer, tablet, hard disk, documenti. Ogni traccia digitale utile a ricostruire i rapporti tra l’indagato e l’organizzazione dell’attentato. Gli investigatori puntano su messaggi, fotografie, filmati: elementi che possano confermare il ruolo dell'imprenditore e i contatti con gli altri soggetti coinvolti nella catena di comando.

Cosa accadde a Ranucci

Il 10 ottobre il primo sopralluogo sotto casa del giornalista. Sei giorni dopo il ritorno a Pomezia, una Fiat 500 a noleggio. L’ordigno viene piazzato accanto all’auto della famiglia. L’esplosione distrugge due vetture, il cancello, parte del muro di cinta. Solo il caso evita conseguenze più gravi. Da mesi le indagini avevano già portato in carcere Pellegrino D’Avino, Saverio Mutone e Antonio Passariello. E ai domiciliari Marika De Filippi, con l’accusa di detenzione e utilizzo di ordigno esplosivo, aggravata dal metodo mafioso. Ora, con la perquisizione di inizio luglio, l’inchiesta risale la catena fino al presunto mandante.

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