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L’ultimo custode del borgo fantasma: “Dopo Himalaya e Kenya, così proteggo da solo il mio paese”

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Da 30 anni Giulio Tollardo è l’unico abitante di Bellotti, nel Bellunese. È stato premiato dal Cai per il suo lavoro di cura del territorio
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Per tre volte è stato sull’Himalaya, ha fatto il malgaro in Svizzera, il volontario in Kenya, il cuoco nei rifugi delle Dolomiti. Da trent’anni Giulio Tollardo, classe 1956, è anche l’unico abitante di Bellotti, borgo fantasma a 662 metri di altitudine nel Bellunese, raggiungibile solo dopo 40 minuti di camminata in salita.

Di questo antico insediamento Tollardo è anche guardiano, un lavoro di cura del territorio e valorizzazione della sua storia per cui il Club alpino italiano lo ha insignito del titolo di Custode delle terre alte. «Sono grato al Cai di Feltre per la candidatura, mai mi sarei aspettato un’attenzione simile per quello che faccio: ordinaria manutenzione».

Tutt’altro. Dopo la tempesta Vaia del 2018 contribuì a ripristinare i sentieri distrutti.

«I venti buttarono giù conifere e abeti. Con i volontari riaprimmo l’essenziale, ma molto andò perduto: strade un tempo percorse da carbonai, contrabbandieri, partigiani. Questo riconoscimento lo dedico ai giganti della montagna …

Per tre volte è stato sull’Himalaya, ha fatto il malgaro in Svizzera, il volontario in Kenya, il cuoco nei rifugi delle Dolomiti. Da trent’anni Giulio Tollardo, classe 1956, è anche l’unico abitante di Bellotti, borgo fantasma a 662 metri di altitudine nel Bellunese, raggiungibile solo dopo 40 minuti di camminata in salita.

Di questo antico insediamento Tollardo è anche guardiano, un lavoro di cura del territorio e valorizzazione della sua storia per cui il Club alpino italiano lo ha insignito del titolo di Custode delle terre alte. «Sono grato al Cai di Feltre per la candidatura, mai mi sarei aspettato un’attenzione simile per quello che faccio: ordinaria manutenzione».

Tutt’altro. Dopo la tempesta Vaia del 2018 contribuì a ripristinare i sentieri distrutti.

«I venti buttarono giù conifere e abeti. Con i volontari riaprimmo l’essenziale, ma molto andò perduto: strade un tempo percorse da carbonai, contrabbandieri, partigiani. Questo riconoscimento lo dedico ai giganti della montagna che, forse senza alternativa, hanno speso la propria vita per questi luoghi selvaggi».

Giulio Tollardo

 

Anche lei non aveva alternativa?

«Avevo tutto: lavoro, due figlie e amicizie, ma mi convinsi che non fosse abbastanza. Avevo bisogno di staccare da ogni cosa, vivere in natura. Così feci questa scelta radicale».

Perché scelse Bellotti?

«Perché è la contrada più estrema di Lamon, il paese in cui sono nato, a 20 chilometri dalle Dolomiti più turistiche. Nel 1997 acquistai la vecchia casa della perpetua del borgo. Avrei voluto farne un centro di educazione ambientale, ma il progetto non partì mai».

Quanto è isolata?

«Non arriva nessuna strada, la copertura telefonica non regge e manca l’elettricità. Esisteva una centralina, ma la scarsa manutenzione costrinse gli ultimi abitanti a tornare alle lampade a olio. Io alimento a batteria una lampadina e il telefono, non ho elettrodomestici. Neanche l’acqua in casa».

La casa dove abita Giulio Tollardo 

Il tempo come passa?

«D’inverno faccio la legna, lavori di manutenzione e lunghe passeggiate nei boschi. Non ho animali a cui badare, solo una gatta: povera lei. Quando arriva la bella stagione curo l’orto e recupero i terreni che mi hanno dato in gestione gli anziani del posto e i loro eredi, quasi tre ettari».

L’orto le dà tutto ciò che serve?

«Con tre mesi di sole l’autosufficienza è impossibile, non c’è molta varietà. E poi gli animali arrivano sempre prima di me. Le mele spariscono, i piccoli frutti vanno protetti o non riuscirei a cavarne fuori neanche un barattolo di marmellata».

E se avesse bisogno di cure?

«Conviene non pensarci. A volte, lavorando nel bosco da solo con la motosega, metto in conto che potrebbe andarmi male. Ma ho imparato a conoscere i miei limiti e a fare un po’ di tutto, senza mai lasciare Bellotti. Ora sono in pensione, ma ho lavorato ovunque facendo su e giù dal paese».

Com’era prima dello spopolamento?

«Si viveva di produzione di carbone, trasporto di legna sui torrenti, contrabbando. Dopo la prima guerra mondiale fu terrazzata e vennero ricavati prati che consentivano l’allevamento: tutti avevano una vacca o un maiale. Fu il periodo di espansione più intenso: 200 persone, una scuola, una chiesa, un’osteria. Dopo la seconda guerra mondiale l’emigrazione fu un’emorragia continua. La gente andava in Alta Savoia, Romania o Piemonte alla ricerca delle foreste a cui era abituata».

Bellotti negli anni '50

 

L’ultimo residente?

«Maria Bellotto, morta nel ‘92. Avrebbe potuto andarsene, aveva figli in mezza Europa. Ma per conoscere questo posto bisogna trascorrervi almeno un inverno, poi sei fregato: piangi non appena te ne vai».

Come se lo spiega?

«Ti innamori e abbandonarlo sembra un tradimento. Chi è andato via non ha quasi mai il coraggio di tornare: vedrebbe l’abbandono dei giardini, i tetti delle case ormai marci».

Quanti lo fanno?

«Sei famiglie salgono con la bella stagione. Non restano tanto, ma fanno compagnia. E ogni prima domenica di settembre, per la festa dei Bellotti, parecchi arrivano in giornata: con una teleferica solleviamo dal fondovalle cucine, tavoli, sedie. Poi, di tanto in tanto, figli e nipoti degli emigrati vengono a cercare le case dei loro avi. Parlano ancora forme dialettali che noi abbiamo dimenticato e sono pieni di aneddoti che trascrivo con cura. Ho una cassapanca colma di diari».

La chiesa del paese durante una celebrazione che si tiene a settembre 

Soffre mai la solitudine?

«I primi tempi avevo il magone. L’inverno è più triste: sempre buio, nessuno che passa. Allora una volta alla settimana scendo a Lamon per socializzare.

Con la primavera, invece, mi avvio a piedi per l’Europa per qualche mese. Bellotti è un buco senza tramonti, circondato da montagne. Per questo cerco spazi di luce».

Ha dei rimpianti?

«Se devo essere sincero con me stesso, sceglierei un’altra vita, più condivisa. A volte mi chiedo a cosa è servito tutto questo, cosa ne sarà dei boschi che ho pulito e dei prati che ho recuperato quando non ci sarò. Dispiace che l’area non sia stata inserita nel Parco nazionale delle Dolomiti bellunesi, sarebbe stata un’occasione preziosa per tutti».

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